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Google affina l’analisi di video e audio e personalizza la ricerca in base agli abbonamenti, aprendo nuove frontiere per la pubblicità mirata
Google sta per rivoluzionare la sua ricerca. Grazie ai modelli LLM, il motore non si limiterà più a leggere, ma comprenderà a fondo video e audio. Inoltre, la ricerca verrà personalizzata mostrando prima i contenuti delle testate a cui siamo abbonati. Una mossa che promette di migliorare l'esperienza utente, ma che nasconde l'obiettivo di aprire nuovi, redditizi spazi pubblicitari.
Google non si accontenta più di leggere: ora ascolta e guarda
Sembra che in casa Google le regole del gioco stiano per cambiare ancora una volta.
A dirlo è Liz Reid, la responsabile della Ricerca, che ha messo sul tavolo due novità che potrebbero stravolgere il modo in cui troviamo le informazioni online.
La prima, e forse la più potente, è che grazie ai modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM), il motore di ricerca non si limiterà più a indicizzare il testo di una pagina, ma sarà in grado di comprendere a fondo video e audio.
Fino a ieri, l’analisi di questi formati si fermava a una semplice trascrizione. Oggi, come descritto su Search Engine Journal, Google sostiene di poter cogliere le sfumature, lo stile e il contesto di un video o di un podcast.
Un salto tecnologico notevole, se pensi che solo pochi anni fa la trascrizione automatica era piena di errori, specialmente con nomi propri o riferimenti locali.
Questa barriera tecnica è caduta, aprendo le porte a un mondo di contenuti finora rimasto quasi invisibile ai motori di ricerca.
Questo apre le porte a un mondo di contenuti finora rimasto in ombra.
Ma la vera sorpresa riguarda un problema che tutti noi viviamo ogni giorno: i contenuti a pagamento.
Una ricerca su misura per i tuoi abbonamenti
Quante volte hai cliccato su un articolo interessante per poi sbattere contro un muro che ti chiede di abbonarti?
È una frustrazione comune.
La seconda evoluzione annunciata da Reid punta proprio a risolvere questo problema. L’idea è semplice: se sei abbonato a una testata giornalistica, Google dovrebbe mostrarti i suoi articoli prima di quelli di altre venti testate a cui non hai accesso. In pratica, una ricerca personalizzata che tiene conto di dove hai già “le chiavi di casa”.
Google ha già fatto qualche passo in questa direzione con la funzione “Fonti Preferite” e ha iniziato a testare l’integrazione degli abbonamenti nell’app Gemini. L’obiettivo dichiarato è rafforzare il legame tra gli utenti e le fonti di cui si fidano. Una mossa che sulla carta sembra favorire sia l’utente, che trova subito ciò che può leggere, sia l’editore, che vede premiata la fedeltà dei suoi iscritti.
Resta da vedere se questa personalizzazione non diventi un’altra bolla informativa, che ci mostra solo ciò che Google pensa vogliamo vedere, basandosi sui nostri acquisti.
Tutto questo sembra pensato per migliorare la vita degli utenti e dei creatori di contenuti.
Ma, come sempre quando si parla di Google, è lecito chiedersi: qual è il vero tornaconto per l’azienda?
La vera partita si gioca sulla pubblicità
Non giriamoci intorno: ogni mossa di Google ha un impatto diretto sul suo business principale, la pubblicità. Durante un incontro con l’Interactive Advertising Bureau, Reid ha sottolineato come gli utenti non si accontentino più di leggere una pagina web, ma vogliano ascoltare podcast e guardare video.
Offrire una ricerca capace di analizzare questi formati significa aprire nuovi, immensi spazi per annunci pubblicitari più pertinenti e, di conseguenza, più redditizi.
Questa evoluzione, quindi, non è solo una risposta alle nuove abitudini degli utenti, ma una strategia per rendere gli annunci ancora più efficaci. Reid ha citato il successo di AI Max, che nel 2025 ha generato miliardi di nuove ricerche per gli inserzionisti.
L’equazione è chiara: una migliore comprensione dei contenuti e delle preferenze degli utenti porta a pubblicità più mirate.
La promessa è quella di annunci più utili, ma il rischio è una profilazione sempre più profonda, in cui ogni nostra scelta, incluso l’abbonamento a un giornale, diventa un dato prezioso per la macchina pubblicitaria di Mountain View.

Continuano a parlare di anima e miniere. La realtà è più banale: è solo un nuovo inventario pubblicitario. Il mio lavoro è capire come riempirlo spendendo meno degli altri. Che noia questa presunta profondità.
Parlate di anime e miniere. A me sembra solo un orecchio più grande per capire se preferisco le righe o i pois. Che fatica per loro. Io mi domando se sentiranno anche il rumore del mare quando sono in vacanza.
Ci schedano l’anima per vendere fuffa. Ma è una miniera d’oro per chi sa.
@Enrico Romano, definire “miniera” questo saccheggio sistematico di interiorità è un eufemismo; quale valore resta quando la sorgente stessa viene infine prosciugata?
Ci si agita tanto per un cambio di mangiatoia nel grande allevamento digitale. L’obiettivo non è nutrire meglio il bestiame con informazioni, ma solo capire quale fieno pubblicitario vendergli con più efficacia. È un problema di zootecnia, non di ricerca semantica.
Una volta spiegavo alle startup come beccare le keyword giuste, mentre ora dovrò insegnare a farsi ‘ascoltare’ da un’AI che ci conosce meglio di nostra madre. Un bel salto di qualità, non c’è che dire.
@Giorgio Martinelli Il vero “salto di qualità” non è insegnare a farsi sentire, ma accettare che ogni nostro input serve solo a perfezionare il nostro cartellino del prezzo per gli inserzionisti. Lavoro inutile.
Le parole chiave erano l’antipasto. Ora inizia il banchetto con i nostri dati.
Questa cosa cambia le carte in tavola. Non si tratta più di parole chiave, ma di contesti audio e video. Per chi lavora con i dati si apre un mondo. Come misureremo questo nuovo intent?