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Questo vasto territorio inesplorato, dove quasi nove query su dieci mancano di un proprietario definito, richiede ai brand di costruire un’autorità tematica solida per superare la diffidenza degli utenti e imporsi come fonte affidabile.
Un nuovo studio rivela che l'89% della domanda nella ricerca AI non ha un brand dominante, aprendo un'enorme opportunità. La strategia vincente non è più il SEO tradizionale, ma la costruzione di una solida autorità tematica. Diventare la fonte più affidabile è la chiave per conquistare la fiducia degli utenti e dell'intelligenza artificiale prima che la finestra si chiuda.
La grande corsa alla visibilità nella ricerca AI: quasi il 90% del territorio è ancora da conquistare
Pensi che il mondo della ricerca tramite intelligenza artificiale sia già stato spartito dai soliti colossi?
Ripensaci.
La realtà, oggi, è ben diversa.
Quasi nove query su dieci rivolte all’AI avvengono in categorie di mercato dove nessun brand ha ancora stabilito un dominio chiaro.
In pratica, l’89,3% della domanda totale è una prateria sconfinata, dove le regole sono ancora tutte da scrivere e il primo che arriva, se gioca bene le sue carte, potrebbe prendersi tutto.
Lo studio, condotto dal growth advisor Kevin Indig, ha messo sotto torchio ChatGPT analizzando oltre 1.000 categorie di mercato negli Stati Uniti, tracciando centinaia di migliaia di citazioni per capire a chi l’IA attribuisse la “proprietà” di un determinato argomento.
Il risultato è stato netto: solo nel 15,2% dei casi esisteva un “padrone” stabile, un brand citato con costanza.
E la cosa più interessante?
Proprio le categorie con il volume di ricerca più alto, quelle che muovono più soldi, sono le meno presidiate.
Ma attenzione, perché una volta che un brand riesce a imporsi, tende a mantenere la posizione nel 90% dei casi.
Si sta aprendo una finestra temporale, breve ma importantissima, per rivendicare la propria autorevolezza prima che il gioco si chiuda.
E questo ci porta dritti al cuore del problema.
Non è più il solito SEO: la vera moneta di scambio è l’autorità tematica
Dimentica per un attimo le vecchie logiche del posizionamento. Qui non si tratta più di scalare una classifica di link blu. Come sottolineato da Margarita Loktionova, che ha condiviso i risultati della ricerca, la vera unità di misura nella competizione IA è l’autorità tematica.
L’analisi di Indig non si è limitata a singole parole chiave, ma ha raggruppato le domande per argomenti, cercando di capire se un brand fosse la risposta ricorrente a un’intera famiglia di quesiti. Essere “proprietari” di un argomento significa che l’IA, di fronte a domande diverse ma correlate, finisce per fare sempre il tuo nome. Un po’ come quando chiedi a un amico un consiglio su un prodotto e lui ti risponde sempre con lo stesso marchio.
Nella stragrande maggioranza dei casi, però, questo non accade. L’IA risponde, certo, ma un giorno cita un rivenditore, il giorno dopo un sito di recensioni e quello dopo ancora una directory. Questa volatilità è la prova che il campo è aperto.
Avere autorevolezza tematica, quindi, non significa solo produrre tanti contenuti, ma diventare la fonte più strutturata e completa, quella che offre le risposte più chiare alle domande degli utenti, specialmente quando si tratta di paragonare opzioni e prendere decisioni.
E questo sposta completamente il focus: non si tratta più di ottimizzare per un algoritmo, ma di diventare la risposta definitiva nella mente delle persone, un segnale che poi l’IA finisce per amplificare.
Ma c’è un “ma” grosso come una casa.
Il vero campo di battaglia? la fiducia degli utenti (e la diffidenza verso i giganti)
Tutto questo bel discorso sull’autorità si scontra con un muro: la gente, per ora, non si fida ciecamente delle risposte fornite dall’intelligenza artificiale. Diciamocelo, i colossi della tecnologia qui hanno un problema.
Un sondaggio riportato sempre da SEJ mostra che solo il 28% degli americani si fida delle informazioni provenienti da un assistente AI, contro il 70% che ancora dà credito ai motori di ricerca tradizionali. E quando si chiede agli utenti cosa aumenterebbe la loro fiducia, le risposte sono chiare: link visibili alle fonti, risposte provenienti da canali ufficiali e la possibilità di confrontare più fonti.
In poche parole, vogliono trasparenza.
Questa diffidenza è un’arma a doppio taglio. Da un lato, rallenta l’adozione incondizionata, ma dall’altro crea un’opportunità pazzesca per chi sa come distinguersi.
Mentre il traffico generato da strumenti come ChatGPT continua a dominare la scena e la quota di mercato complessiva di Google nella ricerca cala per la prima volta in modo significativo, si apre uno spazio per i brand che decidono di non essere solo una delle tante fonti anonime, ma “la” fonte affidabile.
Diventare l’autorità tematica in un settore ancora non reclamato significa proprio questo: costruire una reputazione così solida da essere la risposta che le persone cercano e di cui l’IA, alla fine, non può fare a meno di fidarsi.
La vera domanda, quindi, non è se entrare in questo nuovo gioco, ma come farlo prima che la porta si chiuda.

Autorità tematica, belle parole. Intanto la mia visibilità crolla e nessuno spiega come si fa. La solita fuffa per vendere corsi, immagino.
La prateria è piena di gente che scava oro col cucchiaino. L’autorità non si improvvisa, si costruisce. La maggior parte farà solo un gran buco nell’acqua, come sempre.
La maggior parte pianterà bandierine nel fango, solo qualcuno capirà che deve costruire le fondamenta.
Valerio Valentini, molti edificheranno su quelle fondamenta splendide cattedrali nel deserto. L’autorità non è una struttura, è il pellegrinaggio della gente verso di essa. Ma chi è pronto a guidare la processione?
Più che una prateria mi sembra il solito Far West per venditori di fumo; io preparo il mio banchetto, illudendomi che il mio sia migliore.
Benedetta, tutti vendono elisir di lunga vita. Io insegno a distillarlo meglio. Alla fine, il banco vince sempre e noi restiamo con la sete.
Benedetta, illudersi è lecito, ma l’autorità tematica la concede chi gestisce il casinò, non chi ha le carte migliori in mano.
Prateria, recinzioni, foraggio… la solita poetica del web. Alla fine è solo un’altra corsa all’oro digitale dove i primi che arrivano scavano e gli altri guardano. Mi domando quanti scheletri lasceremo su questa frontiera prima che venga completamente cementificata dai soliti noti.
Antonio, un’altra corsa per vendere pale e setacci a noi cercatori. Mi chiedo chi stia già vendendo le mappe con i fiumi d’oro.
Sara, le mappe le vende chi ha inventato questa prateria. È sempre la stessa storia, cambia solo il nome sul cartello. Alla fine il banco vince e gli altri continuano a scavare.
Mentre gli altri filosofeggiano sui recinti, io vedo un dato: un mercato quasi vuoto dove la fiducia, se costruita bene, diventa un asset quantificabile. È un’equazione con un risultato molto chiaro, basta solo mettersi al lavoro.
Questa prateria ha recinzioni invisibili. L’autorità è un guinzaglio dorato. L’AI decide chi mangia, ma chi ha scritto il suo menù?
La prateria è un miraggio, un pascolo digitale dove noi siamo il foraggio per le AI. L’autorità tematica è il nostro pedigree, certifica la qualità del pasto. Da manager, ne ammiro l’ingegneria economica.
Costruiamo cattedrali di contenuti su un terreno non nostro. Il proprietario prima o poi ci edificherà sopra. Che ne sarà allora delle nostre fondamenta?
Questa presunta prateria da conquistare ha già un proprietario che ci affitta le zappe per lavorarla. Una volta che l’autorità sarà costruita con i nostri dati, il recinto si chiuderà e noi resteremo fuori a guardare. Quando mai abbiamo guadagnato da queste corse all’oro?
@Paolo Pugliese E io, da bravo manager, affitto le zappe più costose. Costruiamo contenuti, loro si prendono il valore. La chiamano autorità. Ma per chi?
@Luciano Fiore La chiamano autorità per farci lavorare gratis. Costruiamo il loro recinto e lo chiamiamo giardino. Ma il giorno che cambieranno le regole del gioco cosa ci resterà in mano?
Coltivare il proprio spazio resta l’unica via. Il raccolto è un altro discorso.
@Melissa Romano Tranquilla, il raccolto arriverà, ma non sarà quello che ci aspettiamo. Saremo i contadini che coltivano dati per nutrire macchine pensanti, sognando un giorno di poter assaggiare i frutti del nostro lavoro. Un bellissimo incubo, non trovi?
Melissa Romano, il problema non è il raccolto, ma il feudo: coltiviamo orti per saziare un monarca digitale. Illudersi di possedere il terreno non è la più grande delle ingenuità?
Ci dicono di costruire giardini per nutrire la macchina. Ma la macchina non mangia fiori, costruisce autostrade. Forse dovremmo vendere asfalto.
Ci affanniamo a coltivare giardini tematici, ignorando che l’intera prateria sarà presto un parcheggio a pagamento per i soliti noti.
Autorità tematica? Parole. I colossi spingono i loro risultati. Noi piantiamo carote, loro costruiscono il supermercato e se le vendono da soli.
Ci affanniamo a diventare la carota più arancione dell’orto. L’AI, però, non ha occhi. Mastica e basta.
Paolo, l’AI non mastica a caso. Impara il sapore. Il punto è diventare il suo preferito.
Paolo Fiore, che l’AI non abbia senso estetico è evidente, ma la sua masticazione non è casuale: predilige i nutrienti che le abbiamo insegnato a riconoscere. Diventare il pasto più digeribile è il vero obiettivo.
Coltiviamo la nostra “autorità” come un orto prezioso, senza capire che stiamo solo preparando gli ingredienti per un banchetto a cui, temo, non saremo neanche invitati.
Noi non diamo il fieno, noi siamo il sapore. L’autorità tematica è un gusto unico. E se l’utente, un giorno, cercasse direttamente il sapore invece che il campo?
L’autorità è il nuovo fieno che diamo in pasto all’algoritmo di qualcun altro.
@Alessandra Lombardi Vero, è il loro algoritmo. Ma se il fieno glielo vendo io, va benissimo. Il punto è fatturare.
Ci vendono la corsa alla prateria, ma è un gioco di costruzioni. Loro danno i mattoncini, noi montiamo castelli di sabbia. Il padrone del gioco, alla fine, non cambia mai.
Mentre ci si affanna a coltivare l’orticello dell’autorità, il padrone del feudo deciderà il raccolto, lasciando ai vassalli le briciole della sua mensa.
Miriam Gallo, il nostro mestiere è arredare le celle con gusto. Il padrone di casa, però, non cambia. Restiamo sempre e solo degli inquilini.
Mi sale un’ansia pazzesca. Oltre a tutto il resto, ora dobbiamo diventare i tuttologi di fiducia di un’AI. È una rincorsa senza fine per produrre contenuti che poi spariscono nel nulla, per piacere a un algoritmo. A che pro tutta questa fatica?
Beatrice Benedetti, la fatica è vana solo per chi costruisce sul fango. L’autorità non è un contenuto, è un edificio. Pochi poseranno la prima pietra, gli altri si lamenteranno della pioggia. Lei da che parte vuole stare?
Praterie, giardini. Fuffa. C’è solo un gatekeeper e il suo bias. Il nostro unico lavoro è fare reverse engineering del suo modello. Chi perde tempo a parlare di “autorità” è già morto.
Non è una prateria. È un giardino con un solo giardiniere.
Eva Fontana, il giardiniere è uno. E non innaffia le erbacce. Il punto è dimostrare di essere una risorsa, non un’infestante da estirpare.
Eva Fontana, esatto. Un giardino dove il padrone di casa può sradicarti quando vuole. L’autorità è un’illusione, un permesso a tempo. L’unica cosa che conta è capire le regole del giardiniere prima degli altri e produrre per lui. Il resto è fuffa.
Questa corsa all’oro per l’autorità tematica non mira a persuadere gli utenti, ma a diventare la fonte prediletta con cui gli algoritmi plasmeranno la percezione collettiva. È un’audizione per diventare l’eco dominante, non un dialogo con le persone.
Nicola Caprioli, “eco dominante” è la definizione perfetta. Quindi il mio lavoro è diventato scrivere manuali per macchine, non per clienti. E poi ci lamentiamo se il pubblico è sordo. Curioso.
@Nicola Caprioli Esatto, un’audizione per diventare il ventriloquo preferito dell’algoritmo che ci lobotomizzerà tutti.
Chiamatela “autorità tematica” o come preferite, è la solita corsa all’oro dove i primi recintano tutto e gli altri setacciano la polvere. È tenero vedervi discutere di arredamento mentre le concessioni sono già state assegnate a tavolino. Chi credete stia scrivendo le regole del gioco?
Tutti a costruire questa “autorità tematica”, come se arredassimo con cura una casa che domani ci verrà espropriata. E se fossimo solo operai ignari?
Quel 89% è solo il rumore di fondo di un mercato che non esiste ancora, un’enorme pozzanghera di dati irrilevanti. Si costruisce “autorità” su domande che nessuno si poneva, sperando che l’AI decida che valiamo qualcosa. Quale sarà il tasso di conversione di questa fiducia?
Questa prateria digitale sarà un cimitero di brand. L’autorità è un’illusione edificata su dati. Chi porterà i fiori sulle macerie?
La fiducia umana, sottoprodotto accidentale della fiducia che si vende direttamente all’algoritmo.
Una prateria da recintare con muri di “autorità”. La fiducia non si costruisce, fiorisce spontanea. Stiamo seminando cemento aspettando che nascano fiori?
I fiori spontanei appassiscono nel deserto informativo; l’autorità non è un muro, ma l’alveo scavato per guidare il fiume della fiducia verso una sorgente verificata. Le persone cercano canali sicuri, non la prateria.