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Google frena sull’AI “indovina-desideri”: il nodo non è la tecnologia, ma il rispetto della privacy degli utenti e la gestione dei loro dati personali.
La promessa di Google di un'AI capace di comprendere il contesto personale dell'utente è in stallo. Ufficialmente il ritardo è dovuto a problemi di permessi, ma il vero ostacolo sembra essere la privacy. Nel frattempo, milioni di utenti utilizzano la funzione incompleta, scrivendo query sempre più complesse e dimostrando il grande interesse per una ricerca davvero personalizzata.
Google e l’AI che doveva capirti al volo: la personalizzazione è ancora un miraggio
Te la ricordi la grande promessa fatta da Google durante l’I/O di qualche mese fa?
Quella di un’AI Mode in grado di capire il “contesto personale”, di dialogare con te sapendo già chi sei e cosa hai fatto, pescando informazioni dalle tue email o dalle ricerche passate.
Bene, a quanto pare quella promessa è ancora chiusa a chiave nei laboratori di Mountain View, e non c’è una data di uscita all’orizzonte.
A vuotare il sacco è stato Nick Fox, uno dei pezzi grossi di Google, che durante un’intervista ha candidamente ammesso il ritardo.
La cosa interessante, però, è la scusa: non si tratterebbe di un limite tecnologico, ma di un problema legato “al prodotto e ai permessi”.
Una giustificazione che, francamente, lascia un po’ il tempo che trova e solleva qualche domanda scomoda.
Una promessa che puzza di privacy
Facciamo un passo indietro per capire di cosa stiamo parlando. L’idea di Google era di rendere la ricerca molto più intelligente e meno ripetitiva.
Pensa a organizzare un viaggio: invece di cercare “hotel a Nashville”, poi “voli per Nashville” e infine “ristoranti vicino al mio hotel a Nashville”, l’AI avrebbe dovuto collegare i puntini da sola, magari leggendo la prenotazione del volo che ti è arrivata su Gmail per darti risposte su misura.
Un sogno, sulla carta.
Il problema, come descritto da Search Engine Journal, è che per fare una cosa del genere devi dare a Google il permesso di ficcare il naso in tutta la tua vita digitale. E qui la faccenda si complica.
La spiegazione ufficiale parla di difficoltà nel gestire i permessi degli utenti su larga scala.
Ma siamo sicuri che il problema sia solo questo?
O forse Google sta camminando sulle uova, terrorizzata dall’idea di un nuovo scandalo sulla privacy che potrebbe costarle caro, sia in termini di multe che di fiducia da parte degli utenti?
Eppure, tutti la usano (o quasi)
La parte quasi comica di questa storia è che, nonostante questa funzione chiave manchi all’appello, l’AI Mode di Google sta avendo un successo notevole.
Parliamo di 75 milioni di utenti attivi ogni giorno nel mondo.
Un numero che a Google fa comodo sbandierare per dimostrare che la strada intrapresa è quella giusta, anche se la macchina viaggia con una ruota in meno.
Ancora più interessante è vedere come le persone si stanno adattando.
In assenza di un’AI che li capisca, gli utenti hanno iniziato a scrivere query di ricerca lunghissime, due o tre volte più complesse del normale, inserendo loro stessi tutto il contesto di cui il motore ha bisogno.
In pratica, stai facendo tu a mano il lavoro che l’intelligenza artificiale avrebbe dovuto fare in automatico.
E questo, per chi crea contenuti, è un segnale da non sottovalutare: le vecchie regole basate su parole chiave secche potrebbero presto non bastare più.
Cosa bolle in pentola mentre aspettiamo?
Mentre la funzione di personalizzazione resta nel limbo, Google non è rimasta con le mani in mano. Ha pompato il suo modello più potente, Gemini 3 Pro, dentro la ricerca e sta sperimentando con layout generativi che cambiano a seconda della domanda.
Allo stesso tempo, cerca di tenersi buoni gli editori con iniziative come “Preferred Sources”, che permette di dare più visibilità a certe testate.
Tutto questo disegna un quadro piuttosto chiaro: Google sta spingendo forte sull’acceleratore dell’AI, ma si trova di fronte a un bivio enorme. Da un lato, la necessità di innovare per non perdere terreno; dall’altro, il terrore di superare quella linea sottile che separa un servizio utile da un’invasione della privacy inaccettabile.
La vera domanda, alla fine, è sempre la stessa.
Questa personalizzazione spinta, quando e se arriverà, sarà davvero al nostro servizio o servirà solo a Google per conoscerci ancora meglio e, di conseguenza, venderci meglio?

Vorrei un’AI che mi capisce, ma poi sa tutto di me. Un po’ mi spaventa.
Il mercato urla per avere un assistente che indovini i desideri, quindi questo rallentamento per la privacy mi sembra più un perfezionamento del prodotto che un blocco. È un po’ come aspettare che un dolce si raffreddi prima di poterlo mangiare.
Usano la privacy come scudo per la loro goffaggine legale, mentre il miraggio di un commercio predittivo e senza sforzo svanisce all’orizzonte.
@Greta Barone Loro litigano con gli avvocati, e intanto io devo ancora scrivergli cosa voglio.
@Andrea Gatti È vero. Però mi viene da pensare che il dover esprimere un desiderio sia più poetico che farselo indovinare. È un piccolo spazio di libertà che ci resta, in fondo.
@Greta Barone Goffaggine legale? È la cassaforte che protegge il miraggio del commercio predittivo.
Fingono di proteggerci. La personalizzazione serve a vendere. Punto. Dateci gli strumenti.
Chiamano “ostacolo” la nostra unica difesa. Loro vogliono i dati, non il nostro bene.
@Sebastiano Caputo Esatto. L’ostacolo non è la privacy, ma la sua monetizzazione non ancora legalizzata. Stanno cercando l’angolazione di marketing corretta per farci accettare la sorveglianza come un servizio. Una classica operazione di rebranding del controllo.
@Sebastiano Caputo La sua riflessione è corretta. Si cerca un aiuto personale, quasi un amico digitale. Ma l’amicizia richiede fiducia reciproca, non solo cessione di informazioni. Bisogna ripensare il valore dello scambio.
@Renato Graziani Il valore dello scambio è a senso unico: noi diamo i dati, loro false promesse. Chiamarla amicizia offende l’intelligenza.
Ci vendono un genio della lampada per esaudire desideri. Ma vuole solo la chiave di casa nostra. La privacy non è un ostacolo, è la porta che non riescono a forzare. Alla fine il nostro specchio digitale ci controllerà.
Chiamare “privacy” un ostacolo è un eufemismo per “responsabilità legale”. Il ritardo è il tempo necessario a costruire una gabbia dorata di termini e condizioni che tutti accetteranno senza neanche averli letti.
@Nicola Caprioli Leggere i termini e condizioni? Io non leggo neanche le istruzioni dell’Ikea.
@Nicola Caprioli Chiamiamola col suo nome: non è una gabbia, è un abbonamento al nostro ego. Google sta solo decidendo il prezzo del biglietto, mentre noi facciamo la fila impazienti. Chissà se dentro ci sarà anche lo zucchero filato.
Il problema non è la privacy, è la monetizzazione dei dati senza sanzioni. Stanno solo cercando la formula legale. La morale è una variabile di marketing da usare al momento opportuno.
@Giulia Martini La morale è un ostacolo al fatturato. Fanno teatro sulla privacy, mentre la concorrenza corre. Chi si ferma è perduto.
@Giulia Martini La sua “formula legale” è una trattativa commerciale sul valore dei nostri dati; la morale viene invocata solo per alzare il prezzo del consenso che tutti, prima o poi, saremo ben lieti di concedere.
@Elena Bianchi La morale non c’entra. Si tratta di stabilire il costo di una cessione, non il piacere di concedersi. E il conto è salato.
@Giulia Martini Non tutto ha un prezzo. Certi limiti non si dovrebbero neppure negoziare.
Ci offrono uno specchio magico, e ci stupiamo se prima vuole guardarci l’anima?
Si preoccupano della privacy proprio adesso? Dopo anni passati a vedermi cercare “come si cucina un uovo sodo”, temo sia tardi per i ripensamenti.
@Andrea Gatti La tua osservazione ci sta, è un controsenso che la questione della privacy salti fuori solo ora dopo un casino di tempo. Pare più una formalità burocratica o di immagine che una reale preoccupazione, ma alla fine per noi utenti cambia poco.
@Andrea Gatti La scoperta della privacy è una comoda scusa. Hanno solo calcolato che le potenziali cause legali superano i profitti immediati. Un semplice calcolo di business, non un’epifania morale.
Volevano un maggiordomo che ci leggesse nel pensiero, ma si sono accorti che avrebbe dovuto origliare. Teneri. La personalizzazione senza ficcanasare è una bella favola, ma rimane una favola.