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Contattaci oraRisposte automatiche Google triplicate sulle ricerche di brand, clic in prima posizione calano al 58%
Le AI Overviews di Google, comparse sul 39,4 per cento delle ricerche desktop negli Stati Uniti, hanno ridotto il tasso di clic sulla prima posizione fino al 58 per cento. Il dato conta perché sposta il controllo della narrativa di marca fuori dal sito aziendale, dentro una sintesi che può attingere a fonti esterne. Resta però una coincidenza temporale, non un nesso causale dimostrato.
Non serve più arrivare primi su Google: la risposta che conta, ormai, la scrive qualcun altro. L’ultima fotografia del fenomeno arriva da un’analisi pubblicata da MarketScale, che mette in fila una serie di dati difficili da ignorare per chiunque faccia impresa online.
Il 58% dei clic che svaniscono
Il dato di partenza è netto. Secondo i dati pubblicati da DemandSphere, lo scorso settembre le AI Overviews sulle ricerche di brand sono più che triplicate. In parole semplici: quando un utente digita il nome di un’azienda su Google, sempre più spesso la prima cosa che vede è una risposta sintetica generata dall’intelligenza artificiale, posizionata sopra i risultati tradizionali.
Non è un fenomeno di nicchia. Secondo Comscore, a giugno 2026 le AI Overviews comparivano già sul 39,4% delle ricerche desktop di Google negli Stati Uniti. Quattro ricerche su dieci. E dove compaiono, il traffico in uscita si assottiglia in modo misurabile.
Il numero che dovrebbe far riflettere è quello di Ahrefs: analizzando 300.000 parole chiave e confrontando dicembre 2023 con dicembre 2025, lo studio ha rilevato che dove appare un’AI Overview il tasso di clic sulla pagina in prima posizione cala fino al 58%, passando dal 7,3% all’1,6%.
Non è l’unica misurazione. Uno studio di Seer Interactive su 3.119 query informative ha rilevato un calo del CTR organico del 61%, dall’1,76% allo 0,61%. E i publisher lo sentono direttamente: i referral di Google Search verso la rete Chartbeat sono calati del 40,2% su base annua tra luglio 2025 e luglio 2026.
In sintesi: più AI Overviews, meno clic, meno traffico in uscita da Google verso i siti. Il 58% non è un numero astratto. È la percentuale di visite che possono sparire quando Google decide di rispondere al posto tuo.
Il paradosso dell’anti-spam
Ma se il calo dei clic è ormai misurabile, c’è un secondo elemento che rende la situazione più delicata: la tempistica. Nei giorni scorsi Google ha concluso un intervento di pulizia dei risultati su scala globale. Lo spam update di settembre 2026 è iniziato il 24 settembre e si è concluso l’8 ottobre, applicandosi a livello globale e a tutte le lingue.
Leggiamolo per quello che è: un aggiornamento annunciato per eliminare contenuti di bassa qualità dai risultati di ricerca. Un gesto, sulla carta, a favore della qualità. Ma mentre da un lato Google ripulisce la rete dallo spam, dall’altro estende le risposte automatiche che trattengono l’utente nella sua pagina di risultati, senza portarlo sul sito che ha prodotto la risposta originale. Due movimenti che insieme cambiano le regole per chi possiede un brand: meno spam in circolazione, ma anche meno clic in arrivo.
La coincidenza temporale non prova un collegamento causale. Ma rende più chiara una tensione: mentre Google decide cosa è spam e cosa no, decide anche cosa l’utente deve leggere in sintesi. E sono due poteri che viaggiano nella stessa mano.
Quando il tuo brand non ti appartiene più nei risultati
Qui la domanda non è più se perderai traffico, ma chi risponderà al posto tuo quando un utente cerca il tuo nome. E i numeri cominciano a dare una risposta. Secondo i dati DemandSphere pubblicati da Semrush, il 1° settembre le AI Overviews comparivano per il 26,12% delle query di brand monitorate. Più di una su quattro.
Il punto non è solo la quantità, ma il controllo. Come ha spiegato Chris Long su Search Engine Journal, i concorrenti o fonti esterne possono ora controllare la narrativa del tuo brand direttamente nei risultati di ricerca. Non è più il tuo sito a decidere il primo messaggio che un utente associa al tuo nome: è la sintesi che Google genera, e che può attingere a fonti che non controlli.
Per chi fa impresa online, le implicazioni sono concrete. Il posizionamento organico resta importante, ma non basta più: se la risposta che conta è quella che Google scrive sopra i risultati, la battaglia per la visibilità si sposta dentro quell’anteprima. E lì le regole non le scrivi tu.
Il messaggio, alla fine, è uno solo: il branding non si gioca più soltanto sul tuo sito, ma nella risposta sintetica che Google sceglie di mostrare. E quella, oggi, non è più sotto il tuo controllo.
