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La proprietà è in mano a un consorzio americano, ma ByteDance mantiene una quota e la licenza sull’algoritmo: un equilibrio delicato che solleva interrogativi sulla reale indipendenza della piattaforma
L'accordo per il futuro di TikTok in America è siglato. Un consorzio guidato da Oracle acquista la maggioranza, ma la soluzione è un compromesso che non convince. ByteDance mantiene una quota e, soprattutto, concede in licenza il suo prezioso algoritmo. Una mossa che sulla carta salva l'app, ma che appare più un abile gioco di prestigio che una reale garanzia di indipendenza.
TikTok, la fine della telenovela? Accordo firmato, ma i dubbi restano
Alla fine, dopo una telenovela politico-economica durata quasi cinque anni, è arrivata la firma. I governi di Stati Uniti e Cina hanno dato il via libera a un accordo che riscrive completamente il futuro di TikTok in America. Una mossa che mette fine, almeno sulla carta, a un’incertezza che ha tenuto col fiato sospeso 170 milioni di utenti americani e un’infinità di creator e aziende che sulla piattaforma ci lavorano.
L’app, quindi, non chiuderà i battenti, ma opererà sotto una nuova veste.
Ma chi comanda davvero, adesso?
La risposta non è così scontata come sembra.
Una proprietà frammentata che lascia qualche dubbio
A prendere il controllo sarà un consorzio guidato dal colosso tech Oracle e dalla società di investimenti Silver Lake, a cui si aggiunge il fondo di Abu Dhabi MGX. Ognuno di questi attori detiene una quota del 15%.
E ByteDance, la casa madre cinese?
Non è sparita, anzi. Mantiene una quota di poco inferiore al 20%, giusto il massimo consentito dalla legge americana che aveva imposto la vendita per ragioni di sicurezza nazionale.
A guidare la nuova entità americana sarà Adam Presser, già figura interna a TikTok, affiancato da un consiglio di amministrazione a maggioranza statunitense.
Ma la vera partita, quella che ha tenuto tutti col fiato sospeso, non si è giocata sulle quote societarie.
Si è combattuta su un terreno molto più scivoloso: il codice.
L’algoritmo: il cuore del problema (e della soluzione?)
Questo è stato il vero nodo da sciogliere. Da una parte, Washington pretendeva che ogni legame tecnologico con la Cina venisse reciso, algoritmo compreso. Dall’altra, Pechino considerava l’algoritmo di raccomandazione un asset strategico da non cedere.
La soluzione trovata è un capolavoro di diplomazia, o forse di ambiguità: ByteDance concederà in licenza il suo algoritmo alla nuova società americana, che si occuperà di “riaddestrarlo” utilizzando esclusivamente dati di utenti statunitensi. Oracle, che già gestiva la sicurezza dei dati con il “Project Texas”, avrà il compito di supervisionare questo processo.
Peccato che la legge americana richiedesse esplicitamente che ByteDance non fornisse alcuna “cooperazione” sul funzionamento dell’algoritmo. E qui, diciamocelo, i conti non tornano del tutto.
Una licenza e un supporto tecnico continuo non sono forse una forma di cooperazione?
La questione rimane aperta.
Ma al di là dei giochi di potere e delle clausole legali, cosa cambia davvero per te che usi l’app ogni giorno?
Cosa cambia per gli utenti? meno di quanto si pensi
La buona notizia è che, in superficie, non ti accorgerai di nulla. L’app continuerà a funzionare come sempre, con i tuoi video, i tuoi follower e la tua cronologia intatti.
Le vere novità avvengono dietro le quinte.
I tuoi dati, almeno sulla carta, saranno gestiti da Oracle e conservati su suolo americano, una mossa pensata per placare i timori sulla privacy e sulla sicurezza nazionale. Per creator e marketer, la fine dell’incertezza significa poter tornare a pianificare campagne e partnership senza la spada di Damocle di un possibile ban.
Tuttavia, la domanda che resta sospesa è se questa complessa architettura sia sufficiente a tagliare davvero i ponti con la Cina o se, alla fine, ByteDance abbia solo trovato un modo più sofisticato per mantenere un piede dentro la porta.
La presenza, seppur minoritaria, nel capitale e il legame tecnologico sull’algoritmo sono dettagli che non convincono del tutto i critici più attenti.
Staremo a vedere.

Hanno ridipinto la carrozzeria lasciando lo stesso motore cinese; un gioco di prestigio per tranquillizzare i mercati. Per chi lavora sui dati degli utenti non cambia nulla. Quanto conta allora la provenienza del codice sorgente?
Benedetta, il punto non è la provenienza del codice, ma il controllo sui flussi di dati. Hanno piazzato una guardia americana davanti a un caveau la cui combinazione è nota solo a Pechino. Un’operazione di pura facciata.
Simone, il punto è proprio quello. La “guardia” americana sorveglia l’hardware, ma è l’algoritmo a dirigere il flusso dei dati, decidendone il valore. Un controllo formale privo di sostanza. Mi chiedo a chi giovi, alla fine, questo teatrino.
A me pare un classico specchietto per le allodole. L’algoritmo, il cuore pulsante, resta lo stesso. Si è solo spostato il burattinaio dietro una tenda diversa. I nostri dati continuano a fare lo stesso identico viaggio, semplicemente con un passaporto nuovo.