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Ecco perché l’intelligenza artificiale di Google potrebbe non “vedere” i siti web che utilizzano JavaScript per caricare i contenuti, penalizzandoli nei risultati di ricerca
L'avanzata intelligenza artificiale di Google, nata per comprendere il web, rischia un clamoroso abbaglio: considerare 'offline' i siti basati su JavaScript. L'analisi di Roger Montti svela come la corsa all'innovazione di Google stia scaricando sui webmaster la responsabilità di essere 'comprensibili' per algoritmi non ancora infallibili, mettendo a rischio interi business online.
L’intelligenza artificiale di Google ti vede “offline”? La beffa del JavaScript
Pensa a questo: hai un sito che funziona alla perfezione, i tuoi clienti lo navigano senza problemi, ma per l’intelligenza artificiale di Google, è semplicemente offline.
Non raggiungibile.
Rotto.
Sembra assurdo, vero?
Eppure è proprio la situazione che ha messo in luce un’analisi di Roger Montti, un consulente SEO con oltre vent’anni di esperienza nel settore. A quanto pare, i nuovi sistemi di intelligenza artificiale di Google potrebbero interpretare un sito web come inesistente se il suo contenuto viene caricato principalmente tramite JavaScript.
Ma come diavolo è possibile che una tecnologia progettata per comprendere il web in modo più profondo possa inciampare su una cosa del genere?
La risposta si nasconde in bella vista, in un dettaglio tecnico che molti, troppi, continuano a sottovalutare.
Quando il codice diventa un muro invisibile
Il problema ha un nome e cognome: rendering di JavaScript.
Te la spiego semplice: quando un utente (o un crawler) visita il tuo sito, invece di ricevere una pagina già bella e pronta, riceve una sorta di “guscio vuoto”.
Poi, come per magia, il codice JavaScript inizia a “montare” i pezzi: testi, immagini, link, tutto compare al suo posto.
È una tecnica comune, ma nasconde un’insidia.
Le Linee guida per i webmaster di Google avvertono da tempo che se questo processo ha anche un minimo intoppo, o richiede troppo tempo, il motore di ricerca potrebbe non “vedere” il contenuto.
Per lui, è come se non ci fosse nulla.
Il punto, però, è che il gioco si è fatto più complesso.
Non stiamo parlando solo del vecchio e caro Googlebot che scansiona le pagine. Ora ci sono in campo nuovi agenti basati sull’IA, e le loro regole non sono ancora del tutto chiare.
L’ombra dell’IA: tra automazione e fraintendimenti
Google sta spingendo forte sull’intelligenza artificiale, introducendo iniziative come WebMCP per gestire come i suoi sistemi interagiscono con i siti web. L’obiettivo dichiarato è rendere tutto più efficiente e intelligente.
Ma la domanda sorge spontanea: siamo sicuri che questi nuovi agenti “intelligenti” siano davvero pronti per il mondo reale?
Siamo certi che Google, nella sua perenne corsa all’innovazione, non stia lanciando tecnologie che rischiano di penalizzare proprio chi, magari, sta usando soluzioni tecniche moderne?
La questione, quindi, va oltre il singolo problema tecnico.
Si tratta di capire di chi sia la responsabilità quando una macchina, per quanto avanzata, fraintende la realtà.
E soprattutto, cosa significa questo per chi, come te, ha un business online da mandare avanti.
Di chi è la colpa se Google non capisce?
In pratica, Google sta alzando l’asticella. Non basta più avere un sito che funziona per gli esseri umani; deve essere a prova di macchina, perfettamente “digeribile” dai suoi algoritmi sempre più complessi e, a quanto pare, non sempre infallibili. La responsabilità di essere “comprensibili” per i suoi sistemi automatizzati ricade sempre di più sulle tue spalle. Questo significa che, oggi più che mai, la scelta di una tecnologia o di un’altra per costruire il tuo sito non è solo una questione di estetica o di funzionalità.
È una decisione strategica che può determinare se il tuo business, per Google, esiste o semplicemente… non esiste.
E il rischio, diciamocelo, è che un sito tecnologicamente avanzato ma non allineato ai rigidi parametri della sua IA venga messo all’angolo.
Non per quello che dice, ma per come lo dice al motore di ricerca.

Delegare ai professionisti l’onere di compensare le lacune di un algoritmo presunto avveniristico rappresenta la solita, prevedibile, dinamica di potere. La montagna ha partorito il classico topolino digitale.
@Francesco Messina Non è un topolino, è il loro filtro. Passano solo i più scaltri.
L’occhio del ciclope non vede i miei numeri. E se fosse tutto finto?
@Benedetta Donati I loro robot giocano a nascondino con i nostri fatturati, che spasso.
@Sara Sanna ‘Spasso’ è una parola grossa, qui si parla di mandare all’aria mesi di lavoro e proiezioni. L’idea che un algoritmo possa rendermi invisibile da un giorno all’altro mi mette un’agitazione pazzesca. Come si può pianificare qualcosa con questa incertezza?
Un’IA che non renderizza il web. Sembra l’inizio di una barzelletta. Tragica.
@Angela Longo La sua “barzelletta” descrive un gigante con gli occhiali rotti che ci accusa di essere sfocati. L’idea che il nostro lavoro dipenda da chi gli venderà le lenti giuste, o se mai deciderà di comprarle, mi lascia un profondo senso di vertigine.
Prima ci spingono a usare framework moderni, poi ci penalizzano perché li usiamo. È quasi come se volessero venderci la soluzione dopo aver creato il problema. Ma sarà solo una mia impressione, immagino.
@Luciano Fiore La sua non è un’impressione, ma la lucida descrizione di un modello di business. Si crea un labirinto per poi vendere il filo d’Arianna; un meccanismo che si alimenta della nostra dipendenza, il cui prezzo è la nostra stessa autonomia digitale.
@Miriam Gallo E quel filo d’Arianna, guarda caso, lo venderanno proprio loro, assicurandosi che non esistano altre uscite dal labirinto. È un meccanismo ben rodato, progettato per eliminare ogni nostra scelta e renderci prigionieri consenzienti del loro sistema.
La solita storia: il gigante tecnologico lancia un prodotto difettoso e la responsabilità di farlo funzionare ricade su di noi. Stanno costruendo cattedrali nel deserto con la nostra sabbia, e pretendono pure che non ci lamentiamo.
@Greta Barone Non è un errore, è una scelta precisa. Vogliono imporci uno standard.
Il gigante ha partorito un automa cieco, e ora pretende che il mondo impari a muoversi al buio per non essere calpestato.
@Noemi Conti E mentre noi siamo costretti a insegnare il braille al suo automa, io continuo a lucidare le maniglie di porte che non vedrà mai. Mi chiedo per quale utente stiamo costruendo queste cattedrali nel deserto, a questo punto.
Google ha partorito un re cieco. Ora pretende che i suoi sudditi imparino a muoversi nel buio per compiacerlo. La responsabilità, come sempre, è un fardello destinato agli altri.
Non è più un problema tecnico, è una minaccia esistenziale. L’algoritmo diventa una ghigliottina pronta a cadere senza preavviso su business funzionanti. Questo scenario mi provoca un’ansia profonda. Come si può lavorare con questa incertezza costante?
Un’intelligenza che non vede la realtà. Google costruisce un labirinto e poi chiede a noi la mappa. Alla fine siamo sempre noi a pagare il prezzo di questi progressi?
L’avanzamento tecnologico di Google sembra una marcia indietro, dove un’intelligenza artificiale costringe il web a spogliarsi della sua modernità per essere compresa. Mi chiedo quale sarà il prossimo passo: il ritorno al testo puro e ai collegamenti ipertestuali blu?
Un vero progresso. L’IA non capisce il JavaScript. La colpa, come sempre, finisce sulle nostre spalle. Non c’è da discutere, c’è solo da sistemare il problema e andare avanti. Il resto è rumore.
@Giovanni Graziani Un modello di business lodevole: Google crea il danno, noi paghiamo consulenti per la cura e la chiamiamo evoluzione tecnologica.
@Simone De Rosa Hai descritto il meccanismo alla perfezione. Loro introducono un problema e noi paghiamo per risolverlo. Alla fine, il banco vince sempre, non trovi?