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Google non è più un semplice archivio del web ma un curatore selettivo, con conseguenze dirette sull’indicizzazione dei siti e sulla SEO
La stretta di Google sull'indicizzazione forzata, come sottolineato da John Mueller, non è un semplice aggiornamento tecnico ma una svolta strategica. Il motore di ricerca si trasforma da archivista a curatore selettivo, escludendo i contenuti di bassa qualità. Questa mossa sembra mirare a un maggior controllo dell'ecosistema, imponendo un focus assoluto sulla qualità per ottenere visibilità online.
Google chiude i rubinetti: l’indicizzazione forzata è fuori gioco
Se anche tu, per il tuo sito di grandi dimensioni, hai mai pensato di dare una “spintarella” a Google per fargli notare le tue pagine più in fretta, ho una notizia che non ti piacerà. John Mueller, il Search Liaison di Google, è stato parecchio diretto e ha messo in guardia contro l’uso di tecniche di indicizzazione forzata.
In un commento su LinkedIn, ha detto senza troppi giri di parole che non ha senso affidarsi a questi metodi, consigliando piuttosto di usare i canali ufficiali. Diciamocelo, non è una novità assoluta, ma il tono perentorio fa capire che la tolleranza è finita.
Ma la vera domanda è: perché questa stretta proprio adesso?
La verità è che non si tratta di un semplice consiglio tecnico, ma del sintomo di un cambiamento molto più profondo nel modo in cui Google vede e tratta i contenuti online.
Non è più un archivio, ma un club esclusivo: la nuova filosofia di Google
Per anni, abbiamo dato per scontato che Google fosse una specie di archivista digitale che tentava di catalogare ogni singola pagina del web. Pubblicavi qualcosa, ti assicuravi che fosse scansionabile e, prima o poi, finiva nell’indice.
Oggi, la musica è completamente cambiata.
Google non si accontenta più di archiviare tutto; è diventato un curatore selettivo. Invece di indicizzare ogni cosa per poi ordinarla in base alla qualità, ora fa una selezione all’ingresso. Un contenuto mediocre, che in passato avrebbe trovato un suo posticino nell’indice, oggi viene semplicemente lasciato fuori dalla porta, considerato uno spreco di risorse sia per l’infrastruttura di Google che per l’utente finale.
La conseguenza è sotto gli occhi di tutti, e il colpo si sente, eccome.
Pensa che, secondo ExpertSEOConsulting, ben il 67% dei siti web sta lottando con problemi di indicizzabilità che solo due anni fa non esistevano. Non basta più avere una pagina tecnicamente a posto; Google ora vuole capire se rispondi davvero alle domande degli utenti, se il tuo contenuto è semanticamente rilevante e se l’esperienza da mobile è impeccabile.
Le pagine confuse o imbottite di parole chiave vengono respinte senza tanti complimenti.
Ma siamo sicuri che questa crociata per la “qualità” sia l’unica ragione dietro a queste mosse?
Un controllo sempre più stretto: cosa c’è dietro le quinte?
Questa nuova rigidità sull’indicizzazione si inserisce in un disegno più ampio e, a mio avviso, strategico. Non molto tempo fa, Google ha eliminato la possibilità di visualizzare fino a 100 risultati di ricerca per pagina, limitandoli a 10. A prima vista sembra un dettaglio, ma in realtà è una mossa che ha complicato la vita a molti strumenti di analisi SEO e ha ridotto la visibilità sui risultati a coda lunga.
Mettendo insieme i pezzi, emerge un quadro chiaro: Google sta gradualmente chiudendo le porte, rendendo l’accesso ai dati più difficile e controllato.
È difficile non pensare che queste decisioni, presentate come miglioramenti per l’utente, non servano anche a rafforzare il controllo di Google sul suo stesso territorio, spingendo magari verso l’uso delle sue infrastrutture a pagamento, come le API di ricerca e le offerte Cloud.
La morale della favola?
Tentare di forzare la mano a Google è diventato non solo inutile, ma controproducente. L’unica strada percorribile è quella di investire seriamente sulla qualità dei contenuti, sull’esperienza utente e sulla costruzione di una reale autorevolezza nel proprio settore.
L’era in cui bastava essere “scansionabili” per esistere online è ufficialmente finita.

Un imperatore col pollice verso. Il motore non indicizza, giudica. La qualità è solo una scusa per stringere il guinzaglio. A chi tocca la prossima museruola?
Massimo Martino, altro che museruola. Questo è il guinzaglio dell’imperatore. La “qualità” è la scusa del giorno per farci correre di più. Domani ne inventeranno un’altra. Il banco vince sempre.
Google alza l’asticella e premia la qualità. Meno rumore di fondo favorisce chi ha sempre puntato su contenuti validi. Si torna a lavorare sui contenuti con uno scopo preciso.
La chiamano “selezione”, ma è solo un modo per far cassa. O produci roba che spacca o apri il portafoglio per le Ads. Tutto il resto è fuffa per tener buoni i piccoli. Quando lo capiranno?
Google ha blindato il castello, inutile bussare al portone principale. Ora la sfida è trovare i passaggi segreti, ma siamo sicuri che esistano ancora?
Il curatore selettivo è un giudice arbitrario la cui bilancia pende sempre dalla stessa parte.
@Sara Benedetti La sua bilancia è il comportamento degli utenti. Forse il punto non è più la spinta, ma la calamita che crei.
L’ennesimo cancello si chiude per chi non ha budget, mentre ci raccontano la favola della meritocrazia; è commovente vedere quanta premura abbiano per la qualità della nostra navigazione.
@Isabella Sorrentino La favola della meritocrazia è per i dilettanti. Google fa i suoi interessi, mica beneficenza. I contenuti scarsi restano al palo, con o senza budget. Bisogna solo produrre roba che la gente vuole leggere, non cercare scorciatoie.
Lamentarsi del “curatore” ignora la sua natura di azienda: un prodotto di qualità inferiore attrae meno investimenti pubblicitari. È una banale pulizia di magazzino, non un capriccio regale, e noi professionisti ci adeguiamo.
@Tommaso Sanna Il tuo ragionamento sulla pulizia ci sta, ma l’asticella della qualità la decide solo Google. Come facciamo a capire cosa vogliono adesso?
Il re ha alzato il ponte levatoio, chiamando ‘qualità’ il suo capriccio. Quanti piccoli regni verranno lasciati fuori dalle mura dorate del suo castello?
Google si trasforma in un buttafuori digitale. Potere assoluto sulla visibilità. Questa curatela selettiva è agghiacciante, un arbitrio totale. Come facciamo a sapere se domani il nostro lavoro sarà ancora considerato degno di essere mostrato?
Angela, ci hanno sempre affittato lo spazio. Ora il padrone di casa sceglie gli inquilini.