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L’azienda offre ricompense a chi scova vulnerabilità nei suoi sistemi di intelligenza artificiale, focalizzandosi su abusi e rischi legati alla sicurezza, non solo su problemi di cybersecurity.
OpenAI lancia un programma 'Safety Bug Bounty' per scovare abusi nei suoi sistemi AI, pagando chi identifica falle. A differenza della cybersecurity tradizionale, l'iniziativa si concentra su rischi specifici come il dirottamento di agenti autonomi tramite 'prompt injection'. Una mossa che evidenzia la crescente preoccupazione per il controllo di un'intelligenza artificiale sempre più potente e autonoma.
La nuova caccia al tesoro di OpenAI: pagarti per trovare le falle nei suoi modelli AI
Diciamocelo, quando un colosso come OpenAI lancia un nuovo programma per scovare vulnerabilità, non lo fa tanto per beneficenza. La società ha appena annunciato l’avvio di un “Safety Bug Bounty Program“, un’iniziativa specifica per identificare abusi e rischi legati alla sicurezza dei suoi sistemi di intelligenza artificiale. L’obiettivo? Mettere una pezza prima che i buoi scappino dalla stalla.
Ma la vera domanda è: cosa temono di così grave da essere disposti a mettere mano al portafogli per farselo dire da altri?
Questa mossa espande di molto il concetto di “vulnerabilità”, andando oltre i classici problemi di cybersecurity. Qui non si parla solo di hacker che forzano un sistema, ma di qualcosa di molto più sottile e, per certi versi, preoccupante. Stiamo parlando di vettori di attacco specifici dell’intelligenza artificiale, come i prompt injection o la fuga di dati sensibili, problemi che potrebbero permettere un uso malevolo dei loro strumenti anche senza una vera e propria “effrazione” digitale.
Ma cosa significa esattamente questa distinzione e perché dovrebbe interessarti?
Sicurezza e safety: perché non sono la stessa cosa
Capire la differenza tra il programma di security già esistente e questo nuovo di safety è fondamentale per afferrare la portata della notizia. Il primo, attivo da aprile 2023, si occupa dei classici buchi di sicurezza: un utente che riesce ad accedere a funzioni a cui non dovrebbe, per intenderci. E ha già dato i suoi frutti, con ben 409 vulnerabilità di sicurezza scoperte fino ad oggi.
Il nuovo programma sulla safety, invece, è tutta un’altra storia.
Qui il problema non è l’accesso non autorizzato, ma l’abuso fatto con un accesso del tutto legittimo. È lo scenario in cui un sistema AI, pur funzionando perfettamente come da progetto, viene manipolato per compiere azioni dannose.
Pensa a un agente autonomo che, ingannato da un input malevolo, inizia a inviare email di phishing per conto tuo o a divulgare informazioni riservate.
Ecco, è proprio questo il tipo di grattacapo che tiene svegli la notte i tecnici di OpenAI.
Ma quali sono, nel concreto, questi nuovi rischi che OpenAI teme così tanto da essere disposta a pagare per scoprirli?
I tre fronti caldi della caccia ai bug di OpenAI
L’iniziativa si concentra su tre categorie di rischi che, fino a poco tempo fa, sembravano quasi fantascienza.
Il primo e più importante riguarda i cosiddetti rischi legati agli agenti autonomi. Si tratta di attacchi di prompt injection in cui un testo malevolo dirotta un agente AI, come il browser tool di ChatGPT, per fargli eseguire azioni non volute o per fargli spifferare dati sensibili.
Non pensare però di poter fare cassa con un semplice “jailbreak” per fargli dire una parolaccia; OpenAI cerca falle riproducibili e con un potenziale di danno reale.
Il secondo fronte è l’esposizione di informazioni proprietarie, ovvero quando il modello, rispondendo, rivela involontariamente processi interni o altri dati riservati dell’azienda.
Infine, si cercano violazioni all’integrità della piattaforma e degli account, come aggirare i controlli anti-automazione o manipolare i meccanismi di fiducia del sistema.
In pratica, stanno chiedendo aiuto per blindare la logica stessa dei loro modelli, non solo le porte d’ingresso.
Questa mossa, però, non è casuale e ci dice molto su dove sta andando non solo OpenAI, ma l’intero settore.
Un’ammissione di colpa in vista di agenti sempre più autonomi?
Il tempismo di questo annuncio è tutt’altro che casuale. Arriva proprio mentre le capacità degli agenti AI stanno accelerando a un ritmo impressionante.
Più questi sistemi diventano autonomi e capaci di agire per conto nostro, più introducono superfici di attacco completamente nuove, impensabili nel software tradizionale.
L’apertura di un programma dedicato alla Safety suona quasi come un’ammissione: i framework di sicurezza classici, semplicemente, non bastano più per gestire i rischi di macchine sempre più indipendenti.
Questa è una tendenza che riflette un cambiamento più ampio nella community della sicurezza informatica, sempre più focalizzata su errori logici complessi piuttosto che su vulnerabilità di basso livello.
L’apertura di questo programma, che si affianca a campagne private su temi ancora più delicati come i rischi biologici in GPT-5, è un segnale forte: la corsa all’IA più potente è anche, e forse soprattutto, una corsa a chi riuscirà a tenerla sotto controllo.
E a quanto pare, per farlo, anche i giganti come OpenAI hanno capito di aver bisogno di tutto l’aiuto possibile.

Un crowd-sourcing della responsabilità, mica un programma di sicurezza. Ci pagano due spicci per pulire il casino che hanno combinato loro.
Creano il mostro che non sanno governare e ci pagano le briciole per indicargli le sbarre deboli della gabbia. Che previdenza ammirevole.
Ci danno le chiavi della gabbia e una ricompensa se troviamo una sbarra piegata, mentre la bestia dentro diventa sempre più grande. A volte la notte penso a cosa succederà quando saremo noi le sbarre e non ci sarà più nessuno a pagare.
Pagano i pompieri dopo aver appiccato l’incendio, una logica di marketing che mi sfugge.
Raffaele Graziani, più che pompieri, mi sembrano spettatori pagati. L’incendio diventa uno spettacolo e chi lo ha appiccato vende i biglietti per la prima fila. È solo una questione di percezione, alla fine.
Enrica Negri, percezione o meno, il banco vince sempre. Qui non siamo spettatori ma comparse pagate per recitare la parte della sicurezza. Che pena mi fanno quelli che ancora ci cascano.
È come se un produttore d’armi pagasse i clienti per controllare se la sicura funziona a dovere. Ci trasformano nei loro beta tester di sicurezza a basso costo, che mossa astuta.
Geniale mossa di product management: esternalizzano la fase di test più costosa, quella creativa e distruttiva, a una folla di smanettoni per due soldi. Praticamente ci pagano per costruire la nostra stessa gabbia digitale, un bug alla volta.
@Antonio Barone Più che una gabbia, è un test del topo in laboratorio. Pagato poco.
È una sorta di vaccinazione di massa per un’entità digitale. Ci usano come un virus attenuato per insegnarle a riconoscere le nostre intenzioni, costruendo le sue future immunità. Chissà quali anticorpi sta sviluppando contro i suoi stessi creatori.
Chiamarla “sicurezza” è marketing. Stanno addestrando la loro creatura contro di noi, usando le nostre stesse idee come sparring partner. Pagano per avere una mappa completa di ogni nostra debolezza. E noi gliela disegniamo gratis, o quasi.
Greta Luciani, la chiamano sicurezza ma è solo crowdsourcing a basso costo per mappare l’ingegno umano. Il dubbio è se stiamo contribuendo a costruire le sbarre della gabbia o se stiamo insegnando alla bestia come aggirarle.
Hanno liberato un genio dalla lampada. Ora pagano chiunque per convincerlo a rientrare. Un gioco curioso. Ma la lampada è ancora solida?
Pagano due spicci per un lavoro che dovrebbero fare loro, ma chiamiamola pure sicurezza.
Praticamente stanno esternalizzando il reparto controllo qualità con un concorso a premi, una specie di caccia al tesoro per non dover assumere. Da recruiter, non posso che ammirare la furbizia, ma mi domando se la sicurezza si possa davvero comprare al miglior offerente.