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Un file misterioso compare nella documentazione, scompare subito dopo e getta ombre sulle reali intenzioni del colosso di Mountain View
Google è stata sorpresa a utilizzare il file `llms.txt`, contraddicendo le sue stesse dichiarazioni che lo definivano inutile. La scoperta sui portali per sviluppatori, seguita dalla rapida rimozione del file, solleva dubbi sulla trasparenza di Mountain View e sulle sue reali strategie AI. Un passo falso che suggerisce di non fidarsi ciecamente delle comunicazioni ufficiali.
Hai presente quando qualcuno ti dice con assoluta certezza che una cosa è inutile, superflua e che non la userà mai, per poi farsi beccare a farne uso di nascosto?
Ecco, sembra che a Mountain View sia andata in scena esattamente questa commedia.
Google ha inserito silenziosamente un file llms.txt nella sua documentazione ufficiale per sviluppatori, nonostante mesi di dichiarazioni pubbliche che ne sminuivano l’importanza.
Una mossa che ha lasciato tutti a bocca aperta e che merita di essere analizzata, perché qui c’è qualcosa che non torna.
La scoperta che smentisce la “linea ufficiale”
Tutto è iniziato il 3 dicembre, quando Lidia Infante, con un tempismo perfetto, ha scovato un file llms.txt attivo proprio all’interno del portale Search Central di Google. La cosa ha fatto subito rumore perché contraddiceva in pieno la narrazione portata avanti fino a quel momento.
Ricordi cosa diceva John Mueller?
Ha passato il 2025 a paragonare questo standard ai vecchi (e inutili) meta tag keywords, affermando che i grandi sistemi di IA non se ne fanno nulla.
Eppure, eccolo lì.
Quando la Infante ha chiesto spiegazioni direttamente a Mueller su Bluesky, domandando se fosse un’approvazione ufficiale dello standard o se ci stessero semplicemente prendendo in giro, la risposta è stata un criptico “hmmn :-/”.
Come riportato da Barry Schwartz su Search Engine Roundtable, quella reazione vaga non ha fatto altro che alimentare i dubbi. Non sembrava la risposta di chi ha tutto sotto controllo, ma piuttosto di chi è stato colto con le mani nella marmellata.
Ma attenzione, perché la situazione è più complessa di un semplice file dimenticato.
Un errore tecnico o un cambio di rotta silenzioso?
Non ci siamo fermati alla sola Search Central. Dave Smart ha fatto notare che la presenza di questi file sembrava essere “platform-wide”, ovvero estesa a diverse proprietà per sviluppatori di Google, come web.dev e developer.chrome.com.
Questo dettaglio è fondamentale: suggerisce che non sia stata un’iniziativa isolata del team di ricerca, ma forse parte di un processo automatizzato a livello aziendale più ampio.
La contraddizione però resta pesante.
Omnius sottolinea giustamente come Google avesse avvertito che il formato llms.txt potesse prestarsi ad abusi come il cloaking, eppure ha deciso di implementarlo proprio su una delle sue risorse tecniche più preziose.
Perché usare una tecnologia che tu stesso definisci rischiosa e poco utile?
Forse si sono resi conto che, nonostante tutto, fornire ai crawler LLM un percorso pulito e privo di “rumore” (codice inutile, header, footer) è l’unico modo per garantire che la loro documentazione venga digerita correttamente dalle intelligenze artificiali, che operano in modo diverso dai classici crawler di ricerca.
Ed è proprio qui che la trama si infittisce, perché quello che è successo nelle ore successive ha del surreale.
Appare, scompare e lascia tutti col dubbio
Se provi a cliccare su quel link adesso, ti troverai davanti a un bel errore 404.
Il file è sparito.
Rimosso.
Puff.
A poche ore dalla scoperta e dal tam-tam mediatico, Google ha fatto retromarcia cancellando tutto.
Che significa?
Hanno fatto un test e non volevano che lo vedessimo?
È stato un errore di deployment automatico sfuggito al controllo umano?
O forse qualcuno ai piani alti ha urlato “togliete quella roba prima che sembriamo incoerenti”?
Non abbiamo una dichiarazione ufficiale, e probabilmente non l’avremo mai. Ma questa vicenda ci insegna una lezione preziosa: non prendere mai per oro colato quello che le Big Tech dicono pubblicamente. Le loro azioni, come vedi, raccontano spesso una storia diversa. Se Google stessa sperimenta con formati che pubblicamente disprezza, forse è il caso che anche tu inizi a guardare oltre le dichiarazioni di facciata.
Tieni gli occhi aperti.
