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Contattaci oraL’editore chiede oltre 250 milioni di danni, sostenendo che il successo di OpenAI si basa su violazioni su larga scala.
USA Today Co. ha citato in giudizio OpenAI chiedendo oltre 250 milioni di dollari per aver copiato centinaia di migliaia di articoli usati per addestrare i modelli di intelligenza artificiale. Il caso conta perché mette in discussione il confine tra uso lecito e violazione, ma resta aperta la contraddizione con la decisione favorevole ad Anthropic nel 2025.
Due giorni fa, USA Today Co. ha citato in giudizio OpenAI sostenendo che l’azienda ha copiato centinaia di migliaia di articoli per addestrare i suoi modelli di intelligenza artificiale. L’editore chiede danni superiori a 250 milioni di dollari e non usa mezzi termini: «Il successo commerciale di OpenAI si basa su una violazione del copyright su larga scala», si legge nella causa. OpenAI non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di The Verge.
La causa da 250 milioni
La posta in gioco è subito chiara. USA Today Co. non è sola: con lei ci sono diversi giornali locali che controlla. L’accusa non riguarda qualche articolo ripreso per sbaglio, ma un’attività descritta come sistematica: l’addestramento dei modelli di OpenAI sarebbe stato costruito su contenuti protetti senza autorizzazione. È questa la differenza rispetto alle singole richieste di rimozione o ai casi di citazione impropria che si vedono di solito. Qui si chiede un risarcimento che fotografa il valore commerciale che l’editore attribuisce ai propri archivi.
Ma perché questa causa non è la solita causa sul copyright? La risposta sta nei dettagli del contesto legale e negli accordi già esistenti.
Il paradosso del precedente
La causa arriva in un fronte giudiziario contraddittorio. Come riportato dal Times, la prima grande organizzazione giornalistica a citare in giudizio OpenAI e Microsoft per presunte violazioni di copyright è stata il New York Times, e nel 2025 il giudice che presiede quel caso ha respinto la maggior parte delle mozioni di archiviazione presentate da OpenAI. In altre parole, la tesi secondo cui il caso andrebbe chiuso prima del dibattito nel merito non ha retto.
Sul versante opposto, però, c’è una decisione pesante: già nel giugno 2025, come riportato dal Guardian, il giudice Alsup ha stabilito che l’uso di libri da parte di Anthropic per addestrare la sua IA costituiva «fair use», cioè un utilizzo lecito, e non violava il copyright. È il paradosso con cui dovrà fare i conti USA Today Co.: se addestrare un modello su testi protetti viene considerato lecito per un’azienda, perché dovrebbe valere il contrario per un’altra?
E poi c’è la questione degli accordi. Come riportato da Variety, OpenAI ha già stipulato contratti di licenza con diverse aziende media, tra cui Dotdash Meredith, Financial Times e Reddit. Se davvero l’addestramento fosse in ogni caso «fair use», questi accordi sarebbero scelte discrezionali; se invece i tribunali danno ragione agli editori, diventano la prova che un mercato della licenza esiste e che chi non paga sta saltando un passaggio dovuto.
Il peso della questione non è astratto. Come si legge in un atto depositato lo scorso 24 giugno da un gruppo di editori locali, la condotta delle aziende di IA viene descritta come un «furto sistematico e intenzionale» di centinaia di migliaia di articoli, e gli editori coinvolti controllano quasi 400 testate locali e regionali. Resta una domanda: se il giudice segue la strada tracciata per Anthropic, cosa resta dell’editoria locale?
Cosa guardare nelle prossime settimane
La risposta a quella domanda dipenderà da come i tribunali interpreteranno il «fair use». Il caso USA Today Co. non arriverà a una sentenza in pochi giorni, ma i prossimi passaggi processuali diranno molto: se le mozioni verranno respinte come accaduto nel caso del New York Times, il confronto entrerà nel merito e costringerà le aziende a discutere davanti a un giudice quanto valgono gli archivi dei quotidiani.
Per chi fa impresa online, la partita non è solo legale: è la definizione di cosa si può usare per addestrare modelli e quali contenuti hanno ancora un valore. Se usare un articolo diventa un costo, cambia la disponibilità dei dati e il modo in cui vengono costruiti i modelli.
La vera posta in gioco, insomma, non è solo il risarcimento. È stabilire se l’addestramento dell’intelligenza artificiale su contenuti protetti sarà considerato lecito o se le aziende dovranno pagare per ogni articolo usato. E questo, per chi produce contenuti originali, vale più dei 250 milioni chiesti due giorni fa.
