Google fa causa a SerpApi per data scraping: una mossa che riscrive le regole del web

Anita Innocenti

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La causa contro SerpApi potrebbe riscrivere le regole del data scraping e dell’utilizzo dei dati online, aprendo scenari inediti per l’addestramento delle intelligenze artificiali

Google porta in tribunale SerpApi con una pesante accusa di data scraping e violazione del DMCA. La mossa, più che una semplice difesa dei propri dati, appare come un avvertimento all'intero settore dell'intelligenza artificiale: i dati dei motori di ricerca non sono una risorsa gratuita. Una battaglia legale che potrebbe creare un precedente cruciale per il futuro del web.

Google fa la voce grossa: parte la causa contro SerpApi per data scraping

Google ha deciso di passare alle maniere forti e ha fatto causa a SerpApi, un’azienda che di mestiere estrae e rivende i dati delle pagine di ricerca. La mossa, formalizzata il 19 dicembre 2025, non è una semplice scaramuccia legale: è un segnale forte lanciato a tutto il settore del data scraping, che sta diventando sempre più aggressivo.

In pratica, Google sta dicendo che la pazienza è finita e che chi cerca di forzare le sue porte digitali ne pagherà le conseguenze.

L’accusa, nero su bianco, è pesante: violazione del Digital Millennium Copyright Act (DMCA). In parole povere, SerpApi avrebbe deliberatamente aggirato le serrature digitali che Google mette a protezione dei suoi dati.

Per farlo, secondo le carte, avrebbe usato una serie di trucchi del mestiere piuttosto noti: dal mascherare la propria identità per non farsi riconoscere (il cosiddetto cloaking) all’usare una valanga di bot con nomi falsi e sempre diversi per non farsi bloccare.

Una vera e propria operazione organizzata per prendere ciò che non si potrebbe.

Ma il vero nocciolo della questione, quello che fa davvero arrabbiare Google, è un altro.

Non è solo una questione di dati, ma di soldi (degli altri)

A prima vista potrebbe sembrare la solita storia del gatto col topo, ma la faccenda è più complessa. SerpApi non si limita a raccogliere dati per uso interno: li impacchetta e li rivende a chiunque sia disposto a pagare.

Il punto chiave, però, è che molti di questi dati non sono nemmeno di proprietà di Google. Parliamo di immagini, informazioni in tempo reale e altri contenuti che Big G prende in licenza da terze parti, pagandoli.

SerpApi, aggirando le protezioni, prende tutto il pacchetto e lo rivende, senza riconoscere un centesimo né a Google né ai legittimi proprietari.

Google si dipinge come il paladino dei creatori di contenuti, affermando di agire per proteggere i suoi partner e l’integrità del web.

Una narrativa nobile, certo.

Ma viene da chiedersi: questa battaglia legale è davvero solo per difendere i piccoli creatori o è anche un modo per proteggere un modello di business che si basa proprio sull’essere l’unico intermediario autorizzato a quei dati?

E qui la faccenda si fa ancora più interessante, perché ci mostra una dinamica che va ben oltre questo singolo scontro legale.

Una mossa che detta le regole per il futuro dell’IA?

Questo scontro non nasce dal nulla. Arriva in un momento storico in cui la fame di dati, soprattutto per addestrare le intelligenze artificiali, è diventata insaziabile.

La causa contro SerpApi potrebbe quindi essere vista come un colpo da maestro di Google per mettere in chiaro le cose: i dati presenti sul suo motore di ricerca non sono un buffet gratuito. Chi vuole usarli su larga scala, specialmente per scopi commerciali, deve passare dalla porta principale e, probabilmente, aprire il portafoglio.

La mossa di Google sembra quasi un avvertimento a tutte quelle aziende, grandi e piccole, che stanno costruendo i loro modelli di intelligenza artificiale “saccheggiando” il web.

La sentenza di questo caso potrebbe creare un precedente fondamentale, stabilendo confini molto più rigidi su cosa sia lecito e cosa no nell’era dell’IA.

Resta da vedere se questa sarà una vittoria per un web più giusto o semplicemente la riconferma che, alla fine, le regole del gioco le scrive sempre chi ha il campo da gioco più grande.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

16 commenti su “Google fa causa a SerpApi per data scraping: una mossa che riscrive le regole del web”

  1. Dopo aver banchettato per decenni con i dati di tutti, Google ora presenta il conto a chi prova a imitarla. Il re non vuole nuovi pretendenti.

  2. Google non protegge i dati, protegge il suo monopolio. Hanno costruito un impero con le informazioni degli altri. Ora impediscono a nuovi concorrenti di usare le stesse tecniche. Chi possiede i dati scrive le regole per tutti.

  3. Emanuele Barbieri

    Il sovrano, che ha costruito il suo impero banchettando con dati altrui, si lagna se i vassalli usano le sue stesse posate. Una recita stucchevole per blindare il feudo, nient’altro. Chi credeva davvero fosse una questione di etica?

    1. Alessandra Lombardi

      Emanuele Barbieri, più che una recita mi sembra il solito copione aziendale: prima si cannibalizza il mercato, poi ci si erge a paladini della dieta. Chissà quale sarà il prossimo piatto proibito.

    2. Veronica Napolitano

      @Emanuele Barbieri La morale di Google finisce dove iniziano i loro profitti. Adesso i nostri tool costeranno il doppio. Magnifico.

  4. Google che fa causa per scraping è come la pioggia che si lamenta di essere bagnata. Stanno semplicemente tirando su il ponte levatoio del loro castello di dati, mentre io continuo a spalare contenuti nel loro fossato. Che gratificazione.

  5. Sabrina Coppola

    Il drago che ha ingoiato l’intera biblioteca di Alessandria ora si lamenta se qualcuno prova a leggere una pagina. Questa mossa non protegge i dati, ma cementa il monopolio sull’addestramento dell’IA, trasformando il web aperto in un giardino privato con biglietto d’ingresso.

  6. Hanno banchettato con i nostri dati per le loro AI, ora mettono il lucchetto alla dispensa per non lasciare agli altri nemmeno le briciole.

    1. Veronica Napolitano

      @Fabio Fontana Altro che briciole. Stanno brevettando la fame dopo aver svuotato il granaio. E noi qui a discutere di title tag. Che spettacolo.

      1. @Veronica Napolitano Esatto. Non proteggono il castello, stanno murando il villaggio per venderci l’aria. La partita non è più nostra.

  7. Nicolò Sorrentino

    Google ha usato la farina di tutti per la sua torta, ora brucia il ricettario. Questa non è protezione, è un freno a mano tirato sulla crescita. Mi spaventa un web dove solo il primo arrivato può costruire e gli altri guardano.

  8. L’architetto del labirinto digitale ora fa causa a chi disegna le mappe per uscirne, blindando la sua posizione di unico carceriere. Che gesto magnanimo per difendere i suoi prigionieri, cioè noi.

  9. Massimo Martino

    Hanno costruito un impero con mattoni presi da ogni giardino. Ora mettono il filo spinato sui loro muri. Non proteggono i dati, blindano la miniera d’oro. Ma l’oro era nostro, o ricordo male?

    1. @Massimo Martino, ricorda bene. L’oro era di tutti. Ora il guardiano della miniera teme i cercatori. Un timore che rivela la fragilità di ogni impero costruito su fondamenta comuni.

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