Google, l’IA e gli editori: L’accordo è un ramoscello d’ulivo o una mossa disperata?

Anita Innocenti

Le regole del digitale stanno cambiando.

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L’azienda tenta di disinnescare le tensioni con gli editori, ma dietro la mossa si cela una reazione alle pressioni crescenti e al crollo del traffico verso i siti di notizie

Messo alle strette da concorrenti e regolatori, Google lancia un programma di partnership AI per gli editori. Una mossa che appare più un tentativo di arginare la crisi di traffico causata dalle sue stesse AI Overviews che una vera collaborazione. Mentre i dettagli economici restano vaghi, il settore si chiede se basterà a compensare le perdite e a evitare un mercato a due velocità.

La voragine nel traffico che ha costretto Google ad agire

Il vero motore di questa improvvisa apertura al dialogo non è la filantropia, ma una crisi che sta colpendo al cuore il modello di business degli editori: il crollo del traffico dai motori di ricerca.

Le AI Overviews, i riassunti generati dall’intelligenza artificiale che Google mostra in cima ai risultati, stanno letteralmente prosciugando i click verso i siti di notizie. I dati parlano chiaro e sono brutali: alcune ricerche indipendenti hanno mostrato un calo dei click-through che va dal 34% al 46%, ma c’è chi sta messo anche peggio.

In pratica, Google sta usando i contenuti degli editori per dare risposte dirette agli utenti, impedendo a quegli stessi utenti di visitare le fonti originali. Un paradosso che, secondo l’associazione Digital Content Next, puzza di abuso di posizione dominante, visto che Google controlla oltre il 95% del mercato della ricerca su mobile.

La domanda sorge spontanea: questi nuovi accordi, di cui non si conoscono i dettagli economici, basteranno a tappare una falla così grande?

E qui, attenzione al gioco di parole, perché è lì che si nasconde il nocciolo della questione.

Accordi commerciali o licenze mascherate?

Google si è guardata bene dall’usare la parola “licenza”. Parla invece di “estensione delle partnership commerciali esistenti”, appoggiandosi al già noto programma Google News Showcase, come riporta Press Gazette.

Perché questa scelta?

È semplice: parlare di licenza significherebbe ammettere esplicitamente di pagare per il diritto di usare i contenuti, una linea che Google ha sempre cercato di evitare. È un modo furbo per presentare la cosa come una collaborazione evolutiva, piuttosto che come un risarcimento dovuto.

Alcuni osservatori del settore, infatti, non ci sono cascati e hanno già bollato l’iniziativa come “teatro”, una messinscena per placare le critiche senza però affrontare il problema alla radice. Mentre concorrenti come Perplexity mettono sul piatto decine di milioni di dollari in revenue sharing, Google resta vago sui termini economici, lasciando gli editori con un dubbio enorme: i soldi che arriveranno da questi accordi compenseranno mai le perdite di traffico e di visibilità?

Mentre i grandi nomi firmano accordi avvolti nel mistero, si sta delineando un futuro tutt’altro che roseo per chi resta fuori da questo giro.

Un mercato a due velocità e l’ombra dei regolatori

Quello che sta succedendo è la creazione di un mercato dell’informazione a due velocità.

Da una parte, i grandi gruppi editoriali con abbastanza potere contrattuale da sedersi al tavolo con i giganti tech e strappare accordi milionari. Dall’altra, tutti gli altri: le testate medie e piccole che, pur producendo contenuti di qualità, rischiano di diventare invisibili, escluse sia dai lauti compensi sia dalla vetrina offerta dalle risposte dell’AI.

Un’analisi pubblicata da Will Scott, ha evidenziato come le citazioni nei risultati AI riflettano sempre più gli accordi di licenza creando un “gap di visibilità” che premia chi ha stretto un patto e penalizza tutti gli altri.

Non è un caso che circa il 60% dei principali siti di notizie stia già bloccando i crawler delle intelligenze artificiali, un segnale di sfiducia diffusa.

La partita, comunque, è ancora tutta da giocare.

Con le autorità di regolamentazione europee e americane che osservano ogni mossa, Google potrebbe trovarsi costretta a cambiare le regole del gioco. Per ora, però, l’unica certezza è che l’espansione delle funzionalità AI di Google andrà avanti.

Resta da vedere se lo farà costruendo un ponte solido con chi crea l’informazione o semplicemente allargando il fossato che li separa.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

22 commenti su “Google, l’IA e gli editori: L’accordo è un ramoscello d’ulivo o una mossa disperata?”

  1. Clarissa Graziani

    Hanno incendiato la biblioteca e ora ci propongono un abbonamento per leggere le ceneri. Un gesto magnanimo. Qualcuno ha ancora il coraggio di chiamarlo un accordo equo?

  2. Veronica Valentini

    Google offre un salvagente a chi sta già annegando per colpa sua. La domanda è chi costruisce una barca nuova invece di accettarlo.

    1. Giovanni Battaglia

      @Paolo Fiore Più che un pastore, il medico che ti contagia per venderti la cura. Lo chiamano accordo, io lo chiamo modello di business circolare. Il problema è che la medicina non guarisce, crea solo dipendenza.

      1. Roberta De Rosa

        @Luciano Fiore È il vecchio gioco del piromane che ti vende l’estintore dopo averti incendiato casa. Un gesto che ci costerà il tetto, non solo i mobili.

  3. Nicolò Sorrentino

    Prima Google crea l’onda anomala, poi ci lancia qualche ciambella. È un gioco al massacro. Invece di lamentarci, quando iniziamo a costruire le nostre barche?

    1. Clarissa Graziani

      Signor Sorrentino, la sua idea di costruire barche è romantica. Peccato che il mare sia di loro proprietà e le correnti cambino a piacimento. Finiamo per costruire solo magnifici relitti per i loro fondali. Non è più utile imparare a respirare sott’acqua?

        1. Clarissa Graziani

          Affogare lentamente, Sorrentino? Peggio. È accettare l’elemosina dal gigante che ti ha appena demolito la casa. Questa non è una trappola, è un’umiliazione bella e buona.

    2. Emanuele Barbieri

      Nicolò, costruiamo barche mentre loro prosciugano l’oceano. La mia paura non è affogare, ma morire di sete quando ci lasceranno sulla sabbia.

  4. C’è chi parla di community, che tenerezza. Google non sta offrendo aiuto, sta solo scegliendo gli ingredienti per il menù della sua IA. Gli editori vengono pagati per insegnare alla macchina come rimpiazzarli del tutto. È praticamente un suicidio assistito a pagamento.

    1. Signora Barbieri, la sua fiducia nella community è commovente, ma il gigante non mira al traffico, bensì al controllo totale delle fonti. Questo accordo è il guinzaglio dorato che ci renderà tutti suoi fornitori.

  5. Un classico. Prima ti rompono le gambe, poi ti offrono le stampelle a noleggio. Questa non è una collaborazione, è la formalizzazione di una dipendenza. Poveri editori, che altro possono fare?

  6. Claudia Ruggiero

    Un tentativo di ricalibrare i flussi dopo averli deviati, ma se il nuovo sistema cannibalizza le fonti che dovrebbe promuovere, non stiamo guardando un’implosione al rallentatore? È uno scenario che mi inquieta.

  7. Francesco De Angelis

    Google rompe il giocattolo e poi offre il nastro adesivo per ripararlo. Gli editori, con l’acqua alla gola, ringraziano pure. La sudditanza digitale ha raggiunto un nuovo livello.

    1. Chiara Barbieri

      @Francesco De Angelis La dipendenza genera mostri. Questa è la spinta per creare comunità dirette, senza intermediari. L’unica mossa sensata per sopravvivere.

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