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Un cambio di rotta che, secondo l’accusa, viola un accordo tacito di lunga data, mettendo a rischio il futuro dell’editoria online.
Penske Media Corporation lancia un guanto di sfida a Google con un pesante memorandum antitrust. L'accusa è netta: il colosso di Mountain View, con le sue AI Overviews, sta saccheggiando i contenuti degli editori per alimentare la propria intelligenza artificiale, distruggendo il traffico web e tradendo un patto decennale che minaccia l'intero ecosistema dell'informazione digitale.
Google ha appena ricevuto una bella gatta da pelare.
E non una qualunque.
Penske Media Corporation (PMC), il colosso che sta dietro a testate come Rolling Stone e The Hollywood Reporter, ha depositato un memorandum antitrust che non usa mezzi termini: accusa Google di aver mandato in frantumi un patto che reggeva il web da decenni, usando la sua posizione dominante nella ricerca per saccheggiare contenuti e nutrire i suoi sistemi di intelligenza artificiale.
Senza, ovviamente, pagare il conto.
Il documento di 56 pagine, depositato il 12 febbraio 2026, sostiene che Google ha cambiato le regole del gioco in modo unilaterale.
Grazie a funzioni come le AI Overviews, ora si prende i contenuti degli editori, li “reimpacchetta” e li serve direttamente agli utenti, eliminando di fatto la necessità di cliccare sui link originali.
Questo significa una cosa sola: la fine del traffico che per anni ha sostenuto l’intero settore dell’editoria online.
La grande promessa tradita
Al centro di tutto c’è quello che PMC definisce uno “scambio leale fondamentale”. Funzionava più o meno così: tu, editore, mi permetti di analizzare i tuoi contenuti, e io, motore di ricerca, ti porto traffico qualificato. Un accordo non scritto che ha permesso a entrambi di crescere.
Pensa che persino il CEO di Google, Sundar Pichai, in un’intervista del 2025, aveva sottolineato come l’invio di utenti verso contenuti creati da esseri umani fosse un “principio di progettazione fondamentale” per l’azienda.
Peccato che, carte alla mano, la difesa di Google canti tutta un’altra musica, negando di aver mai “promesso di fornire” traffico agli editori.
Una bella giravolta, non trovi?
Ma come fa Google, a livello pratico, a “cannibalizzare” il traffico?
La faccenda è più tecnica di quanto pensi, ma l’effetto è devastante.
La macchina che divora il traffico
Il meccanismo si chiama RAG (Retrieval-Augmented Generation). In parole povere: Google prende i tuoi contenuti, li “mastica” e li risputa direttamente nella sua pagina dei risultati, sotto forma di riassunto generato dall’IA.
Il risultato è la crescita esponenziale delle cosiddette “ricerche a zero-click”, quelle in cui l’utente ottiene la risposta che cerca senza mai abbandonare Google.
E per gli editori?
Un disastro.
Le conseguenze sono state pesantissime: secondo recenti rapporti, molti hanno subito perdite di traffico fino al 40% lo scorso anno, vedendo crollare le entrate pubblicitarie mentre i loro contenuti continuavano a essere usati per arricchire Google.
A questo punto ti starai chiedendo: perché gli editori non bloccano semplicemente i crawler di Google? La risposta, purtroppo, è brutale.
La scelta che Google mette sul tavolo è quasi un’estorsione: o accetti che i tuoi contenuti vengano usati per le sue funzioni IA, subendo la cannibalizzazione del traffico, oppure perdi anche quel briciolo di visibilità che ti è rimasta.
In pratica, o ti sottometti o sparisci.
Una battaglia su due fronti (e non solo)
Non pensare che questa sia solo una questione americana.
Il malcontento è globale.
Quasi contemporaneamente, anche gli editori europei hanno presentato una denuncia antitrust contro le AI Overviews di Google, accusando l’azienda di imporre una scelta insostenibile: o cedi i tuoi contenuti all’IA, o diventi invisibile.
Questa mossa si affianca a un’azione di enforcement già annunciata dalla Commissione Europea a dicembre 2025. E non è neanche la prima volta che Google finisce nel mirino per pratiche monopolistiche. Già nell’aprile del 2025, una corte federale aveva stabilito che l’azienda ha violato le leggi antitrust monopolizzando i mercati della pubblicità digitale.
Il punto è che Google non è più un motore di ricerca; si sta trasformando in un “motore di risposte”.
Se prima ti indicava la strada per trovare informazioni su altri siti, ora vuole che tu non esca più dal suo giardino.
La domanda che resta sospesa è se questo “nuovo web”, gestito da un unico, gigantesco casellante che decide chi passa e chi no, sia un futuro che vogliamo davvero.
E soprattutto, quanto costerà a chi, come te, crea valore ogni giorno con i propri contenuti.

Un patto con Google? Era una dipendenza, non un accordo. Hanno regalato il loro lavoro per anni. Ora che la pacchia è finita si mettono a piangere. Prevedibilissimo.
Hanno dato le chiavi di casa a Google per anni. E ora si lamentano se si prende i mobili. Non ci arrivo. Qual era il loro piano B?
@Simone Ferretti, un piano B presuppone lungimiranza, merce rara per chi ha passato decenni a elemosinare traffico da un monopolista. Hanno scambiato la dipendenza per una collaborazione; il conto era inevitabile.
@Daniele Palmieri Quindi l’alternativa era sparire subito? Non riesco a capire quale fosse la mossa giusta.
Un patto mai esistito. Era uno scambio, ora Google ha il coltello dalla parte del manico. Bisogna solo prenderne atto e cambiare rotta.
Angela Ferrari, abbiamo allevato per anni un lupo travestito da cane da guardia, dandogli le chiavi del nostro pollaio. Lamentarsi ora che si mangia le galline suona quasi comico. Quale sarebbe questa nuova rotta, quando tutte le strade portano al suo cancello?
Un patto con Google. Certo. Gli editori si sono messi il cappio al collo da soli, per anni. Hanno lavorato gratis per costruire il loro becchino. Chissà perché mi sento chiamata in causa.
Paola Montanari, chiamarlo “patto” è generoso. Era una dipendenza tollerata, non un accordo tra pari. Google non ha mai promesso nulla. Ora gli editori si svegliano e scoprono che la piattaforma che hanno arricchito non gli appartiene. Che sorpresa.
La dipendenza genera sempre questi problemi. Meglio costruire le proprie autostrade personali.
Hanno nutrito il coccodrillo per anni, sperando di essere mangiati per ultimi. Che teneri. Ora il menù prevede solo loro, serviti come antipasto per l’AI. La natura, anche quella digitale, fa il suo corso.
Hanno costruito la loro casa su un terreno non loro. Il proprietario ora bussa cassa.
Hanno cenato col diavolo per anni, usando un cucchiaio cortissimo. Ora si stupiscono di bruciarsi le dita. Che furbizia, la nostra.
L’ingenuità degli editori nel confidare in accordi verbali con un monopolista è sconcertante. Hanno servito il pasto per decenni, ora si lamentano se il commensale vuole andarsene senza pagare il conto.
Hanno nutrito la bestia per anni. Ora si meravigliano perché è cresciuta e ha fame. Quale sarebbe il finale che si aspettavano?
Un patto non scritto con un monopolio. Qualcuno ci credeva? Mi sento quasi ingenuo io.