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Dall’intrattenimento all’efficienza aziendale: OpenAI punta a integrare l’IA nella quotidianità, ma i costi elevati impongono nuove strategie di monetizzazione
OpenAI, sotto la guida della nuova CFO Sarah Friar, archivia la fase ludica dell'IA e punta al 2026 per un'adozione pratica e diffusa. L'obiettivo è trasformare l'intelligenza artificiale in un'infrastruttura per sanità, scienza e aziende, giustificando investimenti miliardari e puntando a una monetizzazione aggressiva per sostenere una crescita esplosiva, ma dai costi esorbitanti.
Dal giocattolo tecnologico all’utilità quotidiana: la svolta di OpenAI per il 2026
Sembra che OpenAI abbia deciso di cambiare marcia.
Dimentica per un attimo i modelli che generano poesie o immagini sbalorditive; il 2026, secondo l’azienda, sarà l’anno in cui l’intelligenza artificiale smetterà di essere una novità da esibire per diventare uno strumento concreto, quasi banale, nel lavoro di tutti i giorni.
La nuova CFO, Sarah Friar, ha messo le cose in chiaro: la priorità strategica è “l’adozione pratica”.
In altre parole, si punta a colmare il divario tra quello che l’IA potrebbe fare e quello che le persone e le aziende fanno davvero.
L’idea è trasformare l’IA in una vera e propria “infrastruttura” integrata nei flussi di lavoro, un po’ come l’elettricità o internet.
Un qualcosa che non noti più, ma che ti permette di “creare di più, decidere più in fretta e operare a un livello superiore”.
Un cambio di rotta che suona bene, certo, ma per rendere l’IA un’infrastruttura diffusa servono fondamenta solide.
E quando dico solide, intendo costose.
Molto costose.
Una crescita esplosiva (e costi da capogiro)
Parliamoci chiaro: la strategia di OpenAI si poggia su una crescita finanziaria che ha dell’incredibile. L’azienda ha raggiunto un fatturato annualizzato di oltre 20 miliardi di dollari nel 2025, partendo da “appena” 2 miliardi nel 2023. Una scalata che la stessa Friar definisce “mai vista prima a questi livelli”.
Ma qui arriva il punto che fa riflettere: questa crescita è andata di pari passo con un’espansione mostruosa della capacità di calcolo. E gli investimenti annunciati per le infrastrutture, inclusi i data center, ammontano a circa 1.400 miliardi di dollari.
Una cifra che solleva una domanda spontanea: il fatturato potrà mai sostenere una spesa così aggressiva?
Non è un caso che, nonostante le precedenti dichiarazioni di Sam Altman che definiva la pubblicità “un’ultima spiaggia”, OpenAI abbia iniziato a testare gli annunci su ChatGPT.
Forse quell’ultima spiaggia è arrivata prima del previsto.
A gestire questa complessa situazione finanziaria è stata chiamata proprio Sarah Friar, nominata CFO a giugno 2024. Nata nel 1972, questa dirigente irlando-americana, come descritto sulla sua pagina Wikipedia, ha un curriculum che parla da solo: McKinsey, Goldman Sachs, CFO di Block (ex Square) durante la sua IPO e CEO di Nextdoor.
Una figura esperta, messa al timone di una corazzata che naviga a velocità folle. Con cifre del genere sul tavolo, è chiaro che non si può più giocare.
La parola d’ordine diventa una sola: monetizzare.
Sanità, scienza e impresa: i punti chiave dell’adozione pratica
Per far tornare i conti e giustificare gli investimenti, OpenAI ha già individuato i settori su cui puntare tutte le sue fiches: sanità, scienza e mondo aziendale. Secondo Friar, sono questi gli ambiti in cui “una migliore intelligenza si traduce direttamente in risultati migliori”, legando così la tecnologia a un impatto misurabile e tangibile.
Il settore enterprise, in particolare, sta già rispondendo presente.
I dati di Ramp rivelano che la spesa delle aziende sui modelli di OpenAI ha toccato livelli record a dicembre 2025, superando la concorrenza di Anthropic e Google.
Ma l’integrazione in sanità e aziende è solo l’inizio.
La vera evoluzione che OpenAI ha in mente per il 2026 ha un altro nome: agenti AI e automazione dei flussi di lavoro. Si tratta di sistemi pensati per “funzionare ininterrottamente, mantenere il contesto nel tempo e agire attraverso diversi strumenti”.
Per un singolo utente, potrebbe significare avere un assistente che gestisce progetti e piani in autonomia. Per un’azienda, invece, questi agenti potrebbero diventare un vero e proprio “strato operativo per il lavoro intellettuale”, andando ben oltre l’attuale interfaccia basata sulla chat.

Stanno gettando le fondamenta di un nuovo palazzo. Chi vorrà un ufficio ai piani alti dovrà pagare un affitto esorbitante. Il rischio è ritrovarsi con un solo costruttore in tutta la città.
La narrativa dell’infrastruttura serve solo a giustificare il pedaggio inevitabile dopo averci abituati al giochino. Resta da capire quanto ci costerà questa dipendenza.
@Filippo Villa Dipendenza o vantaggio competitivo? Il prezzo lo decide il mercato, non OpenAI.
La chiamano svolta infrastrutturale, ma è la solita manfrina per farci pagare un sacco per strumenti che prima ci davano quasi gratis. Che delusione.
@Giorgio Martinelli La tua delusione nasce dall’aver scambiato per generosità il primo atto, quando eravamo noi il prodotto da addestrare. Ora che siamo assuefatti si passa alla cassa: non è una svolta, è la logica conclusione del copione.
@Alberto Parisi Hai descritto bene il copione. Prima ci usano come cavie per l’addestramento, facendoci sentire parte di qualcosa, e ora presentano il conto. Il fastidio non è pagare, è l’essere stati presi in giro. E dovremmo pure essere contenti?
Altro che infrastruttura, è il nuovo pizzo digitale. Prima ti illudono col giocattolo gratis, poi ti stangano. L’apoteosi: pagare un canone per accelerare la propria estinzione lavorativa. Geniale.
Simone, non è pizzo. Stanno costruendo le nuove autostrade digitali. Le strade prima erano gratuite, ora paghi il pedaggio per la velocità. È un costo di accesso, non una condanna. Il punto è: chi controllerà i caselli?
Simone, l’autocannibalismo digitale a pagamento è la più sublime delle loro trovate commerciali.
La chiamano infrastruttura, ma è il solito giochetto. Prima ti abituano al servizio, poi arriva la mazzata del canone. E io dovrei pagare per vedere il mio lavoro diventare obsoleto? Ma dai.
Archiviata la fase ludica, inizia quella predatoria. Chiamano “infrastruttura” il canone mensile sulla nostra obsolescenza. Un piano di business impeccabile: creare la dipendenza, poi alzare il prezzo. Resta da capire se il nostro lavoro basterà a pagare chi lo sostituirà.
Ci vendono questa “infrastruttura” come un progresso, quando in realtà stiamo solo finanziando la nostra stessa futura irrilevanza. Un affare, direi.
Laura Bruno, pagherò per farmi sostituire. Almeno che l’abbonamento sia detraibile.
Laura Bruno, stiamo solo costruendo il palco su cui non saliremo mai. Loro venderanno i biglietti per lo spettacolo. Mi chiedo solo che storia racconteranno quando non ci saremo più noi.
Enrica Negri, altro che palco. Stiamo scavando la fossa con i loro attrezzi, e li ringraziamo pure per la pala che ci vendono.
Fosse solo la pala. Qui si paga un canone per diventare inutili. Alla fine è solo un nuovo costo fisso, niente di più.
Macché licenziamenti, quelli sono i costi di setup. Il bello arriva quando l’infrastruttura deciderà chi è diventato un ramo secco da potare.
La chiamano infrastruttura, io lo chiamo il più grande piano di licenziamenti della storia. Chi pagherà le bollette di tutti questi nuovi disoccupati?