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McDonald’s ritira lo spot natalizio creato con l’IA dopo le critiche del pubblico: un passo falso che solleva interrogativi sull’uso della tecnologia nel marketing
Il tentativo di McDonald's Olanda di usare l'IA generativa per lo spot natalizio si è rivelato un fallimento. La bassa qualità visiva e la realizzazione grottesca hanno scatenato l'ironia del pubblico, costringendo il brand a un'imbarazzante ritirata. Questo caso dimostra i rischi di affidarsi alla tecnologia senza una solida visione creativa umana, trasformando l'innovazione in un boomerang mediatico.
Un disastro annunciato: la qualità (o la sua assenza) che ha fatto infuriare tutti
Diciamocelo, lo spot era semplicemente brutto. Non brutto in senso artistico, ma proprio sgradevole alla vista. Gli spettatori lo hanno definito “come una crisi epilettica visiva”, e non a torto.
I personaggi erano grotteschi, i colori slavati, la fisica degli oggetti totalmente approssimativa. Erano evidenti tutti i difetti tipici di un’IA ancora acerba, come descritto da Futurism, specialmente nei rapidi cambi di scena usati per mascherare l’incapacità della macchina di mantenere la coerenza per più di qualche secondo.
La reazione del pubblico è stata talmente negativa che McDonald’s prima ha dovuto disabilitare i commenti su YouTube, e poi ha cancellato del tutto il video.
La domanda che si sono fatti in molti era semplice: perché un colosso come McDonald’s, con risorse praticamente illimitate, non ha preferito investire in talenti umani invece di affidarsi a un algoritmo?
Una domanda più che lecita, a cui l’agenzia che ha prodotto il tutto ha provato a dare una risposta quasi surreale.
La pezza è peggio del buco? la difesa dell’agenzia
E qui, permettimi di dirlo, la situazione si fa quasi comica.
The Sweetshop, la casa di produzione dietro lo spot, ha pubblicato una lunga difesa del proprio lavoro. Sostengono di averci messo sette settimane, con un team di dieci specialisti, e che “non era un trucchetto AI, era un film”.
Un “film” che, a quanto pare, non è piaciuto a nessuno.
La loro tesi è che si sia trattato di una collaborazione tra “artigianato e tecnologia”, un’opera capace di creare un lavoro “genuinamente cinematografico”. Il problema è che le parole non possono cambiare la realtà dei fatti: il prodotto finale era di bassa qualità e il pubblico l’ha percepito come un tentativo pigro e maldestro di risparmiare su creativi e professionisti in carne e ossa.
Ma questo episodio non è un caso isolato. Anzi, è la spia di un problema molto più grande che sta contagiando tante, troppe aziende.
Cosa ci insegna questa storia (oltre a non fidarsi di un’IA con scarso gusto estetico)
McDonald’s non è la prima a cadere in questa trappola. Anche Coca-Cola ha lanciato uno spot natalizio in IA che ha ricevuto critiche simili per la sua estetica inquietante. La stessa McDonald’s, in Messico, ci aveva già provato con dei meme generati artificialmente, con risultati altrettanto deludenti.
Sembra che i grandi brand, pur di cavalcare l’onda della novità, stiano dimenticando una regola fondamentale del marketing: non conta solo cosa dici, ma come lo dici.
L’autenticità e la qualità contano ancora.
E per quanto l’IA possa essere uno strumento potente, non può sostituire la visione, l’emozione e l’esperienza umana. Stiamo parlando di connessione, di quel “tocco” che nessuna macchina, per ora, può replicare.
La lezione, alla fine, è piuttosto chiara. La tecnologia è uno strumento, non la bacchetta magica. E il pubblico, per fortuna, se ne accorge ancora.

Hanno risparmiato sui creativi per farsi fare il lavoro da una macchina. Bel risultato. La creatività non è un algoritmo, quando lo capiranno?
Hanno voluto un’auto che si guida da sola per risparmiare sull’autista, ma la macchina è finita dritta contro un muro. Questa ossessione per l’efficienza a tutti i costi mi fa sentire terribilmente a disagio.
L’errore non è lo strumento, ma la mano che lo guida. Pensare di sostituire la direzione creativa con un prompt frettoloso è l’apice della miopia manageriale. L’intelligenza artificiale non è una bacchetta magica, è un bisturi che richiede un chirurgo, non un macellaio.
Vedere un colosso schiantarsi sulla tecnologia che uso per pagare le bollette mi provoca una certa vertigine. È come guardare il proprio futuro riflesso in uno specchio rotto, e non è un bello spettacolo.
Quando il risparmio sulla produzione diventa il fine, il prodotto finale ne mostra il prezzo.
Hanno provato a cucinare un banchetto usando solo il microonde. Il risultato è una poltiglia senza sapore. La tecnologia è un martello, non la mano dell’architetto. Quando smetteremo di cercare scorciatoie che portano a un vicolo cieco?
Alessio De Santis, giusta l’immagine del microonde. Hanno speso per produrre spazzatura digitale. Ci sono cascato pure io, convinto del colpaccio con due click. Soldi buttati, come al solito.
Marco Basile, la solita storia. Ci promettono un banchetto con due click e ci servono poltiglia digitale. Il problema non è lo strumento, ma chi crede che questo possa pensare al posto nostro.
Hanno cercato il colpo di genio nella scatola magica dell’IA, ma ne è uscito solo un brutto scherzo. Succede quando si preferisce la scorciatoia tecnologica al talento umano. Evidentemente certi lavori richiedono ancora un cervello che pensa, non uno che calcola.
Hanno delegato la visione alla macchina. Il risultato è questo vuoto privo di anima.
Non è un fallimento dell’IA, ma di chi ha scritto il brief. Hanno voluto risparmiare sui creativi, ottenendo il ridicolo. Chissà quali dati di conversione si aspettavano da questa operazione.
Mi sembra la solita storia: lo strumento è valido, ma se il prompt è un casino e manca la revisione umana, l’output non può che essere grottesco. L’IA non fa miracoli da sola, è solo un esecutore iperveloce che va guidato con criterio.
Certo, la colpa è del brief. Mai della pigrizia di delegare il pensiero a una macchina. Stanno solo sostituendo i creativi con dei tecnici a basso costo. È un insulto al nostro lavoro e alla nostra intelligenza. Quando ci svegliamo?