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Un esperimento SEO rivela come sia facile manipolare i risultati di ricerca, mettendo a rischio la credibilità delle informazioni online
Un clamoroso esperimento SEO ha svelato la facilità con cui la disinformazione può scalare le classifiche di Google, mettendo in discussione le difese del colosso di Mountain View. Nonostante le promesse e le linee guida come l'E-E-A-T, il sistema mostra falle evidenti, erodendo la fiducia degli utenti e spostando il focus sulla necessità per i brand di costruire autorevolezza.
Google e la disinformazione: un test SEO scoperchia il vaso di Pandora
Te ne sei accorto anche tu, vero?
Che a volte i risultati di Google sembrano un po’… strani. Che spuntano siti dal nulla con informazioni che lasciano perplessi, mentre fonti autorevoli faticano a emergere.
Non è solo una tua impressione.
A quanto pare, posizionare contenuti di disinformazione sul motore di ricerca più usato al mondo è molto più semplice di quanto si possa pensare. La prova arriva da un esperimento condotto da John Goodey, un veterano della SEO che ha dimostrato quanto sia facile far salire in classifica notizie false. In pratica, ha messo nero su bianco quello che molti sospettavano: il sistema ha delle falle, e anche piuttosto grosse.
L’esperimento ha scatenato un bel polverone nella comunità SEO, perché non si tratta di un’opinione, ma di un test pratico con risultati evidenti. Questo significa che chiunque, con le giuste (o meglio, sbagliate) tecniche, può potenzialmente inquinare i risultati di ricerca, diffondendo idee, teorie o “fatti” che non hanno alcun fondamento.
E la cosa più inquietante è che, una volta che Google li ha “benedetti” con una buona posizione, questi contenuti vengono ripresi e amplificati da altri siti, creando un effetto a catena difficile da fermare.
A questo punto, la domanda sorge spontanea: ma Google, che fine ha fatto?
Non doveva essere il paladino della verità e della qualità?
Google sa tutto, ma sta davvero facendo abbastanza?
La risposta, e tieniti forte, è che Google sa benissimo di avere questo problema.
E non da oggi.
Già nel 2019, l’azienda pubblicò un intero white paper intitolato “How Google Fights Disinformation“, ammettendo candidamente che, specialmente per le teorie di nicchia o le cospirazioni, spesso mancano fonti autorevoli che si prendano la briga di smentirle. Di conseguenza, i suoi algoritmi non possono fare altro che pescare da quello che trovano online, disinformazione inclusa.
Per risolvere, dicono di puntare su tre pilastri: dare priorità alla qualità, contrastare i malintenzionati e fornire più contesto agli utenti. Ci riempiono la testa con l’acronimo E-E-A-T (Expertise, Experience, Authoritativeness, Trustworthiness), specialmente per le pagine “YMYL” (Your Money Your Life), quelle che trattano argomenti delicati come salute e finanza.
Tutto giusto sulla carta.
Ma se poi un test come quello di Goodey dimostra che la realtà è ben diversa, qualche dubbio viene.
Se le loro tanto decantate difese algoritmiche possono essere aggirate con relativa semplicità, di cosa stiamo parlando?
Sembra quasi che, da un lato, Google ci racconti la favola del motore di ricerca impegnato a proteggerci, mentre dall’altro la sua tecnologia non sia ancora in grado di mantenere la promessa (e il fatto che non vogliano attenersi al fact-checking chiesto dall’Europa è indicativo…).
Il vero problema, quindi, non è solo la disinformazione che riesce a posizionarsi. È la crepa che si sta aprendo nel patto di fiducia tra noi utenti e il motore di ricerca che usiamo ogni giorno per informarci, lavorare e decidere cosa comprare.
La fiducia è la vera moneta del futuro: basterà a salvarci?
E questa crepa, per chi come te ha un’attività online, rischia di diventare una voragine. Le proiezioni per il futuro parlano chiaro: entro il 2026, Google dovrà intensificare ancora di più gli sforzi per far emergere contenuti affidabili e verificabili. Non lo fa per pura bontà d’animo, ma perché la fiducia sta diventando il fattore decisivo.
Come descritto da uno studio sulle tendenze SEO, ben l’88% dei consumatori dichiara che la fiducia è un elemento determinante nelle decisioni di acquisto. Questo sposta completamente il focus: il tuo obiettivo non è più solo quello di “convincere” l’algoritmo di Google, ma di costruire un rapporto di fiducia reale e duraturo con le persone.
Google è consapevole di questa sfida, ma la sua lotta alla disinformazione sembra una partita a scacchi dove è sempre una mossa indietro. Per le aziende, questo significa che affidarsi ciecamente al traffico proveniente dal motore di ricerca è un rischio.
L’unica vera difesa è costruire un brand così forte e autorevole nel proprio settore che i clienti lo scelgano a prescindere da dove lo trovino. La fiducia che costruisci direttamente con il tuo pubblico, attraverso contenuti di valore, un servizio impeccabile e una comunicazione trasparente, è un patrimonio che nessun aggiornamento dell’algoritmo potrà mai portarti via.

L’algoritmo è fallibile, è evidente. Questo ci spinge a creare connessioni dirette. La fiducia delle persone vale più di ogni classifica.
È estenuante, sembra di svuotare il mare con un secchiello. La fiducia degli utenti è l’unica bussola che conta. Dobbiamo costruirla mattone su mattone, al di là di ogni facile trucchetto.
Nicolò, la fatica è un segnale. Quando il mare è troppo grande, si cambia secchiello, non si insiste. Bisogna costruire un rapporto diretto con le persone, bypassando ogni algoritmo.
E io che credevo bastasse un titolo accattivante per essere considerato una fonte autorevole.
È commovente vedervi scoprire che l’algoritmo è un gioco di specchi, quando per noi l’autorevolezza è solo un’altra levetta da tirare ogni mattina.
Hanno scoperto che l’algoritmo è fallato. Bravi. Intanto tutti a pontificare sull’autorevolezza. È la solita fuffa per vendere consulenze, mentre si naviga nel rumore di fondo. Che desolazione.
Renata, la tua desolazione è la mia. Ci pagano per insegnare a cantare in un coro di stonati. L’algoritmo non è fallato, è disegnato così. Il rumore di fondo è la vera musica per chi guadagna dal caos.