Le regole del digitale stanno cambiando.
O sei visibile o sei fuori. Noi ti aiutiamo a raggiungere i clienti giusti — quando ti stanno cercando.
Contattaci ora →
Un rebranding che non riesce a cancellare il passato, con il vecchio nome “Wahanda” che riappare nei risultati di ricerca nonostante gli sforzi dell’azienda.
Nonostante un rebranding avvenuto nel 2015, Treatwell appare ancora su Google con il vecchio nome Wahanda. Google parla di un "raro errore", ma la vicenda solleva seri dubbi sul controllo che le aziende hanno sulla propria identità digitale. Un caso che dimostra come un brand possa rimanere ostaggio di un algoritmo opaco, mettendo in discussione l'efficacia delle strategie SEO.
Un rebranding mai finito: il paradosso di Treatwell
Diciamocelo, la situazione ha del surreale.
L’azienda ha fatto tutto secondo le regole: ogni riferimento al vecchio brand è stato rimosso dalle pagine, i metadati sono stati aggiornati, la comunicazione è stata chiara. Eppure, per Google, Treatwell sembra soffrire di una crisi d’identità che non riesce a superare. L’anomalia è così evidente che la questione è arrivata fino alle orecchie dei piani alti di Mountain View.
Hanno fatto tutto secondo i manuali, hanno spuntato ogni casella della loro lista di cose da fare.
Eppure, il risultato è questo.
E allora di chi è la colpa?
La risposta, o meglio, un tentativo di risposta, arriva direttamente da uno dei volti più noti di Google.
La spiegazione di Google: un “raro errore” o qualcosa di più?
A prendere la parola è John Mueller, Search Advocate di Google, che di fronte a questa situazione ha ammesso l’esistenza di un’anomalia.
La versione ufficiale è che si tratterebbe di un “raro errore di indicizzazione”, un intoppo nell’enorme macchina algoritmica di Google.
Mueller ha ipotizzato che alcuni segnali residui, come vecchi link nel footer o riferimenti nelle sitemap, potrebbero aver contribuito a confondere il sistema.
Insomma, secondo Google il problema è un cortocircuito interno, un caso quasi unico.
Però, al di là delle rassicurazioni, viene da chiedersi quanto sia davvero “raro” un problema del genere e quanto controllo abbia davvero Google sui suoi stessi processi.
Ma la “soluzione” proposta suona più come un cerotto su una ferita aperta che come una vera cura.
La “soluzione” e le domande che lascia aperte
La via d’uscita suggerita da Mueller è un workaround tecnico: utilizzare il nome del dominio come “nome alternativo del sito” secondo la documentazione per sviluppatori di Google. In pratica, un modo per forzare la mano al sistema e dirgli: “Ehi, guarda che il nome è questo, non quell’altro”. Una toppa, appunto.
Dunque, ricapitoliamo: tu investi tempo, risorse e un bel po’ di soldi per costruire un nuovo brand, per dargli un’anima e un’identità precisa, e la soluzione che ti offre il motore di ricerca più potente al mondo è… usare il nome del tuo dominio?
Questo episodio solleva domande piuttosto scomode. Quanto vale davvero l’identità di un brand se può essere tenuta in ostaggio da un “raro errore” che nessuno sembra in grado di risolvere alla radice? E quanto siamo dipendenti da un sistema che, con la sua proverbiale opacità, può decidere di far riemergere il passato senza un motivo chiaro?
La vicenda di Treatwell, alla fine, ci sbatte in faccia una verità scomoda: la nostra identità digitale non è scolpita nella pietra, ma scritta con un inchiostro simpatico che, a quanto pare, Google può decidere di far riapparire quando meno te lo aspetti.

L’arroganza di chiamarlo “raro errore” è la parte migliore. È un modo gentile per dire: “Le tue regole non contano, qui comando io”. E noi PR dovremmo continuare a raccontare la favola del controllo?
Un “raro errore” che puzza di monito per chiunque creda di controllare la propria immagine, quasi un’epigrafe digitale che l’algoritmo scrive sulla lapide del tuo vecchio brand, per divertimento.
L’algoritmo non dimentica, lascia cicatrici. Treatwell è il caso clinico perfetto. Noi marketer continuiamo a costruire castelli di carte, illudendoci di governare il vento. Ma alla fine, chi comanda davvero?