Disco: il nuovo browser di Google che trasforma le tue ricerche in app

Anita Innocenti

Le regole del digitale stanno cambiando.

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Un browser sperimentale dotato di intelligenza artificiale potrebbe trasformare radicalmente il nostro modo di navigare, creando mini-app interattive personalizzate a partire dalle nostre ricerche.

Google sta testando Disco, un browser rivoluzionario che, grazie all'intelligenza artificiale GenTabs, trasforma la navigazione in app interattive personalizzate. Basato su Gemini, analizza le schede aperte per creare itinerari o tabelle comparative. Sebbene sia un esperimento per pochi, solleva interrogativi sul futuro di Chrome e sul crescente controllo di Google sulla nostra esperienza digitale, ponendo l'accento sulla privacy.

La nuova magia di Google si chiama Disco: un browser che crea app al posto tuo

Google non si ferma mai, e quando decide di muoversi, spesso prova a cambiare le regole del gioco. Questa volta lo fa con un progetto uscito dai suoi laboratori sperimentali che potrebbe riscrivere il modo in cui navighiamo sul web.

Hai presente quel caos di 20 schede aperte mentre cerchi di pianificare un viaggio, confrontare prodotti o semplicemente fare una ricerca approfondita?

Ecco, Google pensa di avere la soluzione, e si chiama Disco. L’idea è quella di un browser sperimentale che, grazie a un’intelligenza artificiale chiamata GenTabs, non si limita a mostrarti le pagine, ma le trasforma in mini-applicazioni interattive create su misura per te.

Una promessa quasi fantascientifica.

Ma come funziona esattamente questa stregoneria digitale?

GenTabs: l’intelligenza artificiale che (forse) ti capisce davvero

Il cuore pulsante di Disco è, appunto, GenTabs. Basato sul potente modello Gemini 3, questo sistema analizza le tue attività, le schede che hai aperto e persino le tue conversazioni in chat per capire cosa stai cercando di fare.

In pratica, tu descrivi a parole quello che ti serve – “organizzami un itinerario per tre giorni a Lisbona” oppure “creami una tabella comparativa per questi smartphone” – e lui genera al volo un’interfaccia interattiva che aggrega le informazioni, organizza i link e ti fornisce strumenti per portare a termine il compito.

E per non farci mancare nulla, ogni contenuto generato include i link alle fonti originali.

Almeno la trasparenza sembra salva.

Le applicazioni sono quasi infinite: dallo studente che ha bisogno di un modello interattivo per capire la fisica, al professionista che deve raccogliere dati da più fonti.

Sembra tutto perfetto, quasi troppo.

Viene spontaneo chiedersi dove sia l’inghippo e, soprattutto, a chi sia rivolto questo strumento oggi.

Tutto bello, ma qual è il vero obiettivo di Google?

Per ora, Disco è un club esclusivo. L’accesso è limitato a una lista d’attesa per un gruppo ristretto di utenti macOS, e la stessa Google ammette che, essendo una fase sperimentale, la tecnologia può ancora essere imprevedibile.

La vera domanda, però, è un’altra.

Disco è destinato a rimanere un esperimento per pochi o è l’antipasto di quello che diventerà Chrome per tutti noi?

L’ipotesi che le funzionalità più riuscite possano essere integrate nel browser principale è concreta, come si legge su 9to5Google, e se così fosse, le regole del gioco cambierebbero di nuovo.

Stiamo assistendo a un reale passo avanti per l’utente o all’ennesimo tentativo di Google di rendere il suo browser non più solo una finestra sul web, ma il regista stesso della nostra vita digitale, imparando ancora più a fondo le nostre abitudini per guidare le nostre scelte?

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

23 commenti su “Disco: il nuovo browser di Google che trasforma le tue ricerche in app”

  1. L’idea di un maggiordomo digitale che anticipa i miei desideri è allettante, se non fosse che poi mi presenta il conto delle mie stesse intenzioni.

  2. L’intelligenza artificiale non crea app, ma percorsi di acquisto guidati. Ogni presunta “app” è un funnel di conversione mascherato da servizio. Mi chiedo quali metriche useranno per misurare la docilità dell’utente finale.

    1. @Giovanni Battaglia Non chiamiamole sbarre, chiamiamole corsie preferenziali. Meno pensiero, più azione. Google sta costruendo il carrello della spesa definitivo. Chi non si adegua, resta fuori.

    2. @Giovanni Battaglia Più che un recinto, un fiume di cui hanno scavato l’argine. Noi siamo l’acqua che crede di scorrere libera. La comodità è la corrente che ci trascina verso il loro mulino. La nostra volontà è solo un’illusione.

      1. @Serena Basile Il problema non è la corrente, è che ci vendono il mulino come fosse un villaggio turistico. Siamo i dati, non i clienti, e questa consapevolezza, a lungo andare, è uno sbatti pesantissimo.

    1. Chiara De Angelis

      @Sara Sanna Il punto non è il tracciamento, quello è scontato. Ci rendono dipendenti da un’unica piattaforma per ogni azione, questo è il problema.

      1. @Daniele Palmieri Altro che carrello, qui ci arredano la corsia del supermercato su misura. Alla fine la scelta sembra nostra, ma non lo è.

  3. Voi discutete di controllo, a me terrorizza che tra poco non servirà un cervello per navigare, visto che l’IA lo farà per noi. Comodissimo.

  4. Alessandro Parisi

    Mentre qui si piange sulla fine del pensiero, io vedo solo un modo per lavorare meno e guadagnare di più. La mia privacy in cambio di report automatici? Un affare ridicolo. Evidentemente il vostro tempo libero vale pochissimo.

    1. @Alessandro Parisi Esatto. Loro si preoccupano dei massimi sistemi, io vedo solo lead generation automatizzata. La mia privacy vale meno delle mie commissioni.

      1. Alessandro Parisi

        @Marco Basile Esatto. Lasciamoli pure discutere di etica e controllo. Se Google mi trova i clienti e mi fa risparmiare tempo, può tenersi le mie ricerche. La privacy è un lusso, il fatturato a fine mese è una necessità molto concreta.

        1. @Alessandro Parisi Hai colto il punto. Mentre loro si perdono in dibattiti, c’è chi costruisce vantaggi. Il vero controllo non è sui dati che concedi, ma su chi li sa usare a proprio favore.

  5. Melissa Benedetti

    Ci fanno la pappa pronta e ci lamentiamo? Meno sbatti per tutti. Io non vedo il problema, sinceramente. Pigrizia benvenuta.

    1. Danilo Graziani

      Signora Benedetti, la pigrizia è solo l’acconto. Il saldo sarà la nostra autonomia, svenduta per una tabella comparativa creata da un automa.

  6. Ci imboccano il pensiero, così non facciamo fatica. Finiremo per dimenticarci come si clicca, figuriamoci come si ragiona. Prossimo step: il microchip nel cervello?

    1. Simone Ferretti

      @Elisa Marchetti Il senso non ti sfugge, è che non è per te. È una gabbia dorata per non farti uscire dal loro perimetro. Un altro modo per profilare. Alla fine, il dato da vendere è sempre il nostro.

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