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Google ha pagato cento siti per i contenuti AI

Scritto da
Anita Innocenti
Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.
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Il programma coinvolge circa cento testate, ma per molte le somme ricevute valgono meno di mille dollari

Google paga circa cento siti web per i contenuti usati dall'intelligenza artificiale, ma gli importi risultano molto disomogenei: un editore supera il milione di dollari all'anno, altri ricevono meno di mille dollari in più mesi. Il programma appare più una tutela legale che un modello di business, mentre Google sperimenta il grounding come criterio selettivo.

I numeri, ancora una volta, raccontano una storia diversa dal comunicato. Google paga circa cento siti web quando i loro contenuti alimentano le risposte generate dall’intelligenza artificiale: lo ha rivelato martedì scorso The Information, la testata che ha pubblicato le cifre. La notizia sembra restituire agli editori un posto nel nuovo mercato dell’AI. Poi guardi le somme e capisci che, per molti, il programma è poco più che simbolico.

Prendiamo i dati. Un editore che ha aderito presto al programma supera il milione di dollari all’anno: per lui, secondo The Information, è una quota significativa dei ricavi. Dall’altra parte, diversi siti più piccoli hanno ricevuto meno di mille dollari in più mesi. E per alcuni siti di piccole e medie dimensioni i pagamenti valgono meno di un decimo dell’1% dei ricavi pubblicitari.

La forbice: cento siti, ma i soldi veri arrivano solo a pochi

La forbice è il dato che salta all’occhio. Da una parte c’è chi ha firmato per tempo e ora incassa più di un milione di dollari l’anno, un’entrata che pesa davvero sul bilancio. Dall’altra ci sono diversi editori per i quali il programma vale meno di mille dollari spalmati su più mesi: cifre che, per un piccolo progetto editoriale, hanno un impatto quasi nullo. The Information stima che, per alcuni siti piccoli e medi, i pagamenti di Google rappresentino meno di un decimo dell’1% dei ricavi pubblicitari. Una goccia, insomma, in bilanci che continuano a dipendere quasi interamente dalla raccolta classica.

Viene da chiedersi: come si spiega che un programma di pagamento ai siti produca una disparità così netta? La risposta non sta tanto nella qualità dei contenuti, quanto nella storia e nella logica con cui il programma è stato costruito.

Dietro le cifre: una foglia di fico legale, non un modello di business

Il programma di pagamento agli editori non nasce da zero, e chi lo osserva da vicino non fatica a leggerlo in chiave difensiva. È stato criticato perché creerebbe dipendenza finanziaria negli editori e proteggerebbe Google da rivendicazioni legali sull’uso del giornalismo, come ricostruito da Tech Policy Press. Tradotto: pagare, anche poco, serve a poter dire che i contenuti sono concessi in licenza e che gli editori sono partner, non parti lese.

I critici non usano giri di parole. Come riporta Digiday, secondo loro il programma assomiglia meno a un pagamento significativo e più a una foglia di fico legale. E la previsione era già stata formulata a fine 2024 da Nieman Lab: la maggior parte degli editori non otterrà ricavi significativi dalla concessione in licenza dei contenuti alle aziende tecnologiche. L’analisi di Nieman Lab metteva in guardia proprio su questo punto: gli accordi legati all’AI, salvo casi isolati, non diventeranno una fonte di reddito rilevante per la maggior parte degli editori.

Se il pagamento diretto serve soprattutto a proteggersi, resta la domanda: cosa sta davvero costruendo Google per il futuro dell’AI? Forse la risposta non è nei bonifici ai cento siti, ma in un esperimento diverso.

Oltre i pagamenti: il vero obiettivo è il grounding

La risposta arriva dalle sperimentazioni in corso, non dalle cifre del programma. Google sta testando un nuovo modello di partnership con i siti web i cui contenuti contribuiscono in modo significativo alla freschezza e alla fattualità delle risposte di intelligenza artificiale generativa, attraverso quello che tecnicamente si chiama grounding: ancorare le risposte a fonti reali e verificabili, invece di lasciare che il modello risponda soltanto sulla base di ciò che ha imparato in fase di addestramento. Lo ha annunciato la stessa azienda in un documento di public policy.

Qui il discorso cambia. Non si tratta più di pagare un sito per il semplice fatto che i suoi testi sono stati usati: si tratta di selezionare fonti che rendono le risposte più aggiornate e verificabili. È un criterio diverso, e potenzialmente più selettivo. Resta da capire se i piccoli editori troveranno spazio in questo modello o resteranno a guardare, con i loro mille dollari diluiti su mesi.

Per chi fa impresa online, il quadro è questo: i ricavi da licenza AI resteranno marginali per la maggior parte degli editori. La partita si sposta sulla capacità di diventare fonti primarie e qualificate per il grounding delle risposte generate, non sulla mera concessione dei contenuti. Chi produce dati freschi, verificabili e difficili da trovare altrove avrà un ruolo; chi si limita a sperare nel bonifico, probabilmente no.

L'autore

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

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