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Contattaci oraLa causa depositata a novembre contro il motore di ricerca fondato sull’indice da 30 miliardi di pagine
Il New York Times ha citato in giudizio Brave per violazione del diritto d'autore, accusandolo di fornire contenuti protetti ad aziende di intelligenza artificiale. Il caso sposta l'attenzione dai chatbot agli indici che li alimentano. La causa conta perché potrebbe estendere la responsabilità legale all'intera filiera dei dati, ma l'accusa resta da accertare in tribunale.
Il 95,7 per cento. Secondo uno studio di Tollbit del 2024, i bot di intelligenza artificiale mandano in media il 95,7 per cento di traffico di riferimento in meno rispetto alla ricerca tradizionale di Google. Il traffico di riferimento è quello che arriva a un sito quando qualcuno clicca su un link da un’altra piattaforma. Per un editore è il dato che pesa di più, e il New York Times lo cita nella denuncia depositata ieri contro Brave Software. La causa è stata presentata il 2 novembre 2026 al tribunale distrettuale del Southern District di New York. Questa volta il giornale non se la prende con chi produce un chatbot: il bersaglio è un motore di ricerca.
Il Times ha cambiato bersaglio
Il Times ha già portato in tribunale un’azienda di AI. Nel dicembre 2023 aveva fatto causa a OpenAI e Microsoft. L’accusa principale, come riassumeva già nel 2024 un’analisi della Harvard Law Review, era che OpenAI violasse il diritto d’autore usando e riproducendo senza licenza gli articoli del Times durante l’addestramento dei suoi modelli. Quella causa ha fornito lo schema legale per l’azione contro Brave. Il punto di attacco però è un altro: non conta più soltanto come si costruisce un modello, ma da dove arrivano i contenuti che il modello usa quando risponde.
Brave, secondo i dati riportati nella denuncia, non è un attore marginale. Al 30 settembre 2026 il suo browser aveva quasi 130 milioni di utenti mensili e oltre 50 milioni di utenti giornalieri. Rispetto a Google sono numeri molto piccoli. Viene quindi da chiedersi perché un editore dovrebbe preoccuparsi di un motore di ricerca con un pubblico di queste dimensioni.
L’indice come materia prima
La risposta non è nella quota di mercato, ma in quello che Brave possiede e rivende. Un motore di ricerca si regge su un indice, cioè un enorme archivio di pagine web che i crawler scaricano e catalogano. I crawler sono programmi automatici che visitano i siti uno dopo l’altro. Secondo Brave, il suo indice comprende oltre 30 miliardi di pagine e ogni giorno se ne aggiungono milioni. Il dato viene dall’azienda stessa e il Times lo riprende nella denuncia. Brave Search, sempre secondo l’atto, risponde a più di 50 milioni di query al giorno, e in un terzo dei casi la risposta è generata dall’intelligenza artificiale invece di essere una lista di link.
L’accusa più pesante riguarda però quello che succede fuori dal motore di ricerca. Come riporta The Verge, che ha raccontato la causa, Brave avrebbe fornito «contenuti protetti da copyright rubati» a «molte» aziende di AI, tra cui Anthropic, Perplexity, Mistral, xAI e Cohere. Per ora si tratta di un’accusa, non di un fatto accertato da un tribunale. Il meccanismo che descrive è comunque chiaro. Molte aziende che sviluppano assistenti AI non hanno un proprio indice del web. Per far rispondere i loro sistemi su fatti recenti comprano l’accesso a quello di qualcun altro.
Si può pensare a un grossista. Il Times, con OpenAI, aveva fatto causa a chi preparava il piatto. Con Brave chiama in causa chi rifornisce le cucine di molti ristoranti nello stesso momento. Se il tribunale stabilisse che anche il fornitore all’ingrosso risponde dei contenuti protetti che passa ai clienti, il problema non riguarderebbe un singolo modello ma tutta la filiera. A quel punto la domanda diventa un’altra: se avere un indice indipendente comporta un rischio legale, chi resta a fornire i dati del web alle aziende di AI?
L’ironia dell’indipendenza
Qui c’è un paradosso. Nella pagina in cui Brave presenta sé stessa, l’azienda si descrive come uno dei soli tre motori di ricerca indipendenti su scala globale. Aggiunge di essere l’unico non influenzato da grandi aziende tecnologiche come Google e Microsoft. È un argomento di marketing, ma ha una base concreta: chi non vuole dipendere dai due giganti ha poche alternative. Proprio questa indipendenza ha reso Brave il fornitore più naturale per le aziende di AI che cercano dati del web, e oggi lo porta in tribunale. L’alternativa a Big Tech diventa così il punto più esposto della catena.
Per chi pubblica la conseguenza è pratica. Un articolo che finisce in una risposta generata dall’AI non ci arriva in modo diretto. Passa da pochissimi indici, che lo raccolgono, lo archiviano e poi lo cedono a terzi. Chi produce contenuti dovrebbe sapere quali sono questi indici e che uso fanno di quello che pubblica. Contano soprattutto due cose: a chi lo rivendono e con quali condizioni.
Finora il dibattito sulla visibilità nelle risposte AI si è concentrato sui chatbot. La causa contro Brave lo sposta su un livello meno visibile, quello degli indici che alimentano i chatbot. Se il processo cambierà le regole di accesso a questi dati, cambierà anche la provenienza del traffico verso i siti, e forse la possibilità stessa che quel traffico continui ad arrivare.
