Buzzfeed: Così hanno lanciato il portale più virale del web!

Buzzfeed: Così hanno lanciato il portale più virale del web!

Il lancio di Buzzfeed: cos'è e come ha scalato il mercato internazionale

#THEDRESS: Ma quel vestito di che colore era?

Magari non conosci direttamente BuzzFeed e ti chiedi… ma BuzzFeed cos’è?.

Certo, ne hai sentito parlare, questa parola non ti è del tutto nuova, e probabilmente sai anche che è un sito web statunitense che distribuisce articoli un mix di contenuti realizzati in proprio e attinti un po’ ovunque da Internet. Magari ti sei già messo sotto a cercare “Buzzfeed in Italiano” o “BuzzFeed Italia” e non hai trovato proptio nulla.

Però magari non hai mai cliccato direttamente sulle sue pagine, non hai mai navigato tra le sue notizie più o meno succose, insomma, non hai mai immerso il tuo sguardo in questo mare di ‘buzz’ (letteralmente, ronzio).

Ma ti dirò una cosa: sicuramente, al 100%, ti sei ritrovato sotto gli occhi uno dei suoi contenuti più virali.

Ti ricordi il dressgate, il dibattito sul celeberrimo vestito che ha fatto impazzire il web e lo ha diviso tra chi vi vedeva i colori nero e blu e chi invece vi vedeva il giallo e il bianco?

BuzzFeed

Ebbene, #THEDRESS è stato uno dei famigerati contenuti resi virali da BuzzFeed, che in realtà, in quell’occasione non ha fatto altro che condividere sul proprio portale con un giusto titolo un contenuto altrui pubblicato su Tumblr.

In un solo giorno, quel post raggiunse 28 milioni di visite.

Ecco, questo è il potere del portale fondato da Jonah Peretti e John S. Johnson.

Jonah-Peretti-buzzfeed-founder

Vuoi un altro esempio di quello che è stato capace di fare BuzzFeed?

Eccolo qui sotto: non dirmi che non hai mai visto l’immagine della ‘disaster girl’, ovvero di questa bambina che, davanti ad una casa in fiamme, ha proprio lo sguardo colpevole ma allo stesso tempo soddisfatto di chi ama giocare con i fiammiferi.

lancio digitale di Buzz Feed

Ecco, anche questo è un esempio della potenza virale dei post di BuzzFeed. Ma come fa il team di Peretti a capire cosa può diventare davvero virale?

Insomma, come ha fatto BuzzFeed ad aumentare le visite al sito, raggiungere gli incredibili numeri che può vantare oggi, ovvero più di 200 milioni di utenti unici al mese, con 7 miliardi di visualizzazioni di contenuti mensili? Se sei interessato ai fattori che hanno trasformato il lancio di BuzzFeed in un successo planetario incredibile quanto quello portato a casa da Jack Ma, allora questo post è fatto apposta per te!

Ti avverto fin da subito: il problema, per arrivare in fondo a questo articolo, non sarà legato alla difficoltà dell’argomento trattato, quanto invece al non lasciarsi distrarre da BuzzFeed. Io stesso ho impiegato un sacco di tempo per realizzare questo post, attratto continuamente dai contenuti virali di quel portale!

Obbligati ad arrivare fino in fondo per capire il successo di Peretti, e solo dopo lasciati trascinare all’interno del tuo sito!

Il rifiuto di Nike alla base di tutto

BuzzFeed è stato fondato nel 2006, ma la sua storia inizia molto prima.

Per capire la sua genesi e il suo sviluppo, infatti, è necessario gettare lo sguardo all’indietro fino al 17 gennaio del 2001, quando il neolaureato del MIT Jonah Peretti inoltrò a 12 amici uno scambio di email avuto con il servizio clienti della Nike (un altro marchio del quale abbiamo studiato insieme il lancio sul mercato, te lo ricordi?).

Nike and buzzfeed

Nella fattispecie, nella conversazione tra Peretti e il brand sportivo, si poteva leggere una disputa intorno alla richiesta del giovane di poter stampare sulle proprie scarpe da corsa personalizzate la scritta ‘sweatshop’, che letteralmente significa ‘fabbrica che sfrutta i lavoratori’.

Certo, l’intento di Peretti era almeno un po’ provocatorio, ma mai e poi mi si sarebbe potuto aspettare che quella conversazione in formato elettronico potesse interessare il mondo intero.

nike-peretti-email

La richiesta di Peretti fu subito rifiutata dal servizio clienti della Nike, che la definì come ‘slang inappropriato’. Peretti ebbe dunque a ribattere che ‘sweatshop’ era un normalissimo termine della lingua inglese e, dopo un ulteriore rifiuto della Nike, rispose con una vera e propria stilettata:

«Ora ho deciso di ordinare delle scarpe con una personalizzazione differente, ma vorrei domandarvi un piccolo piacere. Potete per favore mandarmi una fotografia a colori della bambina vietnamita di dieci anni che ha confezionato le mie scarpe?».

I dodici amici che ricevettero la email inoltrata da Peretti fecero altrettanto con i propri amici, il messaggio si diffuse velocemente e raggiunse non solo importanti blog, ma anche il Guardian, il Time, l’Indipendent e il Wall Street Journal, solo per citare le principali testate che si interessarono alla singolare interazione.

«Non mi sarei mai aspettato di vedere la mia conversazione con Nike ricevere una tale attenzione: la proliferazione della email, infatti, è iniziata senza la mia partecipazione»

Contatta Roberto
la prima consulenza web è sempre gratuita!

ha spiegato Peretti all’epoca. Come lui stesso spiegò ai giornalisti che lo contattarono in quei giorni,

«anche se la stampa ha presentato la mia battaglia con la Nike come uno scontro tra Davide e Golia, la vera storia è quella di una battaglia tra una compagnia come la Nike, con un accesso privilegiato ai mass media, e quella di un network di cittadini in rete che hanno a propria disposizione solo dei micromedia.

L’unica forza che ha spinto il messaggio è stata la volontà collettiva di chi ha pensato che valesse la pena inoltrare agli altri la mia email. Sono convinto che, sul lungo termine, questo episodio avrà un impatto più grande sul come la gente intende i media piuttosto che sul come la gente intende la Nike e il suo sfruttamento del lavoro minorile»

Peretti non si sbagliava: questo episodio infatti non viene ricordato come una nobile pietra miliare della storia contro lo sfruttamento del lavoro minorile da parte dei grandi brand dell’abbigliamento sportivo, quanto invece come una delle prime pietre di quella lunga storia di contenuti virali che hanno trasformato la rete. (Anche se va detto che quelle email sollevarono un certo polverone).

BuzzFeed: non è – non più – solo buzz

Ecco, più o meno a questo punto, penso che sia il caso di inserire una considerazione generale su BuzzFeed, la quale potrebbe aiutarti a interpretare meglio l’intero post dedicato al lancio di questa testata online.

lancio di buzzfeed nel mercatoIn molti pensano infatti che BuzzFeed sia soprattutto video di gattini, gallerie acchiappaclick, vestiti dai colori impossibili da determinare e notizie strampalate. Ecco, questo è vero fino ad un certo punto, o meglio, poteva essere quasi vero all’inizio della sua storia.

Da alcuni anni, invece, questa testata ha intrapreso un percorso di crescita abbastanza serio, un po’ come quello seguito da altri siti – come Vice, per intenderci – verso nuove forme di giornalismo, con la pubblicazione di contenuti professionali e ben fatti, alcuni dei quali possono senza dubbio dare del filo da torcere a testate ben più solide e sì, più ‘serie’.

max-seddon-buzzfeed-reporter

Poche testate al mondo, per esempio, hanno potuto vantare un reporter attivo come il Max Seddon di BuzzFeed per raccontare le vicende dell’incidente aereo del volo MH17 in Ucraina.

Ecco, questo solo per dire che no, BuzzFeed non è solamente un portale acchiappa click come si potrebbe pensare ad una prima occhiata: detto questo, possiamo continuare, no?

Anzi, in realtà dobbiamo ancora iniziare: siamo ancora nel 2001, quando BuzzFeed non era nemmeno stato immaginato da Peretti.

Media contagiosi e come sfruttarli

Dopo l’inaspettato clamore causato dalle sue email nel 2001, Peretti ha iniziato a lavorare intorno a quelli che lui chiamava ‘media contagiosi‘.

Dapprima i suoi progetti furono dei siti web satirici, del tipo ‘Black People Love Us!’ e ‘ The Rejection Line’. Poi iniziò a fare davvero sul serio, fondando la fortunatissima testata online The Huffington Post con Ken Lerer e soprattutto con Arianna Huffington.

fondazione di huffington post dal creatore di Buzzfeed

Insomma, come si può vedere, già nel 2005 la carriera di Peretti aveva preso una piega professionale ed editoriale di tutto rispetto.

screenshot-web.archive.org 2017-08-09 00-05-09

Ma Peretti restava incredibilmente attratto da quelle sue ‘idee contagiose’ e, insieme a John Johnson and Ken Lerer, nel 2006 avviò l’embrione di BuzzFeed, ovvero il laboratorio creativo chiamato dapprima Contagious Media, imbastito proprio per raccogliere le migliore idee: Buz Feed venne così lanciato ufficialmente nell’ottobre del 2006.

lancio di buzzfeed

L’idea iniziale era semplice, semplicissima: raccogliere su questo portale i contenuti più interessanti, condivisibili e virali del web e mettersi a disposizioni del pubblico fragandosene altamente di cose come dati strutturati, SEO e Google AMP .

Il primo collaboratore di Peretti fu Peggy Wang la quale, avvalendosi anche di un algoritmo chiamato BuzzBot – che esaminando i link tra centinaia di blog determinava i contenuti più popolari – pubblicava cinque o sei link al giorno.

peggy wang fondatrice di buzzfeed

In origine, va sottolineato, Peretti aveva immaginato di lasciare ogni tipo di decisione a BuzzBot, il quale avrebbe anche dovuto inviare una selezione dei contenuti più interessanti della rete direttamente alle email degli iscritti: ci si rese subito conto, però, che l’elemento umano era essenziale.

Due anni dopo, nel 2008, il neonato BuzzFeed guadagnava 600.000 visitatori unici al mese: fu in quel momento che il Peretti si impegnò nella raccolta di fondi, trovando i propri investitori in Ken Lerer, ma soprattutto in Hears Ventures, SoftBank Capital, New Enterprise Associates e Ron Conway.

Una congiuntura particolarmente favorevole

Nel 2011, ormai, BuzzFeed era cresciuto parecchio, ma Peretti continuava ad essere diviso tra due attività: oltre al proprio portale, infatti, restava anche l’impegno con l’Huffington Post.

Quell’anno, però, AOL fece un’offerta che no, non si poteva di certo rifiutare, finendo per acquisire l’Huffiinton Post per la bellezza 315 milioni di dollari.

A Peretti, dunque, si liberava il campo per concentrarsi completamente su BuzzFeed, e sì, in effetti il 2011 era proprio l’anno perfetto per investire tempo e denaro nel web. Del resto, Facebook è nato appena due anni prima di BuzzFeed, mentre Twitter è apparso proprio lo stesso anno.

La rete stava cambiando, e gli utenti erano sempre più mentalmente pronti a portare il portale di Peretti verso il successo globale.

Grazie alla crescita parallela dei social newtwork BuzzFeed potè in buona parte liberarsi dalla catene costrittive dei motori di ricerca come Google. Come apparire su Google per Buzzfeed non era più un problema.

Potendo contare su Facebook, su Twitter e poi su Pinterest e compagnia bella, dal punto di vista del team di BuzzFeed la SEO poteva bellamente passare in secondo piano. Peretti, in altre parole, aveva capito che il proprio portale non doveva funzionare come l’Huffington Post, fatto per informare ed intrattenere le singole persone che cercavano qualcosa (anche e soprattutto sui motori di ricerca) per sé stesse.

lancio digitale marchi prodotti o servizi contatta roberto serra

Su BuzzFeed invece le persone volevano cercare contenuti non tanto per se stesse, quanto per i propri amici, per i propri famigliari, o in generale per i propri contatti sui social network.

Quello che ci si presenta è dunque un ambiente del tutto diverso rispetto a quello al quale ci siamo abituati, e questa visione è perfettamente riassunta da un pensiero che Peretti ha condiviso più e più volte: per il suo portale – e per tanti che arrivarono dopo – è meglio un utente che condivide un articolo piuttosto che un utente che ci clicca sopra.

I social network, da questo punto di vista, possono portare molto più traffico rispetto alle visite dirette. Non a caso, ad oggi, circa il 75% del traffico del portale arriva dritto dritto dai social media.

traffico dai social media

La crescita imperiosa dei primi anni

Vuoi un riassunto fenomenale della crescita di BuzzFeed dei primi 7 anni di attività? Eccolo qui, presentato splendidamente da una email che lo stesso Peretti inviò al proprio team nel settembre del 2013:

«siamo tre volte più grandi di quanto eravamo solo un anno fa, otto volte più grandi di quanto eravamo due anni fa, e abbiamo creato più pagine web in questi 8 mesi del 2013 di quante ne abbiamo fatte negli ultimi cinque anni.

L’anno prossimo, a quest’ora, probabilmente saremo uno dei più grandi siti del web.

In agosto, inoltre, abbiamo agguantato un vero record per quanto riguarda i profitti. Siamo passati dalle entrate pari a zero 4 anni fa per arrivare ad avere oggi una compagnia redditizia con oltre 300 impiegati.

Siamo diventati il leader e l’innovatore numero uno per quanto riguarda il social content advertising».

Niente male, vero?

Quando quel messaggio agli impiegati fu scritto, BuzzFeed raggiungeva 85 milioni di visitatori unici al mese; il mese successivo, il portale arrivò a ben 93 milioni di visite uniche.

buzzfeed growth

In dicembre la cifra arrivò alla strabiliante cifra di 130 milioni, con una crescita irresistibile, che è continuata – seppur con un ritmo più lento – fino ad oggi, oltre i 200 milioni. Sempre nel 2013, per dare più nerbo ai propri contenuti, BuzzFeed arrivò ad assumere Mark Schoofs, vincitore del Premio Pulitzer, al quale venne affidato il compito di costruire un team di giornalismo investigativo.

Per la cronaca, l’annuncio di lavoro riportava testualmente questa richiesta:

«report like a pitbull, write like an angel».

Forte dell’immensa crescita del pubblico di lingua inglese, BuzzFeed ebbe ben presto una versione in spagnolo, una in portoghese e una in francese.

Ad oggi, le edizioni internazionali del portale sono 11, tra le quali quella giapponese e quella tedesca (insomma, praticamente manchiamo solo noi!).

La potenza del native advertising

Ho già anticipato qualcosina riguardo alla imponente crescita di entrate di BuzzFeed a partire dal 2008.

Ebbene, non sono di certo stati dei banner pubblicitari a garantire questo enorme successo economico. Niente affatto: come ha spiegato Jonathan Perelman, vice presidente alla strategia marketing di BuzzFeed,

«è più facile scalare il monte Everest che cliccare un banner pubblicitario».

Le entrate di BuzzFeed provengono tutte da un mix letale nell’utilizzo dei social media marketing e in quello delle tecniche di native advertising, ovvero di quella pubblicità che assume in tutto e per tutto l’aspetto dei normali contenuti editoriali.

«Come puoi reinventare le cose e creare della pubblicità orecchiabile e coinvolgente?» si è domandato Peretti, spiegando che «non puoi di certo farlo con i banner, non c’è abbastanza spazio. Ma puoi farlo invece con un post intero!».

Gli investitori, ovviamente, sono al settimo cielo quando capiscono che con attraverso le strategie di native advertising di BuzzFeed i loro contenuti promozionali non vengono solo visualizzati dagli utenti, ma anche condivisi a frotte, così da avere in cambio una distribuzione spontanea e gratuita.

buzzfeed modello di business basato su post sponsorizzati

Ma quanto può costare ad un investitore fare una campagna di native advertising su BuzzFeed? E quanto ci guadagna la piattaforma?

Per farsene un’idea possiamo affidarci a quanto spiegato nel 2012 dal presidente di BuzzFeed Jon Steinberg.

Tipicamente una campagna pubblicitaria sul portale consta di un numero di post variabile tra i 5 e i 10, per un prezzo che si aggira intorno ai 100mila dollari.

buzzfeed business model

In realtà, però, la società non applica una vera tariffa a post, basandosi invece sul CPM, ovvero su un costo per ogni mille visualizzazioni, il quale stando a Steinberg si aggira intorno ai 9 dollari.

A questa tariffa va sommata quella dei pay per click sui social network, oltre al fee giornaliero per mantenere eventualmente i propri post negli unici due slot della home di BuzzFeed dedicati alle pubblicazioni a pagamento: questi due post, nel 2013, costavano tra i 13.000 e i 14.000 dollari al giorno.

Capito da dove arrivano i guadagni di una testata come BuzzFeed?

Di certo non tutti si sentono a proprio agio di fronte al native advertising, anzi.

C’è chi, come l’editore del Wall Street Journal Gerard Baker, ha definito questo tipo di pubblicità come un ‘patto faustiano’ che alla lunga non può che erodere la fiducia dei lettori.

GeraldBaker about buzzfeed

Da parte loro, invece, Peretti e Steinberg si difendono dicendo che, proprio perché i loro contenuti sono fatti innanzitutto creati per essere condivisi, devono essere scritti per essere apprezzati molto dagli utenti, con una qualità dunque più alta di quella dei normali contenuti di marketing.

A riprova di questo, Peretti ha citato un contenuto promozionale per la Motorola intitolato ’10 luoghi che devi visitare una volta nella tua vita’, il quale ha raggiunto un invidiabile CTR di 6,1%.

spot motorola su buzzfeed

Nel Dicembre del 2014, per farsi un’idea della potenza dei contenuti brandizzati di questo portale, 3 visitatori su 10 che aveva cliccato sui post di native advertising finivano per condividerli o sui social media o via email.

Un caso speciale di native advertising

Uno dei contenuti tipici di BuzzFeed, oltre ai classici gattini fotografati in pose strane, sono i quiz.

Questi contenuti hanno la peculiarità di non presentare delle visualizzazioni o delle condivisioni particolarmente alte non appena pubblicate, ma hanno invece il pregio di crescere nel tempo, con una coda lunghissima nelle settimane e nei mesi successivi.

BuzzFeed notò un allarmante declino del 55% per quanto riguarda le condivisioni su Facebook proprio nel periodo in cui furono prodotti meno quiz, e per questo motivo dal giugno del 2014 lo staff si impegnò per produrre almeno un quiz al giorno.

buzzfeed-quiz

Vista la resa, inoltre, si decise di utilizzarli anche come pregiati e divertenti contenuti per il native advertising.

Da questa considerazione nacquero dunque quiz come ‘Quale bambola Barbie saresti?’ oppure ‘Come moriresti in Game of Thrones?’ Insomma, come ha spiegato Peretti, «La pubblicità si fa contenuto – un contenuto di qualità – è questo il futuro dell’editoria».

Nella maggior parte dei casi, invece, il native advertising adottato da BuzzFeed è più sottile. Per pubblicizzare la Toyota Prius il portale ha creato per esempio un lista dei ‘20 messaggi passivo-aggressivi più meritevoli trovati nei parcheggi‘.

buzzfeed-toyota-ad

Perché la gente condivide i post?

A partire dalla conversazione via email con la Nike in poi Peretti non ha fatto altro che interrogarsi giorno dopo giorno sul perché la gente condivide determinati contenuti piuttosto che altri.

Quali sono i motivi scatenanti? Quali le caratteristiche fondamentali dei contenuti virali?

La continua analisi dei dati provenienti risultanti dal traffico di BuzzFeed lo ha poi portato a capire che no, i suoi contenuti più popolari non sono diventati tali perché un qualche vip li ha condivisi in principio, quanto invece perché piccoli gruppi di utenti normali lo hanno fatto subito, già all’inizio.

Lo staff di BuzzFeed, partendo da queste basi, può poi contare su programmi di machine learning per predire quali storie possono attirare più condivisioni, e quali pezzi dei contenuti pubblicati sul proprio sito possono rapire l’attenzione dei lettori.

Insomma, quello che voglio dire è che BuzzFeed è diventato il primo e più forte attore del web a cavalcare la viralità dei contenuti proprio grazie alla centralità affidata fin da subito all’analisi descrittiva e prescrittiva dei dati.

Come ha spiegato Dao Nguyen, responsabile dello sviluppo di BuzzFeed fin dal 2012, «quando le imprese del mondo dei media pensano alla crescita tendono a vederla come una funzione di marketing. Noi invece pensiamo alla crescita come ad una funzione tecnologica, determinata da strumenti, da prodotti e da modifiche interne. Tutto questo può essere più efficace di una semplice campagna marketing».

Una campagna marketing e i suoi principali e più potenti effetti, infatti, terminano nello stesso momento in cui tu finisci i soldi, se alle loro spalle non c’è un prodotto od un servizio ‘con le palle quadrate’.

Una delle prime azioni di Dao Nguyen in qualità di growth hacker per BuzzFeed è stata quella di mettere a target un nuovo social, ovvero Pinterest.

Questa scelta è stata dettata dall’attenta analisi dei dati, secondo i quali erano le donne a condividere di più rispetto agli uomini. È dunque stato automatico, da parte sua, pensare di sfruttare un social tipicamente femminile, aggiungendo l’opzione ‘Pin it’ sulle pagine del portale e lanciando le sezioni più spiccatamente ‘femminili’ come Genitori, Stile e Cibo.

Già nel dicembre del 2014, Pinterest era diventato il secondo social network nel traffico in entrata di BuzzFeed. Ma non è tutto qui. Qui gli stessi dati analizzati da Nguyen hanno dimostrato che i contenuti creati appositamente per una ristretta fetta di popolazione sono i più performanti: per questo sono stati creati post come ’27 segnali che svelano che sei stato cresciuto da genitori asiatici’, con oltre 2,3 milioni di visite, oppure ’17 cibi bizzarri con cui ogni russo è cresciuto (oltre al borscht)’, con 1,4 milioni di visualizzazioni.

Grazie a tutte queste intuizioni, a marzo del 2016 BuzzFeed era il secondo portale che contava più condivisioni su Facebook, secondo solo, guarda a caso, all’Huffington Post.

Lo scopo, infatti, è sempre e solo uno: creare dei contenuti interessanti e virali, attraenti se non ammiccanti già dal titolo. Pensa per esempio a come può resistere un impiegato annoiato davanti al link ’29 cose che sono più importanti del tuo lavoro in questo momento’.

Resistere è quasi impossibile, anche sapendo, ancora prima di aprire quel post, che conterrà almeno una gif di un gattino che cade e sì, persino quella di una capra che ‘parla’ al cellulare.

Grazie all’immenso successo di questa tipologia di post, oggi BuzzFeed si può permettere di investire delle risorse anche nel grande giornalismo, con i long form dei redattori organizzati da giornalisti del calibro di Ben Smith e Mark Schoofs.

E non dimentichiamoci dei video

Il percorso intrapreso da BuzzFeed è dunque stato un cammino di continuo miglioramento, sia sul lato degli strumenti, che su quello dei contenuti.

I contenuti più esplicitamente virali, come i gattini, le Gif umoristiche o persino un video in cui i redattori impiegano 45 minuti per far esplodere un’anguria usando in tutto 686 elastici, sono stati come detto via via affiancati da contenuti e articoli sempre più seri, più impegnati, accompagnati in seconda battuta anche da una produzione sempre più massiccia di video.

buzzfeed diretta facebook più vista anguria ed elastici

Ma non video umoristici, o almeno, non solo: nel 2012, per esempio, BuzzFeed ha stretto una partnership con il New York Times per la produzione dei video delle convention repubblicane e democratiche.

Peretti, in altre parole, non si è lasciato sfuggire nemmeno l’opportunità di sfruttare le potenzialità dei video: nella primavere del 2016 il canale YouTube del portale contava più di 6,7 miliardi di visualizzazioni totali, con quasi 10 milioni di iscritti. Cinque, secondo il responsabile video di BuzzFeed Jonathan Perelman, sono le ragioni per le quali gli utenti condividono i contenuti video:

  • Per fare ridere i propri colleghi
  • Per vantarsi
  • Per essere social
  • Per esprimere la propria opinione o la propria visione riguardo uno specifico argomento
  • Per dimostrare che sono stati i primi a individuare quel contenuto

Sulla base di questi fattori, i contenuti video creati da BuzzFeed corrono lungo tre differenti vettori: sono video realizzati per instillare determinate emozioni, video di informazione oppure video identitari per determinati gruppi di utenti.

Conclusioni

Ecco qui, questa è la formula del successo di BuzzFeed.

Può piacere o meno, ma non ci sono dubbi: praticamente qualsiasi giornale online o sito di news ha cercato di copiare questa strategia, affiancando ai normali contenuti seri una buona dose di contenuti acchiappaclick volti alla viralità, oppure osando un po’ di più in fatto di native advertising.

E poi ci sono le gallery: quale quotidiano online al giorno d’oggi si può permettere di non fare nemmeno una gallery per ottenere qualche pageview in più?

Il modello originale resta sempre e comunque quello di BuzzFeed.

Ma attenzione, fare gallerie, video e gif virali non è semplice come potrebbe sembrare, anzi, e proprio per questo nessuno là fuori è come BuzzFeed: senza un’analisi scientifica dei dati, e senza una redazione capace di mettere realmente in pratica la scienza della viralità, il rischio concreto è quello di ritrovarsi con un sito pieno di gattini e pochissimi visitatori.

Insomma, nella lista degli ingredienti della ricetta perfetta di BuzzFeed ci sono i social network, i video, i gattini, le gallerie, i contenuti identitari, il native advertising, ma soprattutto l’analisi descrittiva e predittiva dei dati. Quanto alle dosi… non devi fare altro che sperimentare!

Fai marketing ascoltando, non strillando.
Un abbraccio.

Che mi racconti di bello?