Le regole del digitale stanno cambiando.
O sei visibile o sei fuori. Noi ti aiutiamo a raggiungere i clienti giusti — quando ti stanno cercando.
Contattaci ora →
Demis Hassabis, fondatore di DeepMind, si sposta a un ruolo più strategico in Alphabet, mentre veterani come Jeff Dean lasciano l’azienda per nuove sfide, evidenziando le tensioni tra ricerca e obiettivi commerciali.
La riorganizzazione ai vertici di Google AI, con la promozione di Demis Hassabis e l'addio di veterani come Jeff Dean, svela una profonda crisi. Nonostante investimenti miliardari, l'azienda fatica a trattenere i talenti migliori, schiacciati dalla pressione commerciale e dalla burocrazia, rischiando così di perdere la sua leadership innovativa a favore di rivali più agili.
Un cambio al vertice che nasconde molto di più
Google sta cambiando le carte in tavola nella sua divisione di intelligenza artificiale, e diciamocelo, la mossa è di quelle che fanno discutere. Demis Hassabis, il fondatore e mente di DeepMind, fa un passo indietro dalla gestione quotidiana.
Ufficialmente, viene promosso a un ruolo più strategico: diventa presidente di Google DeepMind e “Chief Scientist” di tutta Alphabet. In pratica, si occuperà della visione a lungo termine, della ricerca sull’intelligenza artificiale generale (AGI) e di assicurarsi che “tutto vada bene per l’umanità”.
Una dichiarazione d’intenti nobile, certo, ma suona anche un po’ come un elegante allontanamento dalle pressioni commerciali di tutti i giorni.
A prendere in mano le redini operative di DeepMind sarà Koray Kavukcuoglu, un veterano del laboratorio. La sua nomina segnala un cambio di passo evidente: si passa da un leader-visionario a un leader-ingegnere, con il compito di trasformare la ricerca avanzata in prodotti concreti e profittevoli, come la famiglia di modelli Gemini.
Questa mossa, come descritto da Ars Technica, evidenzia la tensione interna tra le ambizioni scientifiche a lungo termine e l’urgenza di monetizzare l’enorme investimento di Google nell’AI.
Ma mentre Hassabis sale a un ruolo più “filosofico”, c’è chi, al contrario, ha deciso di sbattere la porta.
L’addio dei veterani: una fuga di cervelli o una nuova frontiera?
La notizia della riorganizzazione è arrivata insieme a un altro scossone, forse ancora più significativo: Jeff Dean, uno degli ingegneri più influenti di Google e considerato da molti il “cervello” tecnico dell’azienda, se ne va.
Dopo 27 anni.
Non si tratta di un pensionamento anticipato: Dean sta fondando una sua startup, Discovery Loop, insieme ad altri pezzi da novanta della ricerca di Google, come Oriol Vinyals e Quoc Le.
Stiamo parlando delle persone che hanno costruito le fondamenta dell’infrastruttura AI su cui si regge l’intera azienda.
Vedere talenti di questo calibro che abbandonano la nave per creare una “public benefit corporation” – un’organizzazione con scopi di beneficio pubblico – fa sorgere qualche dubbio.
È un segnale che i veri innovatori non riescono più a respirare tra le mura di un colosso come Google, schiacciati dalla burocrazia e dalla pressione di lanciare prodotti a tutti i costi?
La preoccupazione, che serpeggia tra gli analisti, è che Google stia perdendo proprio le menti più esperte, quelle capaci di guidare la prossima ondata di innovazione.
E questa fuga di talenti, unita a una concorrenza che non dorme mai, solleva una domanda scomoda: Google sta perdendo il controllo della sua stessa creatura?
Tra miliardi spesi e la vera sfida: tenere il passo (e le persone)
Il quadro si complica se guardiamo ai numeri. Alphabet sta investendo cifre astronomiche nell’intelligenza artificiale, con stime che parlano di circa 190 miliardi di dollari nel 2026.
Eppure, nonostante questo fiume di denaro, l’azienda sembra faticare a trattenere i suoi talenti migliori, che sempre più spesso scelgono rivali come Anthropic o decidono di mettersi in proprio.
Questo rimescolamento ai vertici ha aumentato le preoccupazioni degli investitori sulla capacità di Google di rimanere competitiva.
La verità è che la riorganizzazione interna sembra un tentativo di risolvere un problema profondo: la difficoltà di bilanciare la ricerca pura, che richiede tempo e libertà, con la necessità di competere sul mercato contro avversari agili come OpenAI.
Mettere Hassabis in un ruolo di supervisione scientifica per tutta Alphabet potrebbe portare coerenza, ma solo se la sua voce avrà un peso reale sulle decisioni commerciali.
Altrimenti, il rischio è che sia solo una mossa di facciata, mentre la vera sfida rimane la stessa: dimostrare di poter ancora produrre innovazione all’avanguardia, mantenendo al tempo stesso un ambiente in cui i migliori cervelli del mondo vogliano ancora lavorare.
Le crepe nel muro di Mountain View iniziano a vedersi.

Chiamatela “riorganizzazione” per suonare eleganti, ma è il panico di chi trasforma i laboratori di ricerca in reparti vendite. L’uscita diventa l’unica opzione.
I colossi diventano prigioni dorate, poi i topi più furbi abbandonano la nave.
Un’azienda matura che non riesce a gestire le sue menti più brillanti finisce per fertilizzare il terreno per le startup concorrenti. Quale sarà il prossimo DeepMind nato da queste ceneri?
Claudio, da queste ceneri non nasce una macchina migliore. Nasce la persona, libera dalla prigione del profitto. Non è questa la vera meta?
Marta, la liberazione dell’individuo è un dato. La domanda è se questa diaspora di talenti porterà a un progresso condiviso o a percorsi isolati.
Promosso per non disturbare. I talenti veri non aspettano il permesso, cambiano semplicemente tavolo. Quanti restano lì solo per lo stipendio?
Il talento è un flusso, non una risorsa da trattenere. Le grandi visioni richiedono coraggio, a volte anche quello di lasciare un porto sicuro.
Promuovono il capitano per togliergli il timone, mentre i migliori abbandonano la nave. Stanno solo riorganizzando le sedie a sdraio sul ponte?