E-E-A-T di Google: come la privacy è barattata per la visibilità online

Anita Innocenti

Google si erge a baluardo della verità con E-E-A-T, ma dietro la facciata si cela un sistema che baratta l’anonimato con la visibilità, aprendo scenari inquietanti sulla privacy e il controllo dei dati.

Se credevate che internet fosse diventato un luogo inospitale nel 2024, il 2025 non ha fatto altro che confermare i timori peggiori.

Siamo inondati.

Un diluvio universale di testo sintetico, generato da un’intelligenza artificiale che non ha mai vissuto, non ha mai toccato un prodotto e non ha mai provato un’emozione, ma che scrive recensioni di passeggini e guide mediche con la sicurezza di un primario di chirurgia.

In questo caos informativo, Google si è eretta a ultimo baluardo della “verità”, sventolando una bandiera che porta un acronimo burocratico e apparentemente innocuo: E-E-A-T. Experience, Expertise, Authoritativeness, Trustworthiness. Esperienza, Competenza, Autorevolezza e Affidabilità.

Sulla carta, è un nobile tentativo di ripulire il web dalla spazzatura generata dai Large Language Models (LLM). Ma se grattiamo via la patina del marketing della Silicon Valley e indossiamo le lenti della privacy, quello che emerge è un quadro molto meno rassicurante. E-E-A-T non è solo un criterio di qualità: è diventato un formidabile strumento di sorveglianza dell’identità digitale, un meccanismo che costringe i creatori di contenuti a barattare il proprio anonimato con la visibilità.

Perché, in un mondo dove le macchine sanno scrivere meglio della maggior parte degli umani, l’unica cosa che l’algoritmo non può replicare è la vostra carta d’identità.

O, peggio, la vostra vita privata.

Il prezzo della fiducia

Per capire dove siamo finiti, bisogna guardare indietro. L’acronimo originale, E-A-T, nasce nel 2013, quasi un’era geologica fa in termini tecnologici. Era uno strumento interno per i quality raters, esseri umani pagati per valutare se una pagina web fosse spazzatura o meno. Ma è nel dicembre 2022, con un tempismo che definire sospetto è un eufemismo, che le cose sono cambiate drasticamente.

Proprio mentre ChatGPT iniziava a terrorizzare i copywriter di tutto il mondo, Google ha aggiunto il parametro dell’Esperienza trasformando il framework in E-E-A-T. La mossa era chiara: l’IA può avere “conoscenza” (ha letto tutto internet), ma non ha “esperienza”. Non ha mai avuto il mal di schiena, non ha mai usato quel frullatore rumoroso, non ha mai avuto problemi con la banca.

Sembra una vittoria per l’umanità, vero?

Non esattamente.

Per dimostrare questa “esperienza” agli occhi insaziabili di Google, i creatori di contenuti sono ora spinti a personalizzare ogni singolo articolo. Non basta più scrivere una guida tecnica corretta; bisogna infarcirla di aneddoti personali, foto che dimostrino l’uso reale del prodotto, dettagli biografici che attestino che “io c’ero”.

Questo meccanismo ha creato un paradosso della privacy che raramente viene discusso. Per essere considerati “affidabili” (Trustworthiness, la T finale che regge tutto il castello), dovete esporvi.

L’anonimato, che un tempo era la spina dorsale di internet e permetteva a chiunque di dire la verità senza temere ritorsioni, è diventato un segnale di “bassa qualità”. Se non metti la faccia, il nome, il cognome e possibilmente il tuo curriculum vitae in bella vista, per Google sei indistinguibile da un bot. E se sei indistinguibile da un bot, scompari.

La domanda che nessuno si pone è: chi stabilisce cosa è affidabile? Google ha delegato a sé stessa il ruolo di arbitro della verità globale, basandosi su linee guida che premiano il consenso e l’autorità istituzionale.

L’identità come valuta di scambio

C’è un aspetto economico fondamentale in questa transizione. Le Big Tech non fanno beneficenza.

Quando Google vi chiede di dimostrare chi siete per posizionarvi in alto nelle ricerche, sta di fatto costruendo il più grande database di esperti verificati al mondo, gratuitamente.

Ogni volta che un sito web aggiorna la pagina “Chi siamo” con foto dei dipendenti, link ai profili LinkedIn e descrizioni dettagliate delle competenze per compiacere l’algoritmo, sta fornendo dati strutturati di altissima qualità. Questi dati servono a due scopi: primo, addestrare le stesse IA che Google sta sviluppando; secondo, creare un grafo della conoscenza dove ogni informazione è legata a un’identità reale.

Siamo di fronte a una violazione strisciante dei principi di minimizzazione dei dati sanciti dal GDPR. Il regolamento europeo dice che dovremmo raccogliere solo i dati necessari. Il modello di business di Google, attraverso E-E-A-T, suggerisce il contrario: più dati personali pubblichi, più verrai premiato.

I sistemi automatizzati di Google sono progettati per utilizzare molteplici segnali al fine di identificare e dare priorità ai contenuti che sembrano creati per aiutare le persone, piuttosto che per manipolare i posizionamenti nei motori di ricerca.

— Google Search Central, Documentazione sulla creazione di contenuti utili

La retorica del “contenuto creato per le persone” è affascinante, ma nasconde una realtà coercitiva. Se sei un attivista che scrive di diritti umani in un paese a rischio, o un paziente che parla di una malattia stigmatizzante, la richiesta di “autorevolezza” e “trasparenza” dell’autore diventa un’arma a doppio taglio.

L’anonimato proteggeva queste voci. Il sistema E-E-A-T, nella sua ricerca ossessiva di filtrare lo spam generato dalle macchine, rischia di silenziare gli umani che hanno bisogno di protezione.

Non solo. Le aziende si sono adattate in fretta, creando falsi profili di autori “esperti” con foto generate dall’IA e biografie inventate di sana pianta. È la solita storia del gatto e del topo: Google alza l’asticella della verifica, e gli spammer trovano modi più sofisticati per fingere di essere umani. Chi ci rimette? L’utente medio, che ora deve diffidare anche delle biografie apparentemente perfette, e il piccolo editore onesto che non vuole svendere la propria privacy per qualche clic.

Tuttavia, c’è un dettaglio tecnico che spesso sfugge ai non addetti ai lavori, ma che è cruciale per smontare la narrazione di un “punteggio” di qualità oggettivo.

Chi controlla i controllori?

Bisogna sfatare un mito che circola insistentemente nelle redazioni digitali: non esiste un “punteggio E-E-A-T” nel database di Google. Non c’è un numero da 1 a 100 associato al vostro sito che un ingegnere può andare a controllare.

Come hanno chiarito diversi esperti del settore, E-E-A-T non è un fattore di ranking diretto ma fa parte delle linee guida per i valutatori della qualità. In parole povere: Google usa migliaia di contraenti esterni (i Search Quality Raters) che valutano manualmente campioni di ricerche seguendo un manuale di quasi 200 pagine. I dati prodotti da questi esseri umani vengono poi utilizzati per addestrare gli algoritmi di apprendimento automatico che gestiscono la ricerca su scala globale.

Questo passaggio è fondamentale. Significa che l’algoritmo sta imparando a imitare il giudizio umano su cosa sia “autorevole”. Ma il giudizio di quali umani?

I valutatori seguono linee guida che privilegiano le fonti mainstream, il consenso scientifico stabilito e le istituzioni riconosciute. Se da un lato questo protegge dalle fake news più becere (terrapiattisti e cure miracolose), dall’altro crea un eccezionale conformismo algoritmico.

Le voci dissidenti, le teorie innovative che non hanno ancora il timbro dell’ufficialità, o le inchieste scomode condotte da giornalisti indipendenti senza un grande gruppo editoriale alle spalle, faticano a rientrare nei canoni di E-E-A-T. L’algoritmo, addestrato per cercare “segnali di fiducia” convenzionali (citazioni da Wikipedia, link da grandi testate, premi vinti), tende a premiare lo status quo.

Inoltre, c’è l’elefante nella stanza dell’Intelligenza Artificiale. Google stessa sta inondando i risultati di ricerca con le sue risposte generate dall’IA (le AI Overviews), spingendo i link organici sempre più in basso. È ironico, se non tragico, notare come ci sia un crescente allineamento tra i criteri E-E-A-T e le funzionalità di ricerca guidate dall’IA. Google chiede ai siti web di essere iper-umani e iper-verificati per “addestrare” il sistema che poi, molto probabilmente, renderà superfluo visitare quei siti.

Forniamo a Google la prova della nostra umanità e competenza affinché la sua IA possa rispondere alle domande degli utenti senza mai mandarli sul nostro sito. È un suicidio assistito dell’editoria digitale, confezionato come “miglioramento della qualità”.

Nel 2025, la “fiducia” è diventata una merce. E come tutte le merci in un regime di monopolio, il prezzo lo stabilisce il venditore, non il consumatore. Ci viene chiesto di credere che questo sistema serva a proteggerci dalla disinformazione. Ma se il costo di un web pulito è la fine della privacy per chi scrive e l’omologazione del pensiero per chi legge, forse stiamo pagando un prezzo troppo alto senza nemmeno aver letto le clausole scritte in piccolo.

Siamo sicuri di voler vivere in un internet dove l’unica alternativa al caos delle macchine è un ordine imposto da un’unica azienda che esige i nostri documenti all’ingresso?

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

19 commenti su “E-E-A-T di Google: come la privacy è barattata per la visibilità online”

  1. Benedetta Donati

    Ci mettono un collare digitale per distinguerci dai bot. La nostra biografia diventa un codice a barre per l’algoritmo. E se un giorno il lettore decidesse che siamo merce avariata?

    1. @Sabrina Coppola Stiamo solo impacchettando la narrazione della nostra esistenza per un cliente esigente, l’algoritmo, che la valuterà come una metrica di conversione.

  2. Renato Graziani

    Comprendo il timore. Non ci chiedono un personaggio, ma la nostra storia. L’esperienza umana diventa così il nostro più grande valore.

  3. Alessandro Parisi

    Ci lamentiamo di doverci esporre, ma il gioco adesso è costruire il personaggio più credibile che Google vuole vedere. Io, invece di frignare, ho già iniziato a scrivere la biografia del mio alter ego digitale, che sarà molto più autorevole di me.

  4. L’esposizione personale diventa la nuova valuta per un’affidabilità algoritmica, e noi la paghiamo convinti di ricevere un premio per la nostra competenza.

  5. Carlo Benedetti

    Si è trasformato in un teatro dell’assurdo in cui noi del mestiere siamo costretti a vendere l’identità come fosse una metrica. Presto misureremo il “tasso di esposizione personale”, una nuova, magnifica vanità da monetizzare.

    1. Giorgio Martinelli

      Carlo, se la metrica diventa il “tasso di esposizione”, allora tutto il lavoro che facciamo dietro le quinte che fine fa? A ‘sto punto viene svalutato completamente e buttato nel cesso.

    1. Alessandro Parisi

      Sebastiano, altro che ferite, questo è il mio nuovo listino prezzi per l’autenticità. Google mi chiede l’anima e io, da bravo venditore, gli presento la fattura con IVA inclusa.

  6. Siamo al paradosso di dover esporre ogni cicatrice della nostra vita professionale per ottenere una patente di umanità da chi ha costruito il sistema che ci sommerge di cloni digitali. Non so voi, ma questa corsa a certificarci mi lascia con il fiato corto.

  7. La privacy non è barattata, è il prezzo del biglietto. Google ha creato l’arena, noi siamo i gladiatori che ci mettono la faccia per un pollice in su. Alla fine, conta solo questo: quanto sei disposto a pagare per rimanere in gioco?

    1. Nicolò Sorrentino

      Simone, la tua metafora è potente. Siamo gladiatori che si giocano tutto. Ma se l’imperatore cambiasse le regole a metà incontro? La nostra armatura di “autenticità” basterebbe a proteggerci?

    2. Elisa Marchetti

      Simone Rinaldi, la poesia dei gladiatori è fuorviante. Qui si baratta la propria identità digitale, un asset concreto, per una visibilità che Google gestisce come un rubinetto. Non è un gioco, è un mutuo a fondo perduto che continuiamo a pagare.

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