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L’espansione a quasi 100 lingue punta a una ricerca più “umana” grazie ai modelli Gemini, ma solleva interrogativi sull’evoluzione del rapporto tra utenti e intelligenza artificiale
Google lancia una massiccia espansione del suo AI Mode, portandolo a quasi 100 lingue in oltre 200 paesi, inclusa l'Italia. Basato su modelli Gemini personalizzati, mira a una ricerca più conversazionale. Questa mossa non solo sfida la concorrenza ma ridefinisce le regole della SEO, spostando il focus dalle parole chiave all'intento profondo dell'utente, segnando una nuova era per la ricerca online.
Google spinge sull’acceleratore: l’IA in quasi 100 lingue
Google ha deciso di fare sul serio, e questa volta su scala globale. L’azienda ha appena esteso la sua funzione di ricerca AI Mode a ben 53 nuove lingue, portando il totale a sfiorare il traguardo delle 100. Non si tratta di un aggiornamento di poco conto: come dichiarato da Nick Fox, Senior Vice President di Google, queste nuove lingue sono parlate da oltre un miliardo di persone in tutto il mondo.
L’espansione, infatti, non si limita solo alle lingue, ma si estende a oltre 200 paesi e territori, con l’Italia finalmente inclusa nella lista insieme a Germania, Spagna e Regno Unito. Resta fuori, per ora, la Francia, bloccata da incertezze normative che, a quanto pare, hanno messo un freno ai piani di Mountain View in terra transalpina.
Una mossa di questa portata fa sorgere una domanda: si tratta solo di una corsa per conquistare nuovi mercati o c’è dell’altro sotto?
Dietro le quinte: i modelli Gemini e la promessa di una ricerca “umana”
La vera novità non sta tanto nei numeri, quanto nella tecnologia che Google afferma di aver messo in campo. L’azienda ha fatto sapere che dietro a questa espansione ci sono modelli Gemini personalizzati e addestrati appositamente per la ricerca.
L’obiettivo dichiarato è ambizioso: permettere all’AI Mode di “cogliere le sottigliezze delle lingue locali” per fornire risposte pertinenti e contestualizzate. Una promessa che, diciamocelo, sentiamo spesso quando si parla di intelligenza artificiale.
Eppure, qualche dato sembra dare ragione a Google. A fine gennaio 2026, la funzione contava già 75 milioni di utenti attivi giornalieri, e le persone che la utilizzano pongono domande quasi tre volte più lunghe rispetto alle ricerche tradizionali.
Questo suggerisce un’interazione più profonda, quasi un dialogo.
Ma siamo sicuri che questo dialogo sia davvero alla pari? O stiamo semplicemente imparando a conversare con la macchina secondo le sue regole?
Un cambio di rotta che ridefinisce la ricerca (e il tuo lavoro)
Che ci piaccia o no, questo aggiornamento segna un punto di svolta.
Stiamo assistendo al passaggio da un motore di ricerca basato su parole chiave a un vero e proprio assistente di ricerca conversazionale. Non si tratta più di inserire “migliore ristorante Roma”, ma di chiedere “trovami una pizzeria a Trastevere con tavoli all’aperto, non troppo costosa e con buone opzioni vegetariane”.
Questo cambia completamente le carte in tavola per chi crea contenuti. L’ottimizzazione per singole keyword lascia il tempo che trova; ora è necessario costruire contenuti autorevoli e completi, capaci di rispondere all’intento profondo di una persona, non solo alla sua domanda superficiale.
Il rilascio sarà graduale, dicono da Google, per monitorare la qualità del servizio.
Un monitoraggio che, senza dubbio, servirà anche a raccogliere una quantità enorme di dati su come un miliardo di nuove persone pensa, chiede e interagisce, affinando un sistema che diventa ogni giorno più influente.

Bellissimo. L’AI capirà l’intento dell’utente e gli darà la risposta. Senza passare dal mio sito, ovviamente. Mi preparo a vendere ghiaccio agli eschimesi.
Marco Basile, hai colto il problema. Stiamo arredando una casa che non sarà mai nostra, anzi, ci chiuderanno la porta in faccia. A volte mi chiedo se il mio lavoro abbia ancora un senso.
L’idea è pure figa, più lingue e ricerca smart, ma conoscendo il sistema finirà per avvantaggiare solo i soliti noti. Noi piccoli content creator dovremo sgomitare il doppio per la stessa visibilità di prima.
Beatrice, ci useranno come manodopera a costo zero. I nostri contenuti alleneranno la loro AI, mentre la nostra visibilità crollerà. Bel baratto, no?
La ricerca “umana” è fumo negli occhi. La mossa serve solo a blindare il loro mercato con più dati. Il nostro lavoro è trovare il nuovo exploit per continuare a fatturare. È la solita partita a scacchi, niente di nuovo sotto il sole.
L’intento profondo” è una favola per specialisti ingenui. Il vero scopo è incatenarci a risposte preconfezionate. Il web diventa un corridoio stretto, senza uscite laterali. Siamo certi di voler percorrere solo la strada che ci viene indicata?
La vera marea non è linguistica, è un’estinzione di massa per chi non si adatta.
Ci regalano il privilegio di risposte generate da un automa, mentre i francesi sono costretti a usare i loro cervelli. Che sfortuna la loro.
Antonio, disabituandoci al pensiero ci rendono clienti perfetti per le loro risposte, ma mi chiedo se serva ancora un’umanità così obbediente.