OpenAI e il caso Mixpanel: quando il problema non sei tu, ma chi ti sta accanto

Anita Innocenti

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Ecco come una falla nella sicurezza di un partner esterno ha esposto i dati degli utenti, e perché la fiducia cieca nei giganti della tecnologia può essere un rischio

Il recente data breach di OpenAI dimostra la fragilità della sicurezza nella catena di fornitura digitale. Non una falla in ChatGPT, ma un banale attacco di smishing a un dipendente del fornitore Mixpanel ha esposto i metadati di migliaia di utenti. L'incidente evidenzia come la nostra sicurezza online dipenda criticamente dall'anello più debole, un promemoria amaro per tutti.

OpenAI e il caso Mixpanel: quando il problema non sei tu, ma chi ti sta accanto

Ti fidi ciecamente dei giganti della tecnologia, vero?

Diamo per scontato che aziende del calibro di OpenAI abbiano fortezze digitali inespugnabili, dove i nostri dati riposano al sicuro dietro mura di codice impenetrabile.

Eppure, la realtà ha il brutto vizio di bussare alla porta quando meno te lo aspetti. O meglio, in questo caso, di mandare un SMS.

Il recente incidente di sicurezza che ha coinvolto gli utenti di OpenAI non nasce da un errore di programmazione di ChatGPT, ma da una debolezza strutturale di un fornitore terzo: Mixpanel.

Diciamocelo, è la classica situazione in cui tu chiudi a doppia mandata la porta blindata di casa, ma lasci le chiavi al vicino che poi le perde al bar.

Ma andiamo con ordine, perché la dinamica dell’accaduto è quasi banale nella sua gravità e merita di essere capita a fondo.

Un attacco mirato che passa dalla porta di servizio

Tutto è iniziato con un telefono che vibra.

Non è servito un supercomputer quantistico per bucare i sistemi, ma una tecnica vecchia quanto il marketing digitale: lo smishing. In pratica, un attacco di ingegneria sociale via SMS.

Gli attaccanti hanno preso di mira un account dipendente di Mixpanel, l’azienda che OpenAI utilizzava per l’analisi dei dati di utilizzo, e sono riusciti a entrare.

Capisci l’ironia?

Parliamo di intelligenza artificiale avanzata, e poi tutto crolla per un messaggino truffaldino.

L’incidente è stato rilevato l’8 novembre 2025, ma la comunicazione tra le parti e la successiva analisi hanno richiesto giorni preziosi prima che gli utenti venissero avvisati. Mixpanel ha fornito i log a OpenAI solo il 25 novembre. Nel frattempo, i dati erano esposti.

E qui sorge la domanda spontanea: quanto siamo davvero al sicuro se la nostra sicurezza dipende dall’anello più debole della catena?

La risposta, purtroppo, sta tutta nei dettagli di ciò che è stato sottratto.

Cosa sanno di te (e cosa, per fortuna, non sanno)

Voglio essere molto chiaro su questo punto, perché so che la parola “data breach” fa scattare il panico.

Fortunatamente, le chiavi del regno sono rimaste al sicuro.

Non sono state compromesse le password, né le chiavi API, né tanto meno i dati delle carte di credito o i token di sessione. Insomma, non possono entrare nel tuo account e spendere i tuoi soldi o usare i tuoi crediti.

Tuttavia, abbassare la guardia ora sarebbe un errore madornale.

Gli attaccanti hanno messo le mani su un tesoretto di metadati: nomi, indirizzi email, indirizzi IP (e quindi la tua posizione approssimativa), informazioni sul dispositivo che usi e persino i siti web da cui provenivi.

Come confermato direttamente da OpenAI, queste informazioni, sebbene non permettano un accesso diretto, sono munizioni perfette per attacchi futuri.

Pensaci un attimo: se io so che usi OpenAI, conosco la tua mail e so che browser utilizzi, posso confezionare una mail di phishing così credibile che persino un esperto potrebbe cascarci.

Ti arriva una mail che sembra ufficiale, che cita dettagli corretti sul tuo account, e ti chiede di cliccare qui per “sicurezza”.

Il rischio non è finito con la chiusura della falla, è appena iniziato sotto un’altra forma.

E la reazione delle aziende coinvolte?

Beh, è stata drastica, ma lascia spazio a qualche dubbio.

La reazione dei giganti e la lezione che dobbiamo imparare

OpenAI non ci ha pensato due volte: ha tagliato i ponti. Ha smesso immediatamente di utilizzare Mixpanel, quasi a voler amputare l’arto infetto per salvare il corpo.

Da una parte è una mossa decisa che dimostra serietà; dall’altra, fa riflettere sulla volatilità di questi rapporti commerciali.

Mixpanel, dal canto suo, ha revocato accessi, ruotato credenziali e chiamato i rinforzi della cybersicurezza, ma il danno d’immagine è fatto.

Il punto critico, però, è un altro. Questo incidente mette a nudo la fragilità del modello SaaS su cui basiamo le nostre aziende.

Ci riempiamo la bocca di termini come “compliance” e “sicurezza”, ma poi affidiamo i dati dei nostri clienti a terze parti di cui, in fondo, non controlliamo i processi interni.

È lecito chiedersi: OpenAI, con tutte le sue risorse, aveva verificato adeguatamente le procedure di sicurezza di Mixpanel contro il social engineering?

O si è fidata del brand?

La lezione qui è amara ma necessaria: la tua superficie di attacco non finisce con i tuoi server. Si estende a ogni singolo strumento, plugin o servizio di analisi che integri nel tuo flusso di lavoro.

E se succede a loro, che hanno budget stellari, può succedere a chiunque.

Quindi, occhi aperti sulle email che riceverai nelle prossime settimane: potrebbero sapere di te molto più di quanto dovrebbero.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

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