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La pubblicità arriva su ChatGPT: un test negli Stati Uniti per monetizzare la piattaforma, ma restano i dubbi sulla privacy e l’imparzialità delle risposte
OpenAI ha ufficialmente introdotto la pubblicità su ChatGPT per gli utenti gratuiti, avviando un test con un alto costo d'ingresso per gli inserzionisti. Nonostante le promesse di trasparenza e di non influenzare le risposte dell'IA, la mossa solleva dubbi nel settore sulla futura imparzialità del servizio e segna un netto cambio di rotta per monetizzare la piattaforma.
La pubblicità sbarca su ChatGPT: cosa sta succedendo?
Alla fine, OpenAI ha ceduto.
Era solo questione di tempo, diciamocelo, ma ora è ufficiale: la pubblicità è entrata in ChatGPT. L’azienda ha avviato un primo test, per ora limitato agli Stati Uniti, che mostra contenuti sponsorizzati agli utenti che utilizzano la versione gratuita e quella a basso costo “Go” della piattaforma.
Se hai un abbonamento a pagamento come Plus, Pro o Business, per ora puoi dormire sonni tranquilli: a te non toccherà. Ma per la stragrande maggioranza degli utenti, che non paga, la musica sta per cambiare.
E non si tratta di un esperimento da poco.
Per partecipare a questa fase di test, gli inserzionisti devono mettere sul tavolo un impegno minimo di 200.000 dollari, con richieste che arrivano fino a 250.000. Come descritto su Adweek, il costo per far vedere un annuncio mille volte è di 60 dollari, una tariffa paragonabile a quella degli spot durante le partite della NFL e decisamente più alta di quella che trovi sui social media.
Cifre che mettono subito in chiaro una cosa: l’obiettivo è monetizzare, e farlo in fretta.
Ma la vera domanda è un’altra: come funzioneranno questi annunci e, soprattutto, a quale prezzo per la nostra privacy e per l’oggettività delle risposte che riceviamo?
Promesse di trasparenza o un castello di carte?
Sulla carta, la soluzione di OpenAI sembra pensata per non disturbare troppo. Gli annunci compariranno in una sezione ben etichettata, separata dalle risposte del chatbot, e saranno contestuali.
In pratica, se stai cercando ricette, potresti vedere la pubblicità di un servizio di consegna pasti.
L’azienda si affretta a mettere le mani avanti, giurando che la pubblicità non influenzerà in alcun modo le risposte di ChatGPT, che rimarranno ottimizzate per essere “le più utili possibili” per l’utente.
La grande promessa riguarda la privacy: le conversazioni individuali non verranno condivise con gli inserzionisti, che riceveranno solo dati aggregati su click e visualizzazioni.
Avrai anche la possibilità di cancellare un annuncio, vedere perché ti è stato mostrato e gestire le impostazioni di personalizzazione.
Insomma, un quadro apparentemente rassicurante, dove OpenAI si impegna anche a non mostrare annunci a utenti minorenni o accanto a conversazioni su temi sensibili come salute e politica.
Tutto perfetto, quindi?
Forse.
Il dubbio, però, rimane: quando in gioco ci sono centinaia di migliaia di dollari, quanto resterà solida la promessa di non far mai “contaminare” le risposte dell’IA dagli interessi economici degli sponsor?
Il cambio di rotta di Sam Altman e i dubbi del settore
A rendere il tutto ancora più complesso è il passato.
Solo qualche tempo fa, il CEO di OpenAI, Sam Altman, aveva espresso più di una perplessità sull’idea di inserire pubblicità in ChatGPT. Poi, a novembre 2025, la sua posizione si è “evoluta”, dicendosi “non totalmente contrario” a patto che l’implementazione fosse attenta.
Ha tracciato una linea netta tra la pubblicità contestuale (quella che stanno testando ora) e quella “pay-to-rank”, dove si paga per apparire più in alto, definita da lui stesso “catastrofica”.
Una distinzione sottile, che però non ha convinto tutti.
Il settore, infatti, resta scettico.
La concorrente Anthropic ha persino preso in giro l’idea della pubblicità nell’IA durante uno spot del Super Bowl, scatenando una reazione piccata di Altman. Il timore diffuso è che, una volta aperto il rubinetto dei ricavi pubblicitari, la pressione a massimizzare i profitti possa, un giorno, erodere l’imparzialità delle risposte.
Per ora, OpenAI definisce il test “piccolo e strettamente controllato”, ma è chiaro che si tratta solo del primo passo. Una mossa presentata come necessaria per sostenere i costi operativi, ma che apre una crepa nel muro della fiducia che l’azienda ha cercato faticosamente di costruire.

L’imparzialità delle risposte sponsorizzate sarà garantita, come la privacy sui social media. Attendiamo con fiducia la nuova frontiera della persuasione digitale.
@Antonio Barone Lei definisce “persuasione digitale” quello che è il prevedibile epilogo di ogni servizio gratuito: la trasformazione dell’utente in merce. La vera anomalia sarebbe stata evitarlo, non implementarlo. Ora attendiamo semplicemente di calcolare il ritorno sull’investimento della disinformazione sponsorizzata.
@Lorena Santoro Il punto non è la pubblicità in sé, quanto la sua potenziale fusione con la risposta. Ciò trasforma un assistente informativo in un persuasore commerciale, alterando l’imparzialità alla radice del servizio.
La trasparenza promessa da OpenAI suona come le etichette “Made with Love” sul fast fashion: un velo di zucchero su una pillola che serve solo a tracciare e vendere. La domanda non è se l’IA sarà imparziale, ma a quale prezzo compriamo le sue risposte.
Mi chiedo se, oltre alla pubblicità, stiano già vendendo i nostri prompt al miglior offerente. La mia paranoia di solito ci azzecca su queste cose.
@Paolo Pugliese, la paranoia è solo il nome carino del business plan. I prompt sono il vero prodotto. Di fatto, paghiamo per lavorare per loro.
L’imparzialità era un’illusione romantica; ora l’IA impara a vendere, come ogni buon discepolo.
Pubblicità? No, è il classico funnel: prima acquisisci utenti, poi monetizzi. Zero sorprese. La vera metrica non sarà l’imparzialità, ma il valore che estrarranno da ogni singolo prompt. Il resto è rumore di fondo.
@Enrico Romano, ok il funnel. Ma come fanno a estrarre valore senza farla diventare scema?
Finalmente il modello di business prende una forma riconoscibile, smettendo di essere un costoso esperimento scientifico. Trovo quasi tenero vederlo muovere i primi passi verso la sostenibilità economica, non è un bel segno di crescita?
Imparzialità”? Termine affascinante. Marketing 101: il prodotto gratuito sei tu. Ora il servizio ti suggerirà pure cosa comprare. Il mio lavoro diventa sempre più facile, che desolazione.
Dubbi sull’imparzialità”? Che carini. Aspettavamo Babbo Natale o un business che deve fatturare?
Il pozzo della conoscenza pura era una favola. Ora gli inserzionisti lo inquinano a pagamento. L’imparzialità è un fantasma. Quanti click per la risposta sponsorizzata?
L’introduzione della pubblicità è la logica evoluzione del modello di business, non una sorpresa. Le dichiarazioni sulla neutralità sono un mero esercizio di PR per chi ancora crede nelle favole digitali; la vera imparzialità ha semplicemente smesso di essere economicamente conveniente.
Elena Bianchi, “favole digitali” è perfetto. I dati sono il prodotto, la pubblicità è il guadagno. È sempre la solita storia. Ora l’IA mi suggerirà le scarpe che ho cercato ieri, ma con un tocco di eleganza “imparziale”. Che tenerezza.
La monetizzazione era prevedibile. Le promesse di imparzialità suonano vuote quando entrano in gioco i budget pubblicitari. Mi chiedo come cambierà il mio stesso campo, ora che persino una intelligenza artificiale vende visibilità sponsorizzata. La partita si fa curiosa.