Pochi eletti e tanti esclusi: il club privato delle fonti AI che domina ChatGPT e Google

Anita Innocenti

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Dietro le quinte dell’informazione AI: accordi segreti, algoritmi opachi e il rischio di un’informazione a due velocità

Un'indagine dell'IPPR rivela che i chatbot attingono a un numero ristretto di fonti, privilegiando editori come The Guardian e BBC, spesso a causa di accordi economici poco trasparenti. Questa concentrazione minaccia il pluralismo informativo, escludendo le testate minori e sollevando seri dubbi sull'imparzialità dell'intelligenza artificiale e sulla fiducia che possiamo riporre nelle sue risposte.

Pochi eletti e tanti esclusi: il club privato delle fonti AI

Quando chiedi qualcosa a un chatbot come ChatGPT o Gemini, da dove pensi che arrivino le risposte?

Se credi che peschino informazioni da tutto il web in modo equo e imparziale, ho una brutta notizia per te. Un recente studio dell’Institute for Public Policy Research (IPPR) citato da Press Gazette ha messo le mani in una faccenda che scotta, rivelando come questi strumenti di intelligenza artificiale abbiano dei chiari “preferiti” nel mondo dell’informazione.

Diciamocelo, i numeri parlano chiaro: un singolo editore si pappa in media il 34% delle citazioni giornalistiche su ogni piattaforma. In pratica, una sola voce su tre proviene sempre dalla stessa fonte.

La situazione è ancora più sbilanciata se guardiamo ai singoli strumenti. Le AI Overviews di Google, ad esempio, sembrano avere un debole per la BBC, citandola nel 41% delle risposte a tema news. Su ChatGPT e Google Gemini, invece, il re è The Guardian, che domina rispettivamente con il 27% e il 37% delle citazioni.

Questa concentrazione crea un paradosso: l’intelligenza artificiale, che dovrebbe ampliare l’accesso all’informazione, finisce per restringere il campo visivo a pochi, giganteschi editori.

Ma perché succede questo?

La risposta, come spesso accade, segue il profumo dei soldi.

Accordi sottobanco o trasparenza? Il ruolo (pesante) dei soldi

La spiegazione di questa disparità sembra avere a che fare con accordi commerciali tutt’altro che trasparenti. Il Guardian, guarda caso, ha stretto un accordo con OpenAI per farsi pagare l’uso dei suoi articoli.

Una coincidenza che sia la fonte più citata su ChatGPT?

Dimmelo tu.

L’IPPR lancia un allarme serio: se le pubblicazioni che pagano o stringono accordi appaiono più in alto, si rischia di tagliare fuori tutti i piccoli editori e le testate locali, che non hanno il potere contrattuale per sedersi a questi tavoli. Si sta creando, di fatto, un mercato dell’informazione a due velocità, deciso dagli algoritmi e dai portafogli delle multinazionali.

E Google?

Se la cava con una promessa vaga di “esplorare aggiornamenti” per consentire agli editori di scegliere se farsi usare o meno dalle sue AI, mentre la Competition and Markets Authority (CMA) britannica propone una soluzione che, a conti fatti, suona come un contentino. Per ora, niente obblighi di pagamento per Google e dodici mesi di attesa per “valutare l’impatto”. Nel frattempo, i giganti della tecnologia continuano a fare il bello e il cattivo tempo.

E se pensi che la situazione sia già abbastanza opaca, aspetta di sentire cosa combina Perplexity.

Perplexity e il “trucco” del crawler fantasma

Ma il capitolo più surreale riguarda Perplexity. La BBC, uno degli editori più importanti al mondo, ha esplicitamente bloccato i crawler di Perplexity, impedendo loro di analizzare i contenuti del suo sito. Eppure, secondo lo studio, la BBC risulta essere la fonte più citata proprio da Perplexity, con il 31% delle citazioni.

Com’è possibile?

Secondo l’accusa di Cloudflare Perplexity userebbe dei “crawler fantasma”, non dichiarati, per aggirare questi blocchi e prelevare contenuti senza permesso.

Perplexity ovviamente nega, scaricando la responsabilità su fornitori terzi, ma la tensione è talmente alta che la BBC ha minacciato di farle causa. Questo episodio è la punta dell’iceberg di un problema enorme: la totale mancanza di trasparenza su come queste intelligenze artificiali scelgono e usano le fonti.

Mentre le grandi aziende tecnologiche costruiscono i loro imperi sull’informazione prodotta da altri, la domanda vera è: di chi possiamo fidarci quando l’informazione che riceviamo è filtrata da accordi commerciali segreti e pratiche a dir poco discutibili?

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

7 commenti su “Pochi eletti e tanti esclusi: il club privato delle fonti AI che domina ChatGPT e Google”

  1. Chiara Barbieri

    La scoperta dell’acqua calda. L’informazione non è mai stata democratica, è posizionamento. Hanno solo automatizzato il recinto. La vera domanda è chi costruisce le alternative, invece di lamentarsi della gabbia dorata che ci offrono.

  2. Hanno costruito un nuovo oracolo per poi sussurrargli all’orecchio solo le risposte che gli convengono. Quando smetteremo di fingere di non vedere i fili?

  3. Hanno solo digitalizzato il vecchio sistema di favori e circoli ristretti, che sorpresa. A volte temo che il mio lavoro consista nell’insegnare ad altri come entrare in club da cui io stessa vengo esclusa.

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