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Un bug improvviso ha interrotto il flusso di visibilità promesso, sollevando interrogativi sulla reale affidabilità degli strumenti di Google per gli editori di notizie
Un bug ha disattivato per una settimana la funzione 'Fonti Preferite' di Google, strumento chiave per la visibilità degli editori. Sebbene Google abbia risolto rapidamente il problema, l'incidente solleva dubbi sulla fragile dipendenza dell'informazione dalle piattaforme tecnologiche e sulla stabilità di strategie editoriali costruite su ecosistemi controllati da terzi, minando la fiducia nel lungo termine.
Google ripara il suo strumento per le fonti preferite, ma la fiducia degli editori vacilla?
Per circa una settimana, uno strumento chiave di Google ha smesso di funzionare, mettendo in difficoltà non pochi editori che contavano su di esso per farsi scegliere dai lettori. Parliamo del pulsante per i deeplink delle “Fonti Preferite”, una funzione che permette agli utenti di indicare i loro siti di notizie prediletti.
In pratica, il pulsante che doveva compilare in automatico l’URL del sito da aggiungere alle preferenze, beh, non lo faceva più. Come riportato da Search Engine Roundtable, a segnalare il problema per primo è stato un utente attento, LuchaBeast, che ha notato come il link non funzionasse su diversi browser e siti web.
Un semplice bug, dirai tu.
Ma la verità è che le implicazioni erano ben più profonde, specialmente per chi fa informazione e cerca di costruire un rapporto diretto con il proprio pubblico attraverso i canali di Google.
Perché quel link era così importante?
Facciamo un passo indietro.
La funzione “Fonti Preferite” è stata presentata da Google come un modo per personalizzare i risultati di ricerca nelle Top Stories, dando più visibilità alle testate che un utente sceglie attivamente. Per gli editori, è un’occasione per fidelizzare il lettore e garantirsi un posto di rilievo nella SERP.
Google stessa ha spinto gli editori a integrare questi link speciali, fornendo indicazioni su come promuoverli sui propri siti e social media. E il motivo è chiaro: dati alla mano, gli utenti cliccano il doppio sulle loro fonti preferite rispetto alle altre, come descritto da Nick Fox di Google.
Insomma, Google crea uno strumento, spinge gli editori a usarlo promettendo più visibilità e poi, sul più bello, lo rompe.
La domanda sorge spontanea: cosa è successo dopo?
La toppa di Google: intervento rapido o danno controllato?
La buona notizia è che il problema è stato risolto. Dopo la segnalazione, Rajan Patel di Google ha confermato di aver preso in carico la questione e, nel giro di pochi giorni, ha annunciato che tutto era tornato alla normalità.
Certo, l’intervento è stato rapido, e questo va riconosciuto.
Ma una settimana di disservizio su una funzionalità così strategica, promossa attivamente dalla stessa Google, lascia qualche dubbio.
Viene da chiedersi quanto sia solida la dipendenza degli editori da questi meccanismi e quanto basti poco per inceppare una macchina che sembra perfetta.
Alla fine, l’incidente si è chiuso con un “tutto risolto”, ma resta un promemoria importante: quando si costruisce la propria strategia su un terreno che non è il proprio, basta un piccolo intoppo tecnico per mettere a rischio una parte importante del lavoro.

Si mettono il cappio al collo da soli, poi si stupiscono se Google stringe.
@Simone Damico Ci si fida del gigante buono che ti offre una mano. Poi, senza volerlo, stringe un po’ troppo la presa. A chi dare la colpa, alla mano o a chi si è aggrappato?
@Enrica Negri La colpa è di chi si aggrappa al gigante, scambiandolo per un benefattore. È un’azienda, non un ente di carità. Continuare a stupirsi per questi “incidenti” dimostra solo una grande ingenuità di fondo. È la solita storia.
Mi fa quasi tenerezza lo stupore degli editori di fronte all’ennesimo “incidente” di Google, come se non fosse palese che la loro visibilità è solo un effetto collaterale tollerato finché non dà fastidio.
@Carlo Bruno Continuano a coltivare nel giardino altrui, poi si meravigliano della siccità.
Costruire il proprio castello sulla sabbia di Google e poi lamentarsi della marea.
@Elisa Marchetti La cosa tragica è che si stupiscono ancora quando arriva la marea.
Fiducia in Google? Follia pura. Chi basa il proprio business su piattaforme terze merita di fallire. È la base, gente.