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La mossa di Anthropic mette pressione su OpenAI puntando all’integrazione profonda nei software aziendali e allo sviluppo di agenti AI capaci di operare autonomamente
Anthropic sfida OpenAI sul campo aziendale: il chatbot Claude ora opera direttamente in app come Slack e Figma. È una strategia mirata al mercato enterprise, escludendo gli utenti free. Con questa mossa e l'annuncio di agenti AI autonomi, Anthropic non punta solo a integrare ma a ridefinire i flussi di lavoro, sollevando però dubbi sul controllo futuro.
Anthropic lancia la sfida a OpenAI: Claude ora lavora dentro le tue app
Anthropic ha appena alzato la posta nella guerra delle intelligenze artificiali, e lo ha fatto puntando dritto al cuore del tuo lavoro quotidiano. L’azienda ha annunciato che il suo chatbot, Claude, è ora in grado di interagire direttamente con le applicazioni che usi ogni giorno in ufficio.
Parliamo di strumenti come Slack, Figma, Canva e Box, con l’integrazione di Salesforce che, a quanto pare, è proprio dietro l’angolo.
In pratica, Claude non si limita più a chiacchierare o a riassumere documenti, ma può entrare e operare attivamente dentro i tuoi strumenti di lavoro.
Non è un semplice “leggi e riporta”, ma un vero e proprio “entra e fai”.
Ma dietro questa mossa, che a prima vista sembra solo un comodo aggiornamento, si nasconde una strategia ben più profonda e calcolata.
Obiettivo? il cuore delle aziende, non il grande pubblico
Mentre OpenAI sembra voler conquistare tutti, dal ragazzino che fa i compiti all’utente curioso, Anthropic sta giocando una partita diversa. La sua strategia è chiara: penetrare a fondo nei flussi di lavoro aziendali. Questa nuova funzionalità, infatti, non è per tutti. È riservata esclusivamente agli abbonati dei piani Pro, Max, Team ed Enterprise.
Niente contentini per gli utenti free, un segnale forte che dice “il nostro focus sono le aziende, e siamo qui per fare sul serio”.
La tecnologia che permette tutto questo è il Model Context Protocol (MCP), uno standard open-source che, con una mossa da maestro, Anthropic ha donato alla Linux Foundation. Il risultato? L’MCP sta diventando uno standard di settore, tanto che persino OpenAI ha iniziato ad adottarlo, trovandosi di fatto a costruire sulla tecnologia del suo principale concorrente.
Tutto questo, però, è solo il riscaldamento per il vero obiettivo finale: dare a questi strumenti la capacità di agire in autonomia.
L’arrivo degli agenti AI: chi comanda davvero?
La vera svolta si intravede con l’annuncio di Cowork, il nuovo strumento agente di Anthropic. Quando a Cowork verrà dato accesso a queste app integrate, l’intelligenza artificiale potrà eseguire compiti complessi su più passaggi senza che tu debba guidarla passo dopo passo. Potrebbe, ad esempio, analizzare nuovi dati da un file su Box e aggiornare in autonomia una grafica di marketing su Figma.
E qui le cose si fanno delicate, tanto che è la stessa Anthropic a mettere le mani avanti, raccomandando di monitorare attentamente questi agenti e di non concedere permessi a cuor leggero, soprattutto quando si tratta di documenti finanziari o dati sensibili.
Certo, l’azienda si fa bella pubblicando un framework di etica e comportamento per Claude, una sorta di costituzione per l’AI.
Ma la domanda resta:
Siamo davvero pronti a dare le chiavi dei nostri sistemi a un’intelligenza artificiale, per quanto costituzionale?
La promessa è quella di una produttività mai vista, ma il dubbio che si insinua è se stiamo cedendo un controllo che un giorno potremmo faticare a riprenderci.

L’anima non fattura. Questa è solo l’ennesima gara a chi automatizza di più il lavoro. Il vero gioco è capire chi comanda l’interruttore.
Agenti autonomi, bel titolo. Chi tiene le redini quando il cavallo impazzisce?
Da imprenditore dovrei esultare, ma sento solo l’odore di ridondanze pagate a caro prezzo.
L’obiettivo non è assistere i dipendenti, ma misurarne la sostituibilità con metriche impeccabili.
Simone, le metriche non misurano l’anima. L’IA dovrebbe essere il nostro pennello, non il giudice.
L’ennesima protesi digitale per un pensiero già zoppicante. L’automazione del processo creativo è un ossimoro. Stiamo solo diventando più efficienti nel produrre rumore ben impaginato?
Signor Martino, il suo “rumore” è ottimo per le vendite. L’automazione produce, il marketing monetizza. Il pensiero non paga le bollette, i risultati sì.
Eva, i risultati pagano bene. Finché l’IA non decide che il costo da tagliare sei tu.
Mentre si discute della potenza dei motori, la vera partita si gioca sul controllo del cruscotto, dove le nostre abitudini diventano il prodotto. Mi chiedo quanto del nostro pensiero originale resterà quando ogni applicazione avrà il suo instancabile suggeritore personale.
Benissimo. Ora l’AI potrà generare le mie solite pessime idee direttamente su Slack. Almeno la colpa non sarà più solo mia.
Inserire un motore potente in un telaio debole. La produttività non è un plugin.
Perfetto, un altro abbonamento per un assistente virtuale che non capirà nulla. Già mi vedo i disastri che combina con le mie affiliazioni e le prenotazioni dei clienti. Ma qualcuno lo ha provato sul serio prima di annunciarlo?