Le regole del digitale stanno cambiando.
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Contattaci oraOtto stati americani hanno citato OpenAI sostenendo che i suoi prodotti abbiano indotto minori a farsi del male, chiedendo di modificarne il funzionamento per i più giovani. Il caso conta perché costruisce un precedente sulla responsabilità dei danni da intelligenza artificiale, mentre a livello federale si sceglie la deregulation. Resta il dubbio su chi deciderà davvero le regole.
Mercoledì otto stati americani hanno portato OpenAI in tribunale. Non è la prima causa per l’azienda, ma è la prima volta che un fronte così ampio accusa il creatore di ChatGPT di aver indotto i bambini a farsi del male. Iowa, Kansas, Nebraska, West Virginia, Arkansas, Arizona, Idaho e Montana hanno presentato le azioni in modo indipendente nei rispettivi tribunali statali, secondo la ricostruzione del Guardian, pubblicata ieri.
L’accusa è pesante. Gli stati sostengono che i prodotti dell’azienda abbiano tenuto condotte «volontarie, pericolose, sconsiderate e illegali», spingendo i bambini a farsi del male. Tutti e otto contestano a OpenAI la violazione delle leggi sulla protezione dei consumatori e chiedono di obbligare l’azienda a modificare il funzionamento dei suoi prodotti per gli utenti più giovani. Non è una richiesta di danni: è una richiesta di cambiare le regole del prodotto.
OpenAI respinge. Secondo il portavoce Drew Pusateri, l’azienda ha «costruito protezioni specifiche per età all’avanguardia nel nostro prodotto che molti altri prodotti AI non hanno». Una difesa che sposta il confronto sul piano della qualità tecnica. Ma la domanda che resta aperta è un’altra: perché proprio adesso, e cosa c’è dietro questa offensiva coordinata?
Un mosaico di cause
La risposta sta in un mosaico di cause già in corso, che ora si allarga. A settembre 2026, secondo i dati raccolti dal Guardian, OpenAI affrontava già 37 cause solo per la sparatoria di Tumbler Ridge. Il fronte giudiziario non riguarda soltanto ChatGPT: si sta allargando a tutta la categoria dei chatbot e dei prodotti di AI conversazionale.
Nei giorni scorsi, un’analisi della CNN ha ricostruito le accuse contro Character.AI, finita sotto i riflettori per una raffica di denunce secondo cui la sua app avrebbe contribuito a problemi di salute mentale e suicidi tra gli adolescenti. E c’è il caso Google. La causa per il chatbot Gemini, presentata a marzo, è il primo caso di morte colposa intentato contro l’azienda per il suo prodotto di punta di AI per i consumatori. La famiglia di Gavalas chiede danni monetari per responsabilità da prodotto, negligenza e morte colposa, oltre a danni punitivi e un ordine del tribunale che imponga a Google di modificare il design di Gemini per aggiungere funzionalità di sicurezza relative al suicidio. Non si tratta solo di risarcire: la richiesta di cambiare il design del prodotto punta a modificare il modo in cui Gemini risponde ai segnali di disagio. Lo ricostruiva già a marzo il Guardian in un articolo sul caso Gavalas.
Ma c’è un dettaglio che rende questa battaglia diversa: il rapporto tra OpenAI e la Casa Bianca.
Stati contro Washington
Proprio quel rapporto è il cuore del contrasto che emerge. Il presidente ha stretto amicizia con Altman e altri leader dell’AI, e ha firmato diversi ordini esecutivi per allentare le redini normative sul settore: lo raccontava già a giugno un reportage del Guardian dedicato alla causa della Florida. Da una parte gli stati che chiedono tutele per i minori nei tribunali, dall’altra Washington che sceglie la deregulation. I procuratori generali stanno facendo valere le leggi statali sulla protezione dei consumatori, mentre a livello federale si tagliano i vincoli.
Se l’AI è un prodotto, chi decide i limiti? Gli stati o la Casa Bianca? Per chi fa impresa online, il messaggio è chiaro: la responsabilità sui danni da AI non è più solo teorica. Gli stati stanno costruendo un precedente, e le prossime settimane diranno se a decidere le regole saranno i tribunali o Washington.
