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L’azienda promette il massimo rispetto della privacy, ma la mossa è una chiara strategia per dominare il mercato degli assistenti personali intelligenti
Google ha lanciato Personal Intelligence, una funzione che trasforma Gemini in un assistente iper-consapevole, capace di connettere informazioni da Gmail, Foto e YouTube. Sebbene prometta un'efficienza senza precedenti, la mossa solleva seri interrogativi sulla privacy degli utenti. Questa è la scommessa di Google per dominare il mercato degli assistenti IA, sfruttando il suo vasto ecosistema di dati personali.
Ma cosa fa, in pratica, questa “intelligenza personale”?
In parole povere, Gemini ora può mettere insieme i pezzi della tua vita digitale. Non si limita più a cercare un’informazione in un singolo posto se glielo dici tu, ma la ragiona collegando dati sparsi tra le varie app di Google.
Ti faccio un esempio concreto: sei al banco del noleggio scooter e non ricordi la targa del tuo veicolo. Chiedi a Gemini e lui non solo la pesca da una foto che hai salvato su Google Foto, ma è anche in grado di scovare il modello esatto del tuo motorino da una mail di conferma che avevi ricevuto in Gmail.
Lo stesso vale per l’organizzazione di un viaggio. Gemini può analizzare le tue vecchie vacanze dalle foto, capire gli interessi della tua famiglia dalle conversazioni via email e usare le conferme di prenotazione per suggerirti esperienze su misura, magari quel treno notturno che potrebbe piacere ai tuoi figli o giochi da tavolo adatti a tutti.
Smette di essere uno strumento a cui devi spiegare tutto ogni volta e diventa un compagno che ha già il contesto.
Tutto molto utile, vero?
Ma c’è una domanda che sorge spontanea e che probabilmente ti stai facendo anche tu: e la nostra privacy che fine fa?
La promessa di Google: privacy prima di tutto. Sarà vero?
Qui Google mette le mani avanti, e lo fa con una certa insistenza. L’azienda assicura che Personal Intelligence è disattivata di default: sei tu, e solo tu, a decidere se attivarla e a quali app dare accesso.
Diciamocelo, quando si parla di Google e dati personali, è normale che scatti un campanello d’allarme.
La loro difesa si basa su una distinzione tecnica fondamentale: Gemini, a detta loro, non viene addestrato direttamente sul contenuto delle tue email o sulle tue foto personali. L’addestramento serve a insegnare al modello come trovare le cose, non a imparare quali sono le tue cose.
Una distinzione sottile, forse un po’ troppo, su cui Google punta molto per tranquillizzare gli utenti. L’argomentazione è che, dopotutto, quei dati “risiedono già al sicuro presso Google”, quindi non devono essere inviati altrove per far funzionare la personalizzazione.
Hanno anche inserito dei paletti su argomenti sensibili, come la salute, che l’IA non dovrebbe trattare in modo proattivo.
Belle parole, senza dubbio.
Ma al di là delle rassicurazioni, qual è la vera posta in gioco in questa mossa?
Una mossa strategica per mettere all’angolo la concorrenza
Non giriamoci intorno: questa non è solo una nuova funzionalità , è una dichiarazione di guerra. I vertici di OpenAI, Microsoft e della stessa Google sono tutti d’accordo su un punto: il futuro dell’IA consumer è l’assistente personale. E qui Google gioca una carta che gli altri, semplicemente, non hanno: un intero ecosistema di dati che va dalle ricerche, alle email, al calendario, alle foto, ai video.
Un vantaggio strutturale enorme.
Mentre ChatGPT e altri assistenti necessitano di impostazioni manuali o importazioni di dati per capirti un po’ meglio, Gemini ha il potenziale per farlo in modo nativo e profondo. Non a caso, c’è già chi, come riportato su Fortune, vede questa mossa come un sorpasso deciso nei confronti della concorrenza.
Google sta costruendo un fossato difficile da colmare.
La vera domanda, però, è un’altra: siamo pronti a cedere le chiavi del nostro intero mondo digitale per avere un assistente più efficiente?
A te la riflessione.
