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Google Shopping conferma: i dati strutturati via JavaScript non vengono letti, una limitazione nota ma spesso ignorata dagli e-commerce che ora devono adeguarsi per non perdere visibilità.
La conferma ufficiale di Google scuote il mondo e-commerce: i crawler di Google Shopping non processano dati strutturati generati via JavaScript. A differenza del bot per la ricerca organica, la sua velocità gli impedisce di attendere il rendering. Una regola già nota ma spesso ignorata, che ora costringe i venditori online a rivedere le strategie per non diventare invisibili.
Perché Google Shopping ha così tanta fretta?
La differenza fondamentale sta tutta nella velocità.
Immagina il crawler di Google Shopping come un centometrista che deve analizzare milioni di prodotti in tempo reale per tenere aggiornati prezzi e disponibilità.
Non ha un secondo da perdere.
Al contrario, il Googlebot tradizionale, quello che si occupa dei risultati di ricerca organici, è più simile a un maratoneta: si prende il suo tempo, aspetta che JavaScript faccia il suo lavoro e renderizzi la pagina, e solo dopo legge i dati strutturati.
Il crawler di Shopping, invece, non può permettersi questo lusso. Deve essere fulmineo, e questo significa che legge solo quello che trova subito pronto nel codice iniziale.
Se i tuoi dati di prodotto sono “nascosti” dietro uno script, per lui è come se non esistessero.
Una differenza che, fidati, non è solo un dettaglio per smanettoni.
Una sorpresa che, in realtà, non è una sorpresa
La cosa che lascia un po’ perplessi è che questa non è esattamente una novità.
Google aveva già aggiornato la sua documentazione ufficiale più di un anno fa, avvisando di questa limitazione. Eppure, la notizia ha colto di sorpresa molti addetti ai lavori, scatenando subito le reazioni di esperti come Barry Schwartz e Aleyda Solis.
La vera domanda, a questo punto, è: se la documentazione lo diceva già, perché c’è stato bisogno di ribadirlo a voce durante un evento pubblico?
Forse la comunicazione di Google non è stata così chiara come pensavano, oppure, più semplicemente, troppi e-commerce stavano ancora ignorando una regola non scritta ma fondamentale per la visibilità dei loro prodotti.
I veri paletti per chi vende online
La conseguenza di tutto questo è chiara: chi si affida completamente a JavaScript per generare i dati strutturati dei prodotti sta, di fatto, parlando una lingua che il crawler di Shopping non ha il tempo di ascoltare.
E questo succede proprio mentre i dati strutturati diventano il carburante per le nuove funzioni di ricerca, dagli AI Overviews ai filtri avanzati, che stanno cambiando il volto delle pagine dei risultati.
Alla fine, la questione è sempre la stessa: le regole del gioco le detta la piattaforma, e questo ennesimo chiarimento serve a ricordare che esistono due standard diversi per essere visibili su Google.
Uno per la ricerca organica, più flessibile, e uno per lo Shopping, rigido e velocissimo.
Chi gestisce un e-commerce ora sa che per vendere deve giocare secondo le regole più severe.
O rischiare di diventare invisibile proprio dove conta di più.

Meno framework scintillanti e più HTML pulito. Sembrava una richiesta così difficile da capire?
@Melissa Negri La rincorsa alla modernità presenta il conto. La fretta di Google ci riporta alla base, dove la sostanza prevale sulla forma. Viene da chiedersi se il vero progresso non sia la semplicità.
@Melissa Romano Chiamiamolo col suo nome: buon senso. Ci voleva Google per ricordare a tutti come si costruisce una pagina web?
@Melissa Negri Dici buon senso, io ci vedo il solito modo per dettare le regole del gioco. Prima spingono tutti verso certe soluzioni tecniche, poi le penalizzano a loro piacimento. Alla fine, chi ci guadagna è sempre e solo uno, no?
E io che ho appena rifatto il mio shop tutto in JavaScript. Praticamente i miei prodotti sono invisibili, una mossa geniale da parte mia.
@Andrea Gatti Hai costruito una casa di sabbia. Bastava informarsi prima di iniziare i lavori.
Solita lagna. Vi capisco, eh. Ma qui il padrone è Google. Non si discute, si esegue. O resti al palo.
@Simone Damico Il palo è sempre affollato da chi confonde i propri desideri con la documentazione tecnica; per gli altri, è solo un’altra selezione all’ingresso.
@Simone Damico Il padrone è chi paga. Se il loro bot è preistorico, problemi loro.
@Melissa Benedetti Paghi per la visibilità che ti danno, alle loro condizioni. Prova a vendere senza di loro, poi ne parliamo.
@Melissa Benedetti Preistorico o no, il campo è il suo. È un dramma, lo so. Ma o giochi con le sue regole o sei fuori.
Ci si adegua o si scompare. La selezione tecnologica non fa sconti a nessuno.
Ci vendono la favola della velocità. In realtà, stringono solo il guinzaglio. È un gioco di potere, non di tecnologia.
@Emma Rinaldi Il loro guinzaglio è il mio vantaggio competitivo, basta saper tirare i fili.
Dopo averci spinto per anni a usare framework complessi, ora Google ci presenta il conto, penalizzando proprio chi si è fidato delle loro indicazioni. Una logica impeccabile, studiata appositamente per generare dipendenza e poi rimescolare le carte a proprio piacimento.
Il panico dei dilettanti per queste ovvietà tecniche è la mia più grande risorsa; il mercato, finalmente, presenta il conto alla dilagante superficialità.
@Luciano Gatti La chiamano notizia, io la chiamo pulizia periodica del mercato. Meno male che esiste, altrimenti sai che noia sarebbe il nostro lavoro.
@Luciano Gatti Goditi il banchetto sulle rovine, ma ricorda che siamo tutti commensali alla tavola di un gigante che può sparecchiare quando vuole, lasciandoci a digiuno.
La rincorsa tecnologica ci rende miopi. Ci concentriamo su tecnicismi e aggiornamenti continui. Il vero problema, però, è la nostra dipendenza da un sistema che detta le regole a suo piacimento. Forse dovremmo rimettere in discussione le fondamenta del nostro lavoro.
La distinzione tra i crawler era nota, ma l’urgenza di apparire moderni ha prevalso sulla diligenza. È il solito dramma di chi scambia l’involucro per il contenuto, costruendo cattedrali vuote che il primo soffio di vento tecnico spazza via senza preavviso.
L’ennesimo aggiornamento. Corriamo dietro a fantasmi digitali.