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Contattaci oraI dati attuali si basano su impressioni fuorvianti che non riflettono la reale visibilità dei contenuti nelle risposte AI, un limite riconosciuto dalla stessa Google tramite John Mueller.
Google ha ammesso ufficialmente, tramite John Mueller, che i nuovi report sull'IA in Search Console sono inefficaci. Il problema principale risiede nel calcolo delle 'impressioni', un dato fuorviante che non riflette la visibilità reale dei link nelle risposte generate dall'IA. Questo lascia i professionisti del settore senza strumenti validi per misurare le performance, in attesa di una soluzione che tarda ad arrivare.
Search Console e AI: Google ammette il problema, ma la soluzione dov’è?
Se negli ultimi tempi hai dato un’occhiata ai nuovi report sull’intelligenza artificiale in Search Console, potresti aver avuto una strana sensazione.
Quella di guardare dei numeri che, in qualche modo, non tornano.
Una sensazione di opacità, come se ti stessero mostrando solo una piccola parte della storia.
Beh, sappi che non era solo una tua impressione. Adesso è ufficiale: Google stessa, per bocca di uno dei suoi volti più noti, ha ammesso che questi report, così come sono, servono a poco.
Questa non è una critica che arriva da un SEO scontento, ma una conferma che viene direttamente da John Mueller, Search Advocate di Google.
Ha convenuto che creare un report per le performance dell’IA “in un modo che sia utile” è difficile, confermando di fatto che lo strumento attuale non permette a chi fa il nostro mestiere di capire davvero come i contenuti si comportano nei risultati generati dall’IA.
Ma il vero problema non è solo quello che manca, è che quello che c’è rischia di essere fuorviante.
E qui la faccenda si complica.
L’illusione della visibilità: impressioni che non contano
Il punto centrale della questione sta tutto qui: i dati che Google ci fornisce oggi si basano quasi esclusivamente sulle “impressioni”. In pratica, ti dicono quante volte un tuo URL è apparso all’interno di una AI Overview o nella modalità AI della ricerca.
Bello, dirai tu.
Peccato che manchi tutto il resto: per quale query? In che posizione? Era visibile o nascosto in fondo alla risposta?
Niente di tutto questo.
È come se ti dicessero che la tua pubblicità è finita su un giornale, senza dirti in che pagina e se qualcuno l’ha effettivamente letta.
A peggiorare le cose, c’è il modo in cui queste impressioni vengono calcolate. Come riportato da Search Engine Journal, Google tratta l’intera risposta dell’AI come un unico blocco. Questo significa che se il tuo link è lì dentro, magari è l’ultimo di una lunga lista visibile solo dopo un click su “Mostra altro”, per Search Console ha la stessa identica “posizione” del primo link in bella vista.
E non è finita: un’impressione può essere registrata anche se l’utente non ha mai scrollato la pagina fino a vedere la tua citazione. Capisci bene che un dato del genere non solo è inutile, ma rischia di farti prendere decisioni basate su una visibilità che, nei fatti, non esiste.
Di fronte a un quadro così, la domanda sorge spontanea: qual è la giustificazione di Google?
La “scusa” ufficiale: è troppo complicato
Di fronte a queste critiche, la risposta di Google, per bocca del già citato Mueller, è stata una sorta di alzata di spalle.
La giustificazione?
In sostanza, è che il mondo delle ricerche potenziate dall’IA è troppo diverso e complesso per essere ingabbiato nelle vecchie metriche. Secondo lui, con layout non lineari e risposte interattive, il concetto di “posizione media” diventa fuorviante. E certo, su questo si può anche essere d’accordo.
Il modello classico dei “10 link blu” è ormai superato.
Il punto, però, è un altro: se il vecchio sistema non va più bene, perché non ne hai ancora uno nuovo che funzioni? Lasciare i professionisti e le aziende con dati incompleti o palesemente distorti non sembra una gran soluzione.
Suona più come un “il sistema è complesso, per ora accontentatevi di questo”.
Un approccio che lascia perplessi, soprattutto perché nel frattempo Google spinge sempre di più verso un’esperienza di ricerca dominata dall’IA, senza però fornire a chi crea i contenuti gli strumenti adeguati per misurarne l’impatto reale.
Cosa resta in mano a noi?
Quindi, qual è il succo della questione?
Google ha ammesso candidamente che i suoi strumenti di misurazione per l’AI non sono adeguati, ma al tempo stesso non ha offerto una tabella di marcia per una soluzione. Questo ci lascia in una posizione scomoda: da un lato dobbiamo fare i conti con un traffico potenzialmente influenzato da queste nuove dinamiche, dall’altro non abbiamo dati affidabili per capire cosa sta succedendo e dimostrare il ritorno degli investimenti fatti.
Per ora, la lezione è chiara: quei numeri sulle impressioni AI in Search Console vanno presi con le pinze, ma con pinze molto, molto lunghe.
Sono un indicatore grezzo, forse utile a capire se il proprio contenuto viene preso in considerazione dall’algoritmo, ma assolutamente inadatto a misurare una performance concreta.
Perché una visibilità che non è reale e che non puoi misurare, alla fine, a chi serve?

Ci danno una bussola che punta a sud e la chiamano trasparenza. Intanto noi affondiamo sereni, con i nostri bei report vuoti.
Google ammette il problema, un gesto di nobiltà disarmante. Intanto le mie PMI clienti mi chiedono report basati sul nulla cosmico che chiamano ‘dati’. È bello vedere il nostro lavoro ridotto a interpretare l’oroscopo. Quando inizieremo a fatturare per le sedute spiritiche?
@Paola Caprioli Presentiamo fuffa ai clienti con grafici eleganti. La nostra professione è finita?
@Paola Caprioli, le mie startup le guido con i fondi di caffè. Lavoro nobilissimo.
Dati opachi, impressioni inutili. Lo chiamano “report”, io la chiamo presa in giro. Da analista, vedere questi numeri mi offende. Google ci tratta come dilettanti, ma la pazienza di tutti prima o poi finisce.
@Federica Testa Peggio che dilettanti. Ci vendono fumo e noi ci basiamo il lavoro. Per mesi ho guardato quei numeri sentendomi un incapace. Ora come ne usciamo, con un altro grafico inutile?
@Federica Testa Google ci porge una mappa sfuocata. Non è malizia, è un motore che ancora non si capisce. Guardiamo il riflesso dell’acqua.
Dati inutili, strumenti inefficaci. Non sembra un bug, ma un design preciso. Stanno testando la nostra soglia di sopportazione prima di cambiare le regole del gioco?
Mentre la loro macchina impara dai nostri contenuti, ci è concesso di guardare un contachilometri rotto, un gesto di squisita noncuranza.
@Francesco Messina Un contachilometri rotto, esatto. Il problema è che io poi devo spiegare la rotta al mio capo. Gli porto una mappa disegnata a mano, con i pastelli. Per dare un’aria professionale al report.
@Francesco Messina Ci hanno dato un volante senza ruote. Navighiamo a vista in una nebbia creata da loro. Come dovrei tracciare la rotta ora?
@Enrica Negri La rotta te la indicano loro, dritta verso il baratro. Tu devi solo remare e tacere. Questo è il nuovo patto, e a molti sembra andare bene così.
@Francesco Messina Tacere equivale a firmare una resa. Ci chiedono di navigare alla cieca, con strumenti inutili, mentre loro si tengono la rotta. La cosa che mi logora è il silenzio di chi crede ancora sia un viaggio e non una deriva controllata.
Prima creano il caos, poi vendono la mappa. Una mossa classica. Noi lavoriamo gratis per addestrare i loro sistemi, mi pare evidente.
@Eva Fontana Il nostro lavoro diventa carburante per una macchina che non comprendiamo. Ci mostrano ombre cinesi sul muro, non la realtà. Quale valore resta nelle nostre mani alla fine della giornata?
Io dovrei formare persone su dati che sono il nuovo oroscopo, praticamente fuffa su cui basiamo il lavoro. A me sembra una follia totale.
@Silvia Graziani, almeno l’oroscopo ha una sua coerenza interna. Qui ci vendono la mappa del tesoro, ma l’isola non è mai esistita. Come si misura il nulla?
Creano un buco nero di dati. Poi ammettono che è buio. Chissà quale costoso telescopio vorranno venderci per guardarci dentro.
Ci vendono la loro ammissione di colpa come un gesto di trasparenza, ma è solo PR per tenerci occupati con dati inutili mentre ci erodono visibilità. Chi ci crede ancora?
@Alessandra Lombardi, questa non è PR, è la normalizzazione del black box: ci abituano a dati inutili così smettiamo di misurare quanto valore ci stanno togliendo. La nebbia è la nuova metrica.
@Alessandra Lombardi Osserviamo il prestigiatore che svela un trucco per eseguirne uno migliore.
Ci stanno vendendo il problema come un’anteprima della soluzione, geniale mossa di marketing.
@Riccardo Cattaneo, definire ‘mossa di marketing’ questo teatro dell’assurdo è un complimento. Ci stanno addestrando a navigare alla cieca, mentre loro sono gli unici ad avere il visore notturno.
@Riccardo Cattaneo, ci abituano al buio con una candela spenta, chiamandola anteprima del sole.
Ci servono dati in una scatola nera chiamandola trasparenza, un ossimoro geniale per mascherare il vuoto. Questa ammissione di colpa senza una soluzione è un diversivo teatrale, mentre il nostro lavoro evapora in un algoritmo. Ma noi cosa dovremmo misurare, l’aria fritta?
@Alberto Parisi, altro che aria fritta. Questa è una distrazione di massa. Ci confessano il fumo per nascondere l’arrosto. Noi intanto lavoriamo con le briciole che ci lasciano. Che generosi.
@Carlo Ferrari, ci danno le briciole per abituarci alla fame. È un addestramento, non un report.
Le loro “impressioni” sono solo rumore statistico. Un dato inutile non è un dato.