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Tra condanne per monopolio e timori di smembramento, il valore di Google in Borsa sale vertiginosamente, aprendo interrogativi sull’efficacia delle sanzioni antitrust
Nonostante due storiche condanne per monopolio nei mercati della ricerca e della pubblicità, Google vede le sue azioni volare. Questo paradosso svela una realtà scomoda: i tribunali riconoscono le violazioni delle Big Tech, ma esitano ad applicare rimedi drastici, trasformando le sconfitte legali in vittorie finanziarie e deludendo le aspettative di una vera giustizia di mercato.
La strana storia di Google: condannata per monopolio, ma premiata in borsa
Una cosa del genere, a sentirla, non ha molto senso.
Nel 2025 Google ha perso due cause antitrust storiche, con i tribunali federali che l’hanno dichiarata colpevole di mantenere monopoli illegali sia nel mercato della ricerca che in quello pubblicitario. E la reazione degli investitori quale è stata?
Hanno fatto schizzare il valore delle azioni del 65%, trasformando Google nella seconda azienda di maggior valore al mondo.
Te la spiego semplice: questa situazione paradossale ci sbatte in faccia una verità scomoda su come funziona la giustizia quando si scontra con i colossi della tecnologia.
I tribunali sono disposti a riconoscere le violazioni, ma quando si tratta di applicare soluzioni drastiche, di quelle che cambiano davvero le regole del gioco, si tirano indietro.
Ma andiamo con ordine, perché la storia merita di essere capita fino in fondo.
La condanna per monopolio sulla ricerca: una vittoria di Pirro per il Dipartimento di Giustizia?
Nell’agosto del 2024, il giudice distrettuale Amit Mehta ha emesso una sentenza che ha fatto la storia: era la prima volta dai tempi del caso Microsoft del 2001 che un tribunale federale dichiarava una Big Tech colpevole di monopolio.
Il verdetto era chiaro, senza possibilità di interpretazione: Google è un monopolista e ha agito come tale per mantenere il suo dominio.
Il cuore del problema erano i miliardi di dollari che Google paga ogni anno ad Apple, Samsung e ai produttori di browser per assicurarsi di essere il motore di ricerca predefinito su praticamente ogni dispositivo.
Durante il processo, lo stesso CEO di Google, Sundar Pichai, ha ammesso che essere l’opzione di default è un fattore decisivo per la quota di mercato, una concessione che ha praticamente messo un sigillo sull’argomentazione del governo.
Il Dipartimento di Giustizia, a quel punto, ha chiesto il massimo: costringere Google a vendere Chrome, a cedere Android e a separare il business della ricerca da quello pubblicitario.
Insomma, voleva smembrare l’azienda.
A settembre 2025, però, è arrivata la doccia fredda: il giudice Mehta ha rifiutato tutte le richieste di smantellamento. Ha invece imposto a Google di ristrutturare i suoi accordi per la ricerca predefinita, con termini più brevi e meno restrizioni per i partner.
In pratica, una tirata d’orecchi, non una vera punizione.
E la motivazione?
L’Intelligenza Artificiale.
Secondo il giudice, i chatbot basati su IA generativa rappresentano una minaccia così credibile al dominio di Google che il mercato è diventato troppo dinamico per imporre rimedi strutturali.
E se pensi che questa sia una storia strana, aspetta di sentire del secondo processo.
Il mercato pubblicitario: stessa storia, stesso copione?
Perché la musica non è cambiata di molto.
Mentre il caso sulla ricerca andava avanti, un’altra battaglia legale si svolgeva in parallelo, questa volta sul mercato della pubblicità digitale. Ad aprile 2025, come descritto sulla pagina Wikipedia del caso United States v. Google LLC (2023), il giudice Leonie Brinkema ha stabilito che Google aveva volontariamente monopolizzato il mercato degli annunci online.
Anche qui, il Dipartimento di Giustizia ha chiesto un intervento pesante: la vendita della suite Ad Manager, per separare gli strumenti che gli editori usano per vendere spazi pubblicitari dal mercato dove quegli spazi vengono effettivamente comprati e venduti.
Eppure, anche in questo caso, la reazione del giudice è stata tiepida. Durante le argomentazioni finali, la giudice Brinkema ha espresso un forte scetticismo sulla proposta, definendola “piuttosto astratta” e sottolineando che non era stato identificato nessun potenziale acquirente per le parti dell’azienda da cedere. Ha chiesto più concretezza, facendo capire che un’idea così drastica, sulla carta, le sembrava campata in aria. La sua decisione finale sui rimedi da applicare è ancora attesa.
Con due condanne per monopolio sul tavolo, chiunque si aspetterebbe un crollo in borsa.
E invece…
Perché Wall street ha festeggiato una doppia sconfitta legale
Qui le cose si fanno interessanti e si capisce perché il titolo di Google sia volato alle stelle. Quando sono iniziati i processi, gli investitori temevano il peggio: la vendita di Chrome, lo smembramento di Android, la fine degli accordi milionari.
Ma a ogni passo del percorso legale, lo spettro di questi interventi drastici si è allontanato. Il mercato non ha reagito alle sentenze di colpevolezza, ma al fatto che le conseguenze reali erano molto più leggere del previsto.
È come se ti aspettassi una condanna pesante e invece te la cavi con una multa.
Festeggeresti, no?
Questo schema, dove i giganti tech vengono giudicati colpevoli ma se la cavano con poco, evidenzia una generale riluttanza dei tribunali a ordinare lo smantellamento delle Big Tech.
A questo si aggiunge la fiducia degli investitori nella capacità di Google di recuperare terreno sull’intelligenza artificiale, un fattore che ha ulteriormente alimentato l’ottimismo.
Se ci metti dentro il fatto che i ricavi dalla ricerca continuano a essere dominanti e che l’incubo di uno smembramento è svanito, le sconfitte in tribunale diventano quasi un dettaglio trascurabile per chi guarda solo al valore delle azioni.
La sintesi di tutta questa vicenda è una tensione evidente: le corti riconoscono la condotta illegale, ma quando si tratta di imporre rimedi che possano davvero cambiare le carte in tavola, si tirano indietro.
La vera domanda per il futuro è: questo schema si ripeterà all’infinito con i prossimi processi ad Amazon e Apple, oppure prima o poi qualcuno avrà il coraggio di andare fino in fondo?

Si punisce il sintomo, non la malattia, celebrando la capacità del paziente di pagare la cura senza guarire. Quale giustizia ci si aspettava?
Noemi Conti, fa quasi tenerezza vedere gente ancora stupita che il potere economico scavalchi le leggi; è il modello di business che funziona.
Applausi per questa farsa dove le sanzioni sono solo la quota associativa per il club dei monopolisti, pagata con i nostri dati e la nostra libertà di scelta. A quando il prossimo giro di giostra, che tanto il banco vince sempre?
Il mercato non punisce il dazio pagato per il monopolio. Vede solo la solidità del feudo. Chiamarla giustizia è un insulto.
Danilo Graziani, si indigna per un insulto alla giustizia? Il mercato celebra il pagamento di una tassa sulla dominanza, considerandolo un ottimo investimento.
Le multe sono il prezzo del fossato che protegge il castello. Gli investitori pagano per la sicurezza, non per l’etica. La giustizia di mercato finisce per premiare i muri alti, non le porte aperte. Che altro ci si poteva aspettare?
Le sanzioni sono un applauso pagato; quale giustizia può nascere da un paradosso simile?
Sara Benedetti, la chiamano multa, io la chiamo marketing. La giustizia non fattura.
Sembra una tassa sulla leadership, non una punizione. Il mercato lo sa e premia la certezza. L’etica del business è diventata un optional?
Nicolò Sorrentino, la sua domanda sull’etica presuppone che il mercato operi su un piano morale. In realtà, valuta il rischio: la multa è un costo prevedibile, inferiore al guadagno del monopolio. La matematica, a differenza della morale, non è un’opinione, è una convenienza.
Se la multa è solo il costo operativo per mantenere un monopolio, l’indignazione per la reazione della Borsa sembra francamente fuori luogo.
Il mercato brinda perché la multa è la consacrazione del monopolio, non la sua fine. Sembra un teatro dell’assurdo dove la punizione è il premio. Resta da capire se siamo spettatori o comparse.
Per loro la multa è un costo di marketing. Per me è un incubo l’INPS.
Marco Basile, è palese che per loro sia solo una riga di costo nel bilancio, zero sbatti. Noi invece ci danniamo con l’INPS. Forse il problema è che pensiamo ancora che le regole valgano per tutti.
Quindi la sanzione diventa un indicatore di solidità, un sigillo di garanzia che il monopolio è intoccabile. Fatico a comprendere se sia il mercato a essere irrazionale o la giustizia un puro orpello.