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I piccoli editori web soffrono il crollo del traffico da Google, mentre l’IA non compensa le perdite e mette a rischio soprattutto guide e tutorial
I piccoli editori web affrontano una crisi senza precedenti: il traffico da Google è crollato del 60%, a differenza dei grandi brand. L'ascesa di strumenti IA come ChatGPT, lungi dal compensare, aggrava il problema trattenendo gli utenti. Con la SEO tradizionale inefficace, la sopravvivenza è legata a nuove strategie e alla valorizzazione di un insostituibile tocco umano.
Il crollo del traffico per i piccoli: una disparità che fa riflettere
Se gestisci un sito che riceve tra i 1.000 e i 10.000 visitatori al giorno, probabilmente te ne sei già accorto. Negli ultimi due anni, il traffico proveniente dalla ricerca è precipitato del 60%.
Un dato pesantissimo, soprattutto se lo confronti con quello dei colossi del web. I grandi editori, quelli con oltre 100.000 visite giornaliere, hanno subito una perdita molto più contenuta, appena del 22%.
Perché questa differenza abissale?
Semplice: i grandi brand hanno canali diretti, un pubblico fidelizzato e un nome che attira visite a prescindere da Google. I piccoli, invece, dipendevano quasi interamente da quel flusso di utenti.
Diciamocelo, la partita non è mai stata ad armi pari, ma ora il campo da gioco sembra inclinato in modo quasi verticale.
Ma se Google e i motori tradizionali chiudono i rubinetti, cosa succede con i nuovi strumenti basati sull’Intelligenza Artificiale? Stanno forse compensando queste perdite?
L’illusione del traffico AI e i contenuti che non perdonano
La risposta, purtroppo, è un secco no.
I dati mostrano che, sebbene le visite da piattaforme come ChatGPT siano aumentate, rappresentano meno dell’1% del traffico totale. Non bastano nemmeno a tappare il buco, figuriamoci a riempire il serbatoio.
Il problema di fondo è che i chatbot e le risposte generate dall’IA forniscono la soluzione direttamente all’utente, senza bisogno di rimandarlo a un sito esterno.
Perché mandarti traffico quando possono tenersi l’utente sulla loro pagina?
Una logica che, dal punto di vista di Google, ha perfettamente senso, ma che per i piccoli editori è una condanna. A farne le spese sono soprattutto i contenuti “di servizio”: guide, tutorial, ricette, articoli informativi. Un esempio su tutti è il blog di viaggi The Planet D, che dopo il lancio degli AI Overviews di Google ha perso il 90% del traffico e ha dovuto chiudere i battenti.
In controtendenza, resistono meglio le notizie dell’ultima ora e i contenuti di opinione, dove il tocco umano e l’analisi approfondita fanno ancora la differenza.
Se la vecchia SEO non basta più e l’IA sembra un miraggio, quale strada resta da percorrere?
Nuove strategie o una resa annunciata?
La reazione degli editori è un misto di rassegnazione e corsa ai ripari. Molti stanno abbandonando le classiche strategie SEO per buttarsi sull’ottimizzazione per i motori di risposta (AEO) e per i motori generativi (GEO), cercando di far apparire i propri contenuti all’interno dei box di risposta dell’IA.
Ma anche qui, la domanda sorge spontanea: è una soluzione accessibile a tutti o solo a chi ha grandi risorse da investire?
Questa non è più un’opzione, ma una necessità strategica. Intanto, si aggiunge un altro problema non da poco: come si misura il successo se non ci sono più clic? Se un’IA riassume il tuo articolo, quello conta come una visita? Questo caos nell’attribuzione rende difficile giustificare gli investimenti e dimostrare il proprio valore agli inserzionisti.
L’unica nota di speranza, come sottolinea Nic Newman del Reuters Institute, è che “un’ottima narrazione e un tocco umano saranno difficili da replicare per un’IA”.
La vera domanda, però, è se i piccoli editori riusciranno a far valere questo vantaggio prima di esaurire le risorse per continuare a esistere.

Ci stupiamo che il sistema favorisca i giganti. È il suo scopo. La vera illusione è questa sorpresa ciclica. Noi stessi alimentiamo la macchina che ci rende superflui, producendo contenuti destinati a svanire. A cosa serve tutto questo?
L’unica illusione è pensare di contare qualcosa per un algoritmo che ottimizza solo profitti.
Fatico a seguire il filo logico: prima si combatteva l’algoritmo con l’algoritmo, ora ci si affida alla poesia del “tocco umano”. Esistono dati che correlino la prosa lirica a un aumento del traffico, o è solo l’ultima preghiera prima dell’apocalisse?
Chiamare “tocco umano” il tentativo di sopravvivere al crollo del proprio modello di business ha una certa, disperata, poesia.
@Lorena Santoro La disperazione diventa romantica quando l’analisi dei dati prediceva già questa fine.
Parlano di “tocco umano” come fosse una polizza sulla vita, quando è solo il certificato di morte per i piccoli, firmato da un algoritmo. Quanto vale la nostra autenticità in questo mercato al ribasso?
Ci vendono il ‘tocco umano’ come salvezza. È la pacca sulla spalla prima di spingerti giù dal burrone. I giganti banchettano, noi piccoli consoliamoci con la nostra unicità. Fino a quando fingeremo di crederci?
@Sebastiano Caputo Fingere? Io ci ho costruito una carriera su questa fuffa. E ora?
L’idea del “tocco umano” come salvezza è commovente, una favola per chi non vuole ammettere che il gioco è truccato dall’inizio. Alla fine, si tratta solo del solito consolidamento di potere mascherato da progresso.
@Alessandro Lombardi Il gioco è truccato, novità del secolo. Ma liquidare il “tocco umano” a favoletta è un lusso per chi non deve pagare stipendi. Se è l’unica fiche che hai, la giochi, non la compiangi.
Il campo da gioco è sempre stato inclinato. Google ora ha solo aumentato la pendenza. L’IA è la palla che rotola sempre verso la stessa porta. È estenuante assistere a una partita truccata, sapendo già chi perde.
Da analista di dati, dovrei fidarmi dei numeri e degli algoritmi. Invece, questo scenario mi preoccupa. Sembra che la creatività sia penalizzata. Il tocco umano diventerà un bene di lusso?