SERRA – Strategia e lancio digitale

Google ha messo la cassa fuori dai negozi

Scritto da
Anita Innocenti
Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.
✦ Fatti trovare

Le regole del digitale stanno cambiando.

O sei visibile o sei fuori. Noi ti aiutiamo a raggiungere i clienti giusti — quando ti stanno cercando.

Contattaci ora

Carrello unico negli USA su 60 miliardi di schede e Google Wallet, negozi venditori ufficiali.

Google ha lanciato lo Universal Cart, un carrello unico che raccoglie prodotti da negozi diversi fino al pagamento, sostenuto da oltre 60 miliardi di inserzioni dello Shopping Graph e integrato con Google Wallet. Il negozio resta venditore ufficiale, ma Google controlla il momento della decisione d'acquisto. L'assenza di commissioni è dichiarata solo per ora.

Dallo scorso 15 ottobre, negli Stati Uniti, chi cerca un prodotto su Google Search o nell’app Gemini trova un carrello unico, che raccoglie articoli di negozi diversi e li porta fino al pagamento. Si chiama Universal Cart e, come descritto da Google nel suo annuncio ufficiale, poggia su oltre 60 miliardi di inserzioni di prodotti continuamente aggiornate nello Shopping Graph ed è costruito su Google Wallet. Non è una notizia di queste ore: il lancio risale a circa due settimane fa. Vale però la pena fermarsi, perché un carrello che non appartiene a nessun negozio cambia il ruolo dei negozi stessi.

Un carrello che non appartiene a nessun negozio

Partiamo da cosa è arrivato davvero. Il progetto non nasce a ottobre: Google lo aveva presentato per la prima volta al Google I/O lo scorso 19 maggio, la conferenza annuale in cui l’azienda mostra le novità dei mesi successivi. Quello di metà ottobre è quindi l’arrivo sul mercato di un’idea annunciata cinque mesi prima. Google lo definisce un carrello «intelligente» e il nuovo punto di riferimento per fare acquisti sulle sue piattaforme.

I numeri spiegano la portata. Lo Shopping Graph è, in parole semplici, l’enorme archivio in cui Google tiene traccia di prodotti, prezzi e disponibilità dei negozi online: oltre 60 miliardi di schede, aggiornate di continuo. Sopra questo archivio c’è il checkout semplificato, già attivo con nomi come Nike, Sephora, Target, Ulta Beauty, Walmart, Wayfair e molti commercianti che usano Shopify. E poi c’è il dettaglio che pesa di più: il carrello è integrato con Google Wallet, quindi conosce i vantaggi delle tue carte di pagamento e ti aiuta a scegliere quale usare.

Fermiamoci qui. Google sa quale prodotto stai cercando, a che prezzo lo trovi da ogni negozio e con quale carta ti conviene pagarlo. Cosa resta in mano al negozio?

Il negozio resta il venditore. Ma la cassa è di Google

La risposta ufficiale di Google è rassicurante. Come spiegato nel documento dedicato al commercio agentico per i rivenditori, i negozi restano il «merchant of record», cioè il venditore ufficiale: quello che incassa, emette la ricevuta, gestisce resi e garanzie e risponde legalmente della vendita. In più, possono ricevere il carrello trasferito, quindi l’ordine composto su Google passa a loro per essere evaso. Sulla carta, il rapporto commerciale con il cliente resta loro.

C’è poi la questione dei soldi. Secondo quanto riportato da The Verge in occasione del Google I/O, Srinivasan ha dichiarato che Google al momento non trattiene una quota sulle vendite né una commissione sui prodotti acquistati. Nessuna percentuale, quindi. E l’adesione non manca: come sottolinea Digital Commerce 360 nella sua analisi del lancio, il carrello ha già il sostegno di numerosi rivenditori, tra cui Ulta Beauty, Walmart, Wayfair e alcuni commercianti Shopify.

Allora perché Google lo fa, se non ci guadagna sulla singola vendita? Perché il valore non sta nella percentuale. Sta nel presidio del momento in cui l’utente decide di comprare. Chi controlla quel passaggio controlla il confronto tra negozi, la scelta del metodo di pagamento e, alla fine, quale venditore viene premiato. Il negozio resta il venditore ufficiale, è vero. Ma la cassa, intesa come il punto in cui il cliente dice sì, adesso sta su Google.

E c’è una parola da non perdere nella dichiarazione di Srinivasan: «currently», cioè attualmente. Oggi niente commissioni. Domani non è detto. È una condizione dichiarata per il presente, non un impegno per il futuro. Va anche detto che Google lavora in questa direzione da tempo: già a novembre aveva introdotto una funzione che permette di mandare una voce artificiale a telefonare ai negozi fisici per chiedere se un prodotto è disponibile. Il disegno è coerente: mettersi in mezzo a ogni passaggio dell’acquisto.

Google, però, non è l’unica a voler controllare quel passaggio.

La guerra dei protocolli, e chi la fa in tribunale

Un carrello come questo non è solo un’interfaccia: è anche uno standard tecnico. Per far dialogare un assistente di intelligenza artificiale con migliaia di negozi diversi servono regole comuni, i cosiddetti protocolli, che stabiliscono come si passa un ordine, come si autorizza un pagamento, come si conferma una consegna. È quello che il settore chiama commercio agentico: acquisti gestiti, in tutto o in parte, da un agente software al posto della persona. E sugli standard si sta combattendo.

Da una parte c’è OpenAI, che come raccontato da TechCrunch nel suo approfondimento sul sistema di shopping agentico ha reso open source, cioè liberamente utilizzabile da chiunque, l’Agentic Commerce Protocol sviluppato insieme a Stripe. Dall’altra c’è Google, che ha risposto prima con l’Agent Payments Protocol (AP2), dedicato ai pagamenti, e poi con lo Universal Commerce Protocol (UCP). Due proposte, due cordate, nessun vincitore dichiarato.

E poi c’è chi la partita la gioca in tribunale. A novembre Amazon ha fatto causa a Perplexity per aver consentito agli utenti di acquistare prodotti attraverso il suo browser con intelligenza artificiale, Comet. Il messaggio era chiaro: un agente esterno che compra sul tuo sito, senza passare dalle tue regole, non è benvenuto. Da una parte chi apre i protocolli per diffonderli, dall’altra chi chiude le porte per difendere il proprio negozio. Quale standard diventerà la lingua comune del commercio agentico? Oggi non lo sa nessuno. E non è escluso che chi vende online debba parlarne più di uno.

Per chi fa impresa online, la domanda sta cambiando. Non è più soltanto come farsi trovare su Google, ma come farsi comprare lì. Significa avere schede prodotto pulite e aggiornate nello Shopping Graph, perché è da lì che il carrello attinge. Significa tenere d’occhio i protocolli che si stanno affermando, perché saranno loro a decidere chi può vendere tramite un assistente e chi no. E significa ricordare che la gratuità di oggi è stata dichiarata valida «al momento». Non è una garanzia.

L'autore

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

Ricevi i migliori aggiornamenti su SEO

Già +6.200 professionisti iscritti · una mail a settimana, zero spam
✦ Iniziamo

Mercato, richieste e concorrenti. Scopri le potenzialità del tuo business. Dati alla mano.

Qui è dove ha inizio il tuo lancio digitale.