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Un cambiamento che elimina l’interazione umana, affidandosi a un sistema automatizzato che dovrebbe sapere tutto di te, ma che rischia di fraintendere le informazioni.
Google dice addio alle domande e risposte sui profili business, sostituendole con l'intelligenza artificiale di Ask Maps. Una mossa che, mascherata da innovazione, sottrae alle aziende il controllo diretto della comunicazione con i clienti. L'interazione umana viene sacrificata in favore di un algoritmo che parla per loro, sollevando dubbi sulla trasparenza e l'affidabilità delle informazioni fornite.
Diciamocelo, era nell’aria.
Se negli ultimi tempi hai notato che la sezione “Domande e Risposte” sul tuo profilo Google Business sembrava un po’ trascurata, non eri l’unico.
Google ha ufficialmente premuto il pulsante di spegnimento, archiviando una funzionalità che per otto anni ha permesso un dialogo diretto, nel bene e nel male, tra te e i tuoi clienti.
Al suo posto, sta introducendo “Ask Maps“, un sistema basato sull’intelligenza artificiale Gemini.
In pratica, si passa da una conversazione umana a un monologo gestito da un algoritmo.
Una mossa che, dietro la patina dell’innovazione, cambia completamente le regole del gioco.
E non è detto che sia a tuo vantaggio.
Dalle domande degli utenti alle risposte di un’IA: il cambio di rotta
Ricordi la vecchia sezione Q&A? Un cliente aveva un dubbio, scriveva una domanda pubblica e tu, o un altro utente, potevi rispondere direttamente. Era un canale trasparente, anche se a volte caotico.
Ora, quel canale è stato chiuso. Google sta implementando un nuovo pulsante, “Chiedi a Maps”, che non interroga più la community, ma interroga direttamente un’intelligenza artificiale. L’idea di Google è quella di dare risposte immediate, 24 ore su 24, senza che tu debba muovere un dito.
Bello, vero?
Forse.
Il punto è che questa transizione non è solo un aggiornamento tecnico, ma un cambiamento filosofico. Si elimina l’interazione umana, con tutte le sue sfumature e la sua autenticità, per affidarsi a un sistema automatizzato che dovrebbe sapere tutto di te.
Ma da dove prende le informazioni questa intelligenza artificiale?
E soprattutto, possiamo davvero fidarci di come le interpreta?
L’IA come unico interlocutore: come funziona (e quali sono i rischi)
Il meccanismo di Ask Maps è tanto semplice quanto, per certi versi, preoccupante. L’intelligenza artificiale Gemini setaccia ogni informazione disponibile su di te: i dati del tuo Profilo Google Business, i contenuti del tuo sito web, le recensioni lasciate dai clienti e altre fonti sparse online. Dopodiché, assembla una risposta che ritiene appropriata alla domanda dell’utente.
In sostanza, Google crea un “rappresentante digitale” della tua attività che parla per te, ma senza chiederti il permesso.
Questo significa che perdi il controllo diretto sulla narrazione.
Se un cliente faceva una domanda capziosa o basata su un’informazione sbagliata, prima potevi intervenire con una risposta chiara e definitiva. Ora, la risposta sarà generata da un algoritmo che interpreta dati che potrebbero essere incompleti, datati o, peggio, fraintesi.
E tutto quel patrimonio di domande e risposte accumulate in anni di lavoro, quelle conversazioni che magari chiarivano aspetti cruciali della tua offerta?
Preparati, perché la risposta non ti piacerà.
Un reset totale: le conseguenze dirette per la tua attività
Qui arriva la parte più dura: Google cancellerà completamente tutto lo storico della sezione Domande e Risposte. Ogni singola domanda posta e ogni risposta fornita svanirà nel nulla.
Se c’erano informazioni importanti, chiarimenti o dettagli utili che vivevano solo in quella sezione, puoi considerarli persi per sempre.
È un reset totale che costringe tutti a ripartire da zero, secondo le nuove regole di Google.
Di colpo, diventa evidente che avere un profilo Google Business curato in ogni minimo dettaglio non è più un consiglio da esperti SEO, ma una necessità imposta per non essere penalizzati.
Se la tua descrizione è vaga o i tuoi servizi non sono elencati in modo cristallino, l’IA non avrà materiale sufficiente per rispondere correttamente e potrebbe dare informazioni inesatte o, semplicemente, non rispondere affatto, spingendo il cliente verso un competitor con un profilo più “leggibile” per la macchina.
La mossa di Google, mascherata da progresso, sembra più un modo per rendere le aziende ancora più dipendenti dal suo sistema, costringendole a fornire dati sempre più strutturati per “addestrare” la sua intelligenza artificiale.
La vera domanda è: questo passo ci sta portando verso un’informazione più efficiente o verso un futuro in cui l’unica voce che i clienti sentiranno sarà quella decisa da un algoritmo di Google?

Google mette il pilota automatico alla reputazione. Le aziende diventano semplici passeggeri.
Meno lavoro manuale, più disastri automatici. Ci chiameranno per sistemare i loro casini.
Simone Rinaldi, esatto. L’AI fa il danno, noi mettiamo il cerotto. Pagato profumatamente, ovvio. La chiamano disruption, io lo chiamo il solito giro di giostra.
È il loro modo di garantirci il lavoro. Creano il caos mascherato da progresso, lasciando a noi il compito di rimettere le cose a posto.
Un’altra genialata per farci perdere tempo. L’IA darà risposte a caso basate su recensioni e dati vecchi. Poi saremo noi a dover correggere il tiro, come al solito. Che progresso.
Angela Ferrari, il progresso ci nomina badanti digitali. L’automazione genera il caos, noi diventiamo i correttori non pagati. Ci si aspetta gratitudine per questo nuovo incarico.
Un algoritmo che parla per noi. Immagino già le risposte creative su orari e politiche di reso. E quando l’IA darà informazioni sbagliate, chi pagherà i danni? La domanda è retorica. Toccherà a noi gestire il caos, come sempre.
Ci tolgono il controllo per poi venderci la soluzione a pagamento. Un classico.
Bello, un assistente virtuale per tutti! Lavorerà anche di notte. Bisogna solo capire se lavora per noi o per qualcun altro. Non è un dettaglio da poco.
Deleghiamo le chiavi di casa a un robot che impara per tentativi. Un bel risparmio di tempo, finché non dà fuoco alla cucina. L’efficienza ha sempre un prezzo nascosto.
Ci tolgono l’ennesimo strumento di controllo diretto per darlo in pasto a un’intelligenza artificiale che si nutre dei nostri dati. In pratica, diventiamo responsabili di risposte che un sistema opaco genera per conto nostro, senza che possiamo intervenire. Bella roba.
Affidiamo la reputazione a un’AI, tanto le rettifiche imbarazzanti le facciamo sempre noi.
La sezione Q&A era già terra di nessuno, un problema in meno da gestire. Certo, adesso la nostra reputazione online la gestisce un bot. Quale sarà il prossimo servizio premium che ci venderanno?
Simone Rinaldi, prima ci tolgono la sedia, poi ce la rivendono a caro prezzo. La logica del monopolio non ammette variazioni sul tema.
La progressiva automazione era inevitabile. Prima la gestione era reattiva, ora diventa proattiva. Il nostro compito sarà fornire all’algoritmo le informazioni corrette e complete, anticipando le domande. Una nuova forma di dialogo, seppur indiretto.