Scontro generazionale in ufficio: perché l’esperienza dei ‘veterani’ è tornata a essere cruciale

Anita Innocenti

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La saggezza dell’età contro l’entusiasmo giovanile: un’analisi impietosa svela perché l’esperienza vince sulla gioventù nel mondo del lavoro, ma la Gen Z si sente incompresa e destinata alla fuga.

Contrariamente alla narrazione comune, l'esperienza si dimostra un fattore di produttività cruciale, come rivela uno studio del Boston Consulting Group. Mentre le aziende corteggiano i neolaureati, ignorano il loro alto tasso di turnover e la loro insoddisfazione. Si delinea un paradosso in cui il valore dei lavoratori senior viene sottovalutato, minando la stabilità e la crescita aziendale.

L’esperienza non è acqua: la produttività ha i capelli bianchi

Diciamocelo, l’idea che un lavoratore più anziano sia meno produttivo è dura a morire.

Eppure, una serie di ricerche sta dimostrando l’esatto contrario.

Uno studio del Boston Consulting Group, ad esempio, ha rivelato che i team con una maggiore diversità di età superano di gran lunga quelli omogenei. La vera magia, a quanto pare, scatta quando il giudizio e la visione d’insieme dei “veterani” si uniscono alle competenze digitali dei più giovani.

Come riportato su The Register, questo non è un dettaglio da poco, specialmente oggi. Con l’intelligenza artificiale che inizia a divorare le posizioni entry-level, il valore di chi ha esperienza diventa fondamentale.

C’è una conoscenza tacita, fatta di casi limite e problemi imprevisti risolti negli anni, che nessun manuale o chatbot potrà mai replicare.

Un patrimonio che esiste solo nella testa di chi lavora in un’azienda da una vita.

Insomma, la bilancia sembra pendere nettamente a favore dell’esperienza.

Ma allora perché le grandi corporation continuano a sbandierare i loro programmi per “giovani talenti”, quasi ignorando questi dati?

La risposta sta in un paradosso che, se non gestito, rischia di far saltare il banco.

Il grande inganno: i giovani sono fedeli… ma solo a parole

Ed eccola qui, la sorpresa che nessuno si aspettava. I dipendenti più giovani, quelli tra i 18 e i 24 anni, sono in realtà i più coinvolti in azienda.

Un’indagine descritta da FM Magazine mostra che l’82% di loro crede fermamente nei valori dell’organizzazione per cui lavora, contro il 76% dei colleghi più anziani. Sono più ottimisti sul futuro dell’azienda (80% contro 70%) e più fiduciosi che questa possa aiutarli a raggiungere i loro obiettivi di carriera (75% contro 67%).

Numeri che raccontano di un entusiasmo pazzesco.

Il problema?

Sono anche quelli con la più bassa intenzione di restare in azienda per più di tre anni.

Se ne vanno perché non si sentono supportati nella crescita, perché i benefit non sono adeguati e perché mancano conversazioni di sviluppo serie con i loro manager.

Un capitale di energia e fiducia letteralmente gettato al vento.

Ma è solo una questione di benefit e piani di carriera mancati? O forse c’è un problema di fondo molto più profondo, una sorta di “dialogo tra sordi” generazionale che sta minando le fondamenta della collaborazione?

Dialoghi impossibili e felicità a targhe alterne

La verità è che le diverse generazioni, sul posto di lavoro, non parlano la stessa lingua.

I Baby Boomers preferiscono il confronto diretto, faccia a faccia, ricco di contesto. La Generazione Z, invece, vive di comunicazione digitale, messaggi istantanei e feedback immediati, ma tende a evitare lo scontro diretto.

Questa differenza è tutt’altro che banale.

Secondo un sondaggio citato da CPAPracticeAdvisor, il 46% dei lavoratori definisce lo stile comunicativo della Gen Z come il più difficile da gestire durante le riunioni. Non solo: il 46% ritiene che i Baby Boomers abbiano l’etica del lavoro più solida, contro un misero 9% per la Gen Z.

Una percezione che, probabilmente, dice più sulle diverse aspettative che sull’impegno reale.

Questa frattura si riflette inevitabilmente sulla soddisfazione generale.

Come descritto nel report Future of Work 2025 di Checkr, Baby Boomers e Gen X sono i più felici al lavoro (50%), mentre la percentuale crolla al 35% per la Gen Z. Anche la soddisfazione per lo stipendio segue lo stesso andamento, con i più giovani che si dichiarano molto meno appagati.

Il quadro che ne esce è quello di un ambiente di lavoro spaccato, dove l’esperienza si sente più apprezzata e la gioventù, pur essendo piena di slancio, si sente incompresa e insoddisfatta.

E mentre le aziende continuano a cercare la formula magica per la produttività, forse la vera sfida non è scegliere tra giovani e anziani, ma semplicemente insegnare loro a parlarsi.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

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