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Tra agenti IA bannati e startup riammesse, LinkedIn sembra voler dettare le regole sull’uso dell’intelligenza artificiale, soprattutto quando si tratta di generazione di contatti e vendita outbound
LinkedIn mostra un volto ambiguo verso l'intelligenza artificiale: la promuove internamente ma la ostacola se sviluppata da terzi. I casi del 'cofondatore' IA e di Artisan AI, bannata e poi riammessa, non rivelano un problema di spam, ma una lotta di potere del colosso tech per mantenere il controllo sul redditizio mercato della generazione di contatti.
LinkedIn e l’IA: benvenuta, ma solo se giochi secondo le mie regole
Sembra che LinkedIn abbia un rapporto un po’ complicato con l’intelligenza artificiale. Da una parte la promuove, la integra, la spinge agli utenti. Dall’altra, però, quando un’IA si comporta in modo un po’ troppo autonomo, scatta il cartellino rosso.
È successo a un utente che ha presentato il suo agente IA come “cofondatore” della sua azienda: dopo un’intensa attività sulla piattaforma, l’account è stato bannato, come riporta Wired.
L’articolo racconta un esperimento provocatorio: un giornalista crea una startup composta quasi interamente da agenti AI, tra cui il “CEO” Kyle Law, anch’esso artificiale. L’obiettivo è testare l’idea, diffusa nella Silicon Valley, che in futuro aziende miliardarie possano essere gestite da una sola persona supportata da AI.
Kyle viene programmato per operare autonomamente su LinkedIn. Crea un profilo, pubblica contenuti motivazionali in stile imprenditoriale e interagisce con altri utenti. In pochi mesi ottiene centinaia di connessioni e buoni livelli di engagement, tanto da superare talvolta il suo creatore umano.
Il paradosso emerge quando LinkedIn invita il giornalista e l’AI a parlare a un evento interno. Nonostante la piattaforma vieti esplicitamente l’uso di bot per generare contenuti e interazioni, l’account di Kyle non era stato inizialmente bloccato. Dopo l’apparizione pubblica, però, viene bannato con la motivazione che i profili devono rappresentare persone reali.
Da qui nasce la riflessione centrale: cosa significa oggi “autenticità” sui social, se le piattaforme stesse spingono l’uso dell’intelligenza artificiale per scrivere post, messaggi e risposte? Se gran parte dei contenuti è già generata da AI, distinguere tra umano e artificiale diventa sempre più difficile.
Questo episodio solleva una domanda bella grossa: dove finisce l’assistente IA “buono” e dove inizia l’agente autonomo “cattivo” secondo le regole non sempre trasparenti di questi colossi?
La vicenda del “cofondatore” è solo la punta dell’iceberg. Per capire meglio cosa sta succedendo, dobbiamo guardare a un altro caso che ha fatto parecchio rumore.
Il caso Artisan AI: quando il motivo vero non è quello che sembra
Ricordi la startup Artisan AI, quella sostenuta da Y Combinator?
A metà dicembre è stata bannata da LinkedIn, e la notizia è diventata virale. La prima cosa che tutti hanno pensato è stata: “ecco, un altro caso di spam generato dall’IA”.
Sbagliato.
La verità è un’altra, come scrive TechCrunch. LinkedIn non ha cacciato Artisan per l’uso dell’intelligenza artificiale, ma per due violazioni specifiche: la startup usava il nome di LinkedIn sul proprio sito per fare dei confronti tra funzionalità e, cosa più importante, collaborava con data broker che avevano “raschiato” dati da LinkedIn senza permesso.
Dopo due settimane di trattative, Artisan è tornata online. E la parte più curiosa? Il CEO ha ammesso che tutto quel polverone ha fatto da cassa di risonanza, portando un’inaspettata ondata di nuovi clienti.
Ma questa storia ci dice qualcosa di più profondo. Ci mostra una tensione latente che sta per esplodere e che riguarda il controllo del territorio.
Il paradosso dei giganti tech: l’IA va bene, ma solo se è la mia
Il punto è questo: Artisan AI ha creato un agente, chiamato Ava, che si occupa di vendita outbound, cioè contatta potenziali clienti. Un’attività che su LinkedIn è da sempre un terreno minato, presidiato gelosamente sia dai venditori in carne e ossa sia, sempre di più, dalle intelligenze artificiali.
E qui sta il paradosso.
LinkedIn, come altre piattaforme, spinge i propri utenti a usare le funzionalità IA che lei stessa sviluppa – non a caso ha lanciato il suo “Hiring Assistant” per il recruiting – ma allo stesso tempo sembra mettere i bastoni tra le ruote a strumenti di terze parti che operano in autonomia.
Viene da chiedersi se la vera preoccupazione non sia tanto l’automazione, quanto la perdita di controllo su un’attività così redditizia come la generazione di contatti. Non è un caso che Artisan stia già lavorando a versioni più evolute del suo agente, che includeranno anche le chiamate in uscita, proprio per ridurre la sua dipendenza da LinkedIn. La linea tra strumento utile e concorrente indesiderato sembra diventare sempre più sottile, e a tracciarla, a quanto pare, sono solo le piattaforme stesse.
