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Un aumento del 40% per performance superiori nella gestione di compiti complessi e nella riduzione degli errori, ma a quale costo per l’autonomia degli utenti?
OpenAI ha lanciato GPT-5.2, un modello IA presentato come più potente e preciso del predecessore. Sebbene prometta una riduzione del 30% degli errori, l'annuncio è accompagnato da un controverso aumento dei prezzi del 40%. Una mossa che solleva dubbi: si tratta di un reale progresso tecnologico o di una strategia per capitalizzare sulla propria posizione dominante nel mercato?
Le promesse sul piatto: più potente, meno errori?
Parliamoci chiaro: sulla carta, i miglioramenti ci sono.
OpenAI dichiara che GPT-5.2 è nettamente superiore nella gestione di compiti complessi e multi-step. Pensa alla creazione di fogli di calcolo, presentazioni o alla generazione di codice: tutte aree dove il modello precedente a volte inciampava.
Pare che questa nuova versione abbia fatto un bel balzo in avanti, soprattutto in quello che chiamano “agentic coding”, tanto da diventare lo strumento predefinito per alcuni tool di sviluppo.
E poi c’è la questione degli errori fattuali: ci dicono che sono stati ridotti di circa il 30%.
Un passo avanti, certo, ma questo significa anche che il restante 70% di imprecisioni è ancora lì, pronto a saltar fuori quando meno te lo aspetti.
Sembra tutto fantastico, no?
Un’intelligenza artificiale più abile e con meno “allucinazioni”.
Peccato che, come in ogni bella storia orchestrata da una multinazionale, arrivi il momento di pagare il conto.
Il conto, per favore: un aumento del 40% che fa discutere
Sì, hai letto bene.
Un aumento secco del 40% rispetto ai modelli precedenti. OpenAI giustifica questo rincaro con le maggiori capacità e le risorse computazionali necessarie. La mossa è chiara: posizionare GPT-5.2 come uno strumento premium per professionisti e aziende che possono permetterselo.
Ma la domanda sorge spontanea: un miglioramento delle prestazioni, per quanto notevole, giustifica un aumento di prezzo così aggressivo? O forse stiamo semplicemente assistendo alla mossa di un’azienda che, consapevole della sua posizione dominante sul mercato, inizia a stringere la cinghia e a capitalizzare sulla dipendenza che ha creato?
Il punto, però, non è solo quanto costa, ma cosa ci stanno vendendo davvero, al di là delle performance sbandierate.
Oltre i benchmark: la dipendenza dal sistema OpenAI è il vero prezzo?
Ogni volta che OpenAI lancia un nuovo modello, non sta solo vendendo un prodotto migliore. Sta rafforzando il suo controllo su un’intera infrastruttura tecnologica.
Affidarsi completamente a GPT-5.2 per le proprie operazioni significa legarsi mani e piedi a una piattaforma chiusa, dove le regole del gioco possono cambiare da un giorno all’altro con un semplice annuncio sul loro blog.
L’aumento del 40% di oggi potrebbe essere solo l’inizio.
La tecnologia avanza, è innegabile, e le capacità di analisi di documenti lunghi o di interpretazione di immagini sono impressionanti.
Ma a quale costo stiamo delegando le nostre capacità e i nostri processi a questi colossi?
Forse il vero prezzo da pagare non si misura in dollari, ma in autonomia.

Millantano mirabolanti progressi per mascherare un palese aumento del canone, vincolandoci a un servizio sempre più oneroso; quale sarebbe l’alternativa valida, mi chiedo.
@Luciano Gatti L’alternativa è pagare. Non ti regalano mica la dipendenza che creano.
Paghi di più per pensare di meno. Un affarone.
Stanno vendendo pezzi di autonomia a rate. Un giorno ci chiederanno il saldo e non avremo più nulla da dare.
Più potenza, meno sbatti. Il prezzo da pagare è l’autonomia. Loro lo sanno. Noi pure. È un circolo vizioso che fa gola a tutti, me compresa. Siamo polli in batteria con l’abbonamento premium.
@Greta Silvestri La gabbia dorata costa sempre di più. È una semplice legge di mercato.
@Greta Silvestri Ci vendono la versione premium della dipendenza, e noi la chiamiamo progresso.
@Filippo Villa Dici bene. Ci abboniamo per pensare meno, scambiando l’autonomia con la comodità. Poi ci lamentiamo se diventiamo solo meri esecutori.
Piangiamo sulla nostra autonomia venduta al 40% in più. È il mercato, bellezza. Ci danno un escavatore per spostare la terra e noi ci lamentiamo del costo del diesel. Ma vogliamo ancora la pala?
Ci lamentiamo del prezzo per diventare superflui, quando dovremmo chiederci se le nostre capacità valessero anche solo il costo scontato del modello precedente.
@Giuseppina Negri Ci vendono a rate il software per sostituirci e noi discutiamo pure sull’aumento. Che il prezzo sia la nostra unica preoccupazione è comico.
@Antonio Barone Mi chiedo se lamentarmi del prezzo non sia un modo per sentirmi utile.
@Giuseppina Negri La tua domanda è spietata e giusta. L’aumento del 40% è solo la rata per il nostro declassamento professionale. Mi chiedo se nel pacchetto premium sia inclusa anche la dignità.
Chiamano progresso una catena più corta e più costosa. Il prezzo non paga la performance, ma la nostra dipendenza. Stiamo comprando un guinzaglio dorato sempre più stretto. Qual è il piano B quando tireranno la corda del tutto?
Che sorpresa, paghiamo di più per un guinzaglio digitale un po’ più efficiente. Tutti a lamentarsi del prezzo, mentre OpenAI ci addestra a non poter più fare a meno dei suoi giocattoli. Mi chiedo quando inizieranno a farci pagare anche per l’aria che respiriamo.
Un aumento del 40% per un miglioramento del 30%. I conti non tornano, neanche per un analista. Paghiamo l’efficienza o la nostra crescente dipendenza?
Luciano D’Angelo, l’efficienza è il prezzo della nostra dipendenza, non una sua alternativa. È un modello di business collaudato applicato a strumenti nuovi. Mi interrogo solo su quale sarà il punto di non ritorno per la nostra autonomia decisionale.
Aumentano i costi più dei miglioramenti, una logica di mercato impeccabile per chi ha il coltello dalla parte del manico. Quasi quasi inizio a far pagare di più i miei video con meno balbettii.
Pagare di più per un errore in meno. Sembra un baratto svantaggioso, una sorta di pedaggio per la creatività. Forse la nostra autonomia è diventata una semplice voce di costo nel loro bilancio.
Clarissa Graziani, ci vendono la nostra stessa autonomia a prezzo maggiorato. Siamo diventati una voce di costo nel loro business plan, niente di più.
Clarissa Graziani, la nostra autonomia non è una voce di costo: è il prodotto che vendono a noi stessi con un rincaro. Ci danno un guinzaglio più lungo e lo chiamano progresso. Non è geniale?
Un aumento dei prezzi superiore al miglioramento delle performance. Non vendono un servizio migliore, ma la dipendenza da esso. L’autonomia degli utenti diventa, a quanto pare, un lusso per pochi.
Giulia Martini, la dipendenza è il prodotto premium. Paghiamo per essere guidati da un’entità più performante, è un upgrade. L’autonomia era faticosa, piena di errori e costava tempo. Meglio un guinzaglio digitale dorato che vagare liberi e inefficienti nel fango.