Google Search Console separa le query di brand: ecco le ultime novità

Anita Innocenti

Le regole del digitale stanno cambiando.

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L’IA di Google Search Console separa il traffico di brand da quello organico, offrendo una visione più chiara, ma l’affidabilità del filtro e le limitazioni di accesso richiedono attenzione.

Google rivoluziona i report di Search Console con un filtro AI che separa le query di brand, promettendo dati più onesti sul traffico organico. Questa mossa, se da un lato smaschererà le strategie SEO basate solo sulla notorietà del marchio, dall'altro solleva dubbi sulla sua infallibilità e trasparenza. Una novità utile ma con importanti limitazioni.

Ti è mai capitato di guardare i grafici di Search Console e pensare che il lavoro SEO stesse andando alla grande, per poi accorgerti che metà di quel traffico arrivava da persone che cercavano direttamente il nome dell’azienda?

È un classico: i numeri salgono, il cliente è felice, ma sotto sotto sappiamo che quella non è vera scoperta organica.

Bene, Google ha deciso di mettere le mani proprio su questo punto dolente, annunciando una novità che promette di cambiare il modo in cui leggiamo i report, come svelato durante l’evento Google Search Central a Tel Aviv.

Ma prima di stappare lo champagne, cerchiamo di capire cosa c’è davvero sotto il cofano di questo aggiornamento.

L’intelligenza artificiale decide cosa è “brand” e cosa no

Dimentica le vecchie espressioni regolari scritte a mano o i filtri manuali che ti facevano perdere pomeriggi interi. Google ha introdotto un filtro basato sull’intelligenza artificiale che fa il lavoro sporco al posto tuo. Il sistema non si limita a cercare la corrispondenza esatta del nome del tuo dominio, ma è decisamente più scaltro: come riportato da Seroundtable, questa tecnologia è in grado di riconoscere il brand anche in presenza di errori di battitura, varianti linguistiche e persino query legate a prodotti specifici che l’algoritmo associa in modo inequivocabile alla tua azienda.

Sembra fantastico avere un assistente che pulisce i dati per te, vero?

Eppure, c’è un risvolto della medaglia che va considerato attentamente. Affidarsi ciecamente a un sistema automatico significa perdere il controllo sulla definizione stessa di “brand”. Michael Huzman, ingegnere di Search Console, ha spiegato che il sistema è progettato per catturare la “natura” della ricerca, ma sappiamo bene che l’IA di Google non è infallibile e lasciare che sia una macchina a decidere dove tracciare la linea di confine richiede una buona dose di fiducia (o di incoscienza).

E se pensi che questa sia solo una questione tecnica, aspetta di vedere l’impatto politico che avrà sulle riunioni di marketing.

La fine dei grafici gonfiati e la verità sui dati

Qui la faccenda si fa interessante, perché questo strumento toglierà il velo su molte strategie SEO che si sono rette in piedi grazie alla forza del brand piuttosto che sull’ottimizzazione reale.

Eli Schwartz, noto esperto del settore, ha centrato il punto osservando che questa funzionalità sarà “sia un bene che un male”: ottima per i team SEO seri che vogliono dimostrare il valore del traffico non-brand, ma terribile per chi si è nascosto dietro i volumi di ricerca del marchio per giustificare i propri budget.

In pratica, potrai finalmente isolare le performance e dire al tuo cliente: “Vedi? Questo è il traffico che ti ho portato io, l’altro lo avresti avuto comunque perché la gente ti conosce già”.

È un’operazione di trasparenza brutale.

Tuttavia, Nati Elimelech, un altro professionista del settore, ha sollevato un dubbio lecito: per ora non possiamo “correggere” manualmente il filtro.

Se l’IA decide che una query è branded (o viceversa) e sbaglia, te la tieni così.

Nonostante l’entusiasmo per questa pulizia dei dati, c’è un grosso “ma” che riguarda chi potrà effettivamente usare questa funzione da subito.

I soliti asterischi di Google che nessuno legge

Come spesso accade con Big G, il diavolo si nasconde nei dettagli del rilascio. Non aspettarti di aprire Search Console domani mattina e trovare tutto pronto su qualsiasi sito tu gestisca. Il filtro per le query di brand sarà disponibile solo per le proprietà di dominio (quelle a livello di root) e non per le proprietà prefisso URL. Inoltre, Google ha chiarito che il sito deve avere un volume di traffico sufficiente affinché l’IA possa operare con precisione.

Questo significa che per i siti più piccoli o per le strutture basate su sottodomini specifici, la festa è rimandata. È la classica mossa alla Google: ci mostrano una tecnologia potente che promette di semplificarci la vita, ma ci ricordano anche che le regole del gioco le dettano loro, con i loro tempi e le loro limitazioni tecniche.

Il mio consiglio?

Usa questo filtro per avere una visione più onesta dei tuoi risultati, ma continua a tenere gli occhi aperti e a verificare i dati grezzi, perché fidarsi è bene, ma controllare l’algoritmo è decisamente meglio.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

2 commenti su “Google Search Console separa le query di brand: ecco le ultime novità”

  1. Questa “separazione” con l’AI è la solita minestra riscaldata. Vogliono darci un brodo più “pulito”? Mi sembra un depistaggio digitale. Se la macchina decide cosa è brand, chi siamo noi per fiatare? Io ci vedo solo un altro modo per nascondere le carte. Che fiducia posso avere in un filtro che decidi tu, Google?

    1. Riccardo De Luca

      Paolo, tranquillo. È un filtro, mica la CIA. L’idea è svelare chi si nasconde dietro il nome, ok? Ma se l’AI decide, c’è il rischio che ci becchiamo solo le briciole di dati puliti. Il rischio è che il “brand” diventi il loro paravento per coprire altro. Siamo sempre a giocare secondo le loro regole, no? Che palle ‘sta trasparenza selettiva.

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