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L’addio all’emulazione promette prestazioni superiori, streaming in HD e una maggiore durata della batteria, ma dietro le quinte si intravedono strategie di mercato e alleanze tra i colossi tech
Google ha finalmente annunciato il rilascio di una versione nativa di Chrome per Linux su architettura ARM64, prevista per il 2026. Questa mossa strategica, spinta dalla crescente adozione di laptop ARM, promette di eliminare i problemi di emulazione, migliorando prestazioni e autonomia. Per gli utenti, la novità più attesa è il supporto integrato a Widevine, che abiliterà lo streaming in alta definizione.
Google ci ripensa: Chrome nativo sbarca finalmente su Linux ARM
Se stai usando Linux su un dispositivo con processore ARM, come quelli basati su Snapdragon o NVIDIA, sai bene quanto possa essere frustrante l’esperienza di navigazione. Fino a oggi, far girare Chrome significava affidarsi a strati di emulazione che rallentavano tutto e prosciugavano la batteria. Bene, sembra che Google si sia finalmente accorta di questo buco nella sua offerta, annunciando l’arrivo di una versione nativa di Chrome per Linux su architettura ARM64.
La data segnata sul calendario è il secondo trimestre del 2026.
Ma non è che Google lo faccia per bontà d’animo, come si evince dal pezzo di The Verge. Diciamocelo, questa mossa è una risposta quasi obbligata a un mercato che sta cambiando pelle. I portatili basati su ARM stanno guadagnando terreno a una velocità sorprendente, tanto che le stime parlano di una possibile conquista di un quarto del mercato PC nel medio termine. Con Chrome che detiene circa il 65% del mercato browser desktop, lasciare scoperta una fetta così grande e in crescita di dispositivi sarebbe stato un autogol clamoroso.
In pratica, più che un’innovazione, è una mossa per non perdere il treno.
Ok, Google consolida il suo impero.
Ma nella pratica, per chi come te usa Linux ogni giorno, cosa significa tutto questo?
Finalmente lo streaming in HD non è più un’utopia
La fine dell’emulazione significa prima di tutto una cosa: prestazioni. Un browser nativo è più veloce, reattivo e, soprattutto, più gentile con la tua batteria, sfruttando al meglio l’efficienza energetica che è il vero punto di forza dei processori ARM. Google assicura che ci sarà piena parità di funzioni con la versione desktop, incluse estensioni, sincronizzazione e pagamenti.
Ma la vera svolta, diciamocelo, è un’altra.
Per anni, uno dei più grandi mal di testa per gli utenti Linux è stato lo streaming video. Molte versioni di Chromium, il progetto open-source su cui si basa Chrome, non hanno il supporto ufficiale per Widevine DRM, il sistema di gestione dei diritti digitali che piattaforme come Netflix o Prime Video usano per proteggere i loro contenuti in alta definizione.
Il risultato?
Spesso ti ritrovavi bloccato a risoluzioni da televisore a tubo catodico.
Con il rilascio ufficiale di Chrome, questo problema sparisce, perché il supporto a Widevine sarà integrato e funzionante fin da subito.
Una piccola cosa, forse, ma che risolve un’annosa seccatura.
Tutto bello, ma è ingenuo pensare che Google abbia fatto tutto questo solo per farci vedere i film in pace.
Dietro le quinte, si muovono interessi ben più grandi.
I giganti dei chip ringraziano: un’alleanza strategica?
Dietro questa mossa, infatti, c’è un allineamento di forze che coinvolge i principali produttori di chip. Aziende come Qualcomm, NVIDIA e MediaTek sono quelle che beneficiano di più da un supporto software solido sui loro processori.
Qualcomm sta spingendo forte sui suoi Snapdragon per laptop, mentre NVIDIA, si prepara a lanciare i suoi processori N1 e N1X alla sua conferenza per sviluppatori del 2026, puntando proprio al mercato dei portatili ARM.
Avere il browser più diffuso al mondo che gira nativamente sulle loro piattaforme non è un vantaggio, è un requisito fondamentale per essere competitivi.
Google, dal canto suo, non nasconde queste collaborazioni. Ha indicato esplicitamente il DGX Spark di NVIDIA, una workstation da quasi 5.000 dollari per lo sviluppo di intelligenza artificiale in locale che gira su Linux ARM, come uno dei target di questa nuova versione di Chrome.
Insomma, la notizia è senza dubbio positiva perché risolve problemi concreti per gli utenti e gli sviluppatori, ma non dimentichiamoci che, quando un gigante come Google fa una mossa, lo fa sempre con un occhio al suo tornaconto e a quello dei suoi partner strategici.

L’arrivo del pastore non è una cortesia, ma la constatazione che il gregge è cresciuto. Il supporto allo streaming è il fieno migliore per condurre tutti nel recinto e contare le teste.
Le solite lamentele inutili. Loro ci danno un browser che funziona, noi gli diamo i nostri dati. Mi pare un accordo onesto, alla fine.
L’elemosina del 2026. Prima ti lasciano a secco per anni, poi ti vendono l’acqua. Lo streaming HD è solo la scusa per ficcarci il loro DRM. Il mercato comanda, l’utente paga.
Simone, è una catena dorata: ci legano con la comodità dello streaming per poi stringere il lucchetto del controllo. Siamo complici di questo patto?
Come benefattori tardivi, ci offrono l’acqua nel deserto dell’emulazione, dimenticando di dire che la falda acquifera è la loro e che presto ci venderanno ogni singola goccia. Brindiamo a questa generosità?
Benefattori? È solo business as usual, la sete degli utenti diventa il loro prossimo profitto.
Ci mettono secoli, poi arrivano quando il mercato è maturo per essere colonizzato. Non è un favore, è l’ennesima mossa per blindare il loro monopolio dei dati e imporre il DRM ovunque. Sempre la stessa musica.
Signora Barone, arrivano come esploratori benevoli. In realtà piantano la loro bandiera. Il territorio digitale non conosce trattati di pace, solo annessioni.