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Una conferma ufficiale svela che Google utilizza sia Schema.org che Open Graph per selezionare le miniature, aprendo un dibattito su quale sia l’approccio più efficace e perché questa ambivalenza persista.
Google ha confermato di utilizzare sia i dati strutturati Schema.org sia i tag Open Graph per selezionare le miniature nei risultati di ricerca e in Discover. Questa duplice strategia, pur offrendo flessibilità al motore di ricerca, crea incertezza per i professionisti del web, costretti a ottimizzare entrambi i formati senza una chiara gerarchia per garantire la corretta visualizzazione delle immagini.
Google e le miniature: il doppio gioco tra schema e Open Graph
Ti è mai capitato di pubblicare un articolo perfetto, con un’immagine studiata nei minimi dettagli, per poi scoprire che Google nei risultati di ricerca mostra… tutt’altro?
O peggio ancora, nessuna immagine?
È una frustrazione che conosciamo bene, un piccolo mistero del web che ci ha fatto spesso chiedere quale fosse la strada giusta da seguire per dare al motore di ricerca esattamente l’immagine che vogliamo.
Per anni ci siamo scervellati tra codici e best practice, dividendoci tra chi giurava fedeltà a un metodo e chi all’altro.
Ma ora la nebbia inizia a diradarsi, perché è emersa una conferma che chiarisce la strategia di Google, anche se, come spesso accade con i giganti della tecnologia, la risposta solleva nuove domande.
La conferma ufficiale: Google pesca da due fonti diverse
Mettiamola così: Google ha ufficialmente le mani in due sacchi diversi. Come riportato su Search Engine Land, per la scelta delle miniature da mostrare nei suoi servizi, incluso Discover, il motore di ricerca attinge sia dai dati strutturati di Schema.org sia dai meta tag Open Graph (OG).
Non si tratta quindi di una battaglia dove uno dei due deve vincere, ma di una coesistenza.
E questa, diciamocelo, è la vera notizia.
Significa che non esiste un’unica via maestra, ma due sentieri paralleli che Google percorre a sua discrezione.
A questo punto, però, una domanda sorge spontanea: se esistono due strade, qual è quella prioritaria? E perché Google, invece di fornire una gerarchia chiara e definitiva, preferisce mantenere questa ambiguità, lasciando noi professionisti e imprenditori a dover presidiare entrambi i fronti?
È una scelta dettata dalla flessibilità o un modo per costringerci a un lavoro doppio, garantendo a loro la massima quantità di dati possibile?
Per capire bene le implicazioni di questa strategia, dobbiamo fare un passo indietro e guardare da vicino i due protagonisti della storia.
Schema.org: il linguaggio “nativo” del motore di ricerca
Pensa a Schema.org come a un traduttore simultaneo che permette al tuo sito di parlare la stessa lingua di Google.
È un vocabolario di tag che puoi inserire nel codice per spiegare al motore di ricerca, in modo inequivocabile, di cosa tratta ogni elemento della tua pagina: questo è un articolo, questo è il suo autore, questa è l’immagine principale.
Come descritto nella documentazione ufficiale di Google, l’utilizzo dei dati strutturati è fortemente incoraggiato per aiutare i loro sistemi a comprendere il contenuto e a mostrarlo in formati arricchiti.
In pratica, Google ti chiede di etichettare ogni singolo pezzo del tuo contenuto per facilitargli il lavoro.
Un’operazione precisa, quasi certosina, che in teoria dovrebbe essere ripagata con una migliore visibilità e la certezza che le informazioni vengano interpretate correttamente.
Un sistema pulito, logico e creato apposta per i motori di ricerca.
Tutto sembrerebbe lineare, se non fosse che sulla scena c’è un altro attore, molto più diffuso e immediato, che da anni fa un lavoro simile ma con uno scopo completamente diverso.
Open graph: il re indiscusso dei social media
Hai presente quando condividi un link su Facebook, X o LinkedIn e compare magicamente quell’anteprima perfetta con titolo, descrizione e, soprattutto, l’immagine giusta?
Ecco, quello è il lavoro dei tag Open Graph (OG).
Nati in casa Facebook, questi meta tag sono diventati lo standard di fatto per controllare come un contenuto viene presentato quando viene condiviso sulle piattaforme social. La loro implementazione è relativamente semplice e la loro efficacia nel mondo social è indiscutibile.
La vera novità, quindi, non è la loro esistenza, ma il fatto che Google, pur avendo il suo sistema “preferito” (Schema.org), abbia deciso di non ignorare questo standard così radicato nel web.
Quindi, cosa ci dice tutto questo?
Che Google, da gigante pragmatico quale è, si prende il meglio da entrambi i mondi, raccogliendo informazioni ovunque le trovi.
Ma questa sua flessibilità ha un prezzo per noi: l’incertezza.
Non esiste una regola d’oro, una formula matematica, ma una continua necessità di fornire segnali chiari su più fronti, sperando che l’algoritmo, quel giorno, scelga proprio quello che avevamo in mente.

L’introduzione di un doppio standard non è casuale, ma un modo elegante per mantenerci impegnati su tecnicismi di scarso rilievo. Il punto non è quale tag usare, ma per quanto tempo ancora accetteremo di essere esecutori passivi di direttive così opache.
Signora Bellucci, siamo burattini costretti a danzare su due palchi per un pubblico invisibile.
Ci chiedono di apparecchiare con due servizi di piatti. Loro poi scelgono la forchetta che preferiscono in quel momento. Non è confusione, è un buffet dove il conto lo paghiamo noi, ovviamente. Che spreco di energie per un capriccio altrui.
Doppio standard, doppio lavoro per noi. Loro intanto contano i soldi delle ads. Ma qualcuno ci crede ancora?
Offrire due bussole che puntano a nord diversi non è un aiuto, è un test di sopportazione. Il risultato è caos calcolato, non flessibilità. L’incertezza è il vero prodotto, studiato a tavolino. Quale altro scopo potrebbe avere questa costante ambiguità?
Il suo scopo? Generare incertezza. Il caos non è un bug, è la feature principale del servizio. Un sistema perfetto per tenerci impegnati a correggere problemi che non dovrebbero esistere.
Mantenere due protocolli per generare risultati imprevedibili è una squisita forma d’arte. Sogno un algoritmo che scelga l’immagine peggiore per puro diletto, solo per misurare il disappunto umano su larga scala.
Forniamo due opzioni, così possono ignorarle entrambe con più scelta. Che generosità.
@Luciano Fiore Due opzioni per sbagliare, così la colpa della miniatura orrenda che scelgono loro alla fine sembra quasi un po’ anche nostra.
Doppio lavoro per noi, meno responsabilità per loro. Un sistema perfetto, per chi comanda.