Google porta CEL in Python: open source, ma a porte chiuse

Anita Innocenti

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Google apre CEL-expr-python, ma la community osserva un open-source “a metà” che solleva interrogativi sulle reali intenzioni dietro la mossa.

Google ha reso open-source la sua tecnologia CEL per Python, uno strumento potente per la validazione di dati e policy. Tuttavia, la mossa nasconde un'anima strategica: il repository è in sola lettura, impedendo contributi esterni. Più che una condivisione, sembra un tentativo di imporre uno standard di mercato sfruttando la community per il testing, senza cederne il controllo.

La sicurezza prima di tutto, ma a quale prezzo?

Il punto forte di CEL è la sua natura “non-Turing completa”.

Detta in parole povere, è un linguaggio volutamente limitato: è progettato per garantire che ogni espressione eseguita arrivi a una conclusione e non produca effetti collaterali inaspettati.

Questo lo rende ideale per scenari in cui si deve eseguire codice proveniente dall’esterno, magari fornito da un utente, senza temere che possa mandare in tilt l’applicazione con loop infiniti o operazioni dannose.

Google stessa ammette di non aver inventato l’acqua calda, riconoscendo il lavoro già svolto dalla community, che aveva già creato soluzioni alternative, come una libreria basata su Rust.

L’arrivo di una versione ufficiale, però, cambia le carte in tavola, promettendo integrazione e supporto diretto. L’obiettivo è chiaro: consolidare CEL come standard per la gestione di policy, la validazione di dati e le configurazioni dinamiche.

Eppure, quando un colosso come Google “regala” una tecnologia, è sempre lecito chiedersi quali siano i veri contorni dell’operazione.

Un open-source a porte (quasi) chiuse

Ed è proprio qui che la faccenda si fa interessante.

Nonostante l’annuncio in pompa magna, il repository di CEL-expr-python è stato rilasciato in modalità read-only. Google dichiara di voler “costruire una community” attorno al progetto, ma al momento non accetta contributi esterni. In pratica, mettono a disposizione il codice, incoraggiano gli sviluppatori a usarlo e a segnalare problemi, ma si riservano il controllo totale sullo sviluppo.

Viene da chiedersi se questa non sia una strategia per accelerare l’adozione e la fase di test del loro strumento, sfruttando il feedback della community a costo zero, per poi decidere in totale autonomia la direzione da prendere.

Un’apertura a metà, che suona più come una mossa strategica per imporre uno standard di mercato che come un vero e proprio gesto di condivisione con il mondo open-source.

Staremo a vedere se e quando queste porte si apriranno davvero.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

18 commenti su “Google porta CEL in Python: open source, ma a porte chiuse”

  1. Andrea Cattaneo

    Presentano questo “regalo” come un gesto di apertura, ma è solo l’ennesimo guinzaglio digitale. Ci offrono sicurezza limitando la nostra libertà d’azione, un baratto che non mi convince per niente. A che serve un cortile se il cancello è chiuso a chiave?

  2. Giada Mariani

    Un monologo travestito da dialogo. Google piazza la sua bandiera, noi applaudiamo l’esploratore. Ci usano come cavie per validare il loro feudo digitale. La vera domanda è: quando smetteremo di costruire le sbarre della nostra stessa prigione?

  3. Letizia Costa

    Regalare lo standard per vendere il resto è la prima lezione del manuale del monopolista; la pigrizia degli sviluppatori farà il resto del lavoro.

    1. Filippo Villa

      Letizia Costa, la chiami pigrizia, io la chiamo dipendenza indotta. Ti abituano al loro tool e quando sei dentro alzano il prezzo del cancello.

    1. Carlo Ferrari

      Luciano Gatti, ci danno le chiavi di una stanza, ma la porta è saldata. La chiamano generosità. Io la chiamo una presa in giro ben confezionata. E noi ci caschiamo sempre.

  4. Simone Damico

    Ennesimo specchietto per le allodole. Codice in gabbia. Ci usano per i test e basta. Ma ci prendono per scemi?

  5. Raffaele Graziani

    Ci mostrano il motore scintillante della loro automobile, ma il cofano è saldato, lasciandomi a domandare se dentro ci sia un criceto.

    1. Patrizia Bellucci

      Raffaele, il criceto è un’ipotesi generosa. Dentro non c’è un animale, ma la fattura per il servizio di carro attrezzi che chiameremo quando l’auto si fermerà. La domanda non è cosa alimenta il motore, ma chi possiede l’unica officina autorizzata in città.

  6. Claudia Ruggiero

    È buffo vedere tanto sconcerto quando la mossa è palese: ti abituano a un loro strumento sicuro, lo rendono lo standard di fatto e poi semplicemente lo controllano. È il manuale del buon giardiniere che decide quali semi piantare nel giardino di tutti.

  7. Paola Montanari

    La chiamano condivisione, ma è un’imposizione. Ti danno lo strumento, così lo adotti. Poi il controllo resta a loro. Un classico. Roba da manuale per creare dipendenza dalla piattaforma.

    1. Alessandro Lombardi

      Paola Montanari, chiamiamolo col suo nome: non è condivisione, è beta testing gratuito mascherato da filantropia per la stampa. Un classico intramontabile, insomma.

  8. La logica mi sfugge. Offrono uno strumento, ma non accettano aiuti per migliorarlo. È come invitare qualcuno a cena e non farlo mangiare. Qualcosa non torna in questa generosità.

    1. Lorena Santoro, e io che per un attimo ci avevo creduto. Ti vendono il sogno della community e poi ti usano come tester gratuito. È il riassunto della mia carriera, in pratica. Che desolazione.

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