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Contattaci oraDal 9 ottobre ChatGPT ha smesso di dichiararsi come fonte del traffico, secondo un'analisi su circa 500 pagine che registra un calo di circa 31.000 visite giornaliere attribuite all'assistente e un aumento di circa 26.000 visite dirette. Il traffico non è scomparso, ma è stato riclassificato, e la riserva riguarda la trasparenza: senza etichetta di provenienza diventa impossibile sapere quali risposte generano clic.
Lo documenta un post su LinkedIn che riporta i dati di più account: dal 9 ottobre tutti i siti con traffico significativo da AI Assistant in GA4 hanno registrato un calo tra il 22% e il 57%. In pratica, ChatGPT ha smesso di dichiararsi come fonte del traffico e ha impedito al sito di destinazione di sapere da dove arriva il visitatore.
L’analisi di Cedric Huesler di Adobe lo conferma: ha preso circa 500 pagine in cui ChatGPT generava almeno il 5% delle visite, confrontando il periodo 9-13 ottobre con la settimana precedente. Il risultato è un calo di circa 31.000 visite giornaliere attribuite a ChatGPT e un aumento di circa 26.000 visite dirette al giorno, sulle stesse pagine. Il traffico non è diminuito: ha cambiato nome.
Chi guarda i report vedrà un crollo del traffico dall’AI Assistant, ma se confronta con il traffico diretto nello stesso periodo noterà il trasferimento. Il problema è che senza l’etichetta di provenienza non puoi più sapere quale risposta di ChatGPT ha generato il clic, né su quali pagine. La domanda è inevitabile: perché ChatGPT dovrebbe rendere invisibile il proprio traffico? La risposta non è tecnica, è strategica.
Link sì, etichetta no: la battaglia per l’attribuzione
Secondo Tomek Rudzki di Peec AI, ChatGPT mette un link diretto a un sito nel 42% delle risposte, rispetto all’8-10% precedente, e il 54% di quei link punta alla homepage. In altre parole: ChatGPT non ha smesso di mandare persone sui siti, ha smesso di dire che è stato lui a mandarle.
Google spinge nella direzione opposta. Nel blog ufficiale di Google si legge che l’azienda ha aumentato in modo sostanziale la presenza di link inline, cioè i collegamenti incorporati direttamente nelle risposte dell’AI, e ha lanciato aggiornamenti per mostrarli più in alto e più frequentemente. Nei giorni scorsi Nick Fox di Google ha dichiarato che il numero di persone che usa Preferred Sources, le fonti preferite che gli utenti possono indicare, è cresciuto di 7 volte dall’inizio dell’anno. Il numero lo fornisce Google, non una terza parte.
Il contrasto è chiaro: da un lato ChatGPT aumenta i link ma toglie l’attribuzione, dall’altro Google rende i link più visibili e rivendica un proprio strumento di attribuzione. La posta in gioco non è il clic, è la fiducia nella misurazione.
Cosa guardare adesso
Ma il caos non è nato il 9 ottobre. Come ricostruito da Nozzle nella sua ricerca sulle SERP avvelenate, il 13 settembre le richieste a Google hanno iniziato a fallire in grandi numeri e per due settimane sono arrivate meno pagine di risultati; le prime pagine avvelenate sono comparse il 20 settembre. AccuRanker, dal canto suo, ha rilevato che circa l’1,5% delle parole chiave campionate restituiva ogni giorno un diverso insieme di siti in prima pagina dal 1° al 9 ottobre, un quinto del tasso registrato da Nozzle con lo stesso criterio. Nel concreto, chi lavora con l’AI Assistant dovrà confrontare il traffico diretto con le settimane precedenti e guardare le pagine di destinazione per capire se il calo è reale o solo riclassificato.
Come decidere su dati che cambiano etichetta da un giorno all’altro? La prossima verifica è sul campo.
Per chi fa impresa online, il 9 ottobre non è il giorno in cui ChatGPT ha smesso di portare traffico: è il giorno in cui ha smesso di fartelo vedere. La priorità adesso è separare il segnale dal rumore nelle metriche, prima che il prossimo report diventi un atto di fede.
