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Tra promesse di privacy e una violazione lampo, l’app europea per la verifica dell’età solleva dubbi sulla sua reale efficacia e sugli interessi in gioco
L'Unione Europea presenta una nuova app per la verifica dell'età digitale, salutandola come una svolta per la protezione dei minori. Tuttavia, l'entusiasmo si spegne quando un ricercatore la viola in meno di due minuti, sollevando seri dubbi sulla sua efficacia e sul reale impegno delle piattaforme digitali per la sicurezza degli utenti più giovani.
L’Europa lancia l’app per la verifica dell’età: una rivoluzione annunciata o un buco nell’acqua?
Ci risiamo.
L’Unione Europea scende in campo con una di quelle mosse che, sulla carta, sembrano destinate a cambiare le regole del gioco. Questa volta, l’obiettivo è uno dei più sentiti: proteggere i minori online. La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha presentato in pompa magna la nuova App europea per la verifica dell’età digitale, uno strumento pensato per mettere un argine all’accesso dei più giovani a contenuti non adatti a loro.
L’idea di base è semplice e, diciamocelo, piuttosto affascinante: un’unica app per dimostrare la propria età su qualsiasi sito o social network, senza dover condividere ogni volta documenti o dati personali.
La promessa è quella di una tecnologia sicura, basata sull’esperienza del certificato COVID digitale dell’UE, che tutti noi abbiamo imparato a conoscere bene.
Un sistema unico, interoperabile e, soprattutto, rispettoso della privacy.
Tutto suona quasi troppo bene per essere vero.
E forse, come spesso accade in questi casi, un fondo di verità in questo scetticismo c’è.
Un’identità digitale a prova di privacy? così funziona
Scendiamo un attimo nel tecnico, ma senza farci venire il mal di testa. Il cuore di questa nuova app si basa su una tecnologia chiamata “Zero-Knowledge Proof”.
Cosa significa in parole povere? Che quando un sito ti chiederà “Hai più di 18 anni?”, l’app risponderà semplicemente “sì” o “no”, senza rivelare nient’altro di te.
Nessuna data di nascita, nessun nome, nessun indirizzo.
La tua identità rimane al sicuro nel tuo portafoglio digitale. Come descritto sul sito ufficiale del progetto, il software è completamente open-source, il che in teoria dovrebbe garantire trasparenza e sicurezza.
Diversi Paesi, tra cui l’Italia, si sono già fatti avanti per avviare le prime fasi di sperimentazione. L’entusiasmo è palpabile, perché una soluzione del genere risolverebbe un problema che affligge genitori, piattaforme e legislatori da anni, come scrive Wired.
Ma quando si parla di sicurezza digitale, la teoria deve sempre fare i conti con la dura realtà.
E la realtà, in questo caso, è arrivata con la velocità di un treno in corsa.
La doccia fredda: “violata in meno di due minuti”
Poco dopo il grande annuncio, è arrivata la notizia che nessuno voleva sentire.
Un ricercatore di sicurezza, Paul Moore, ha dichiarato di aver trovato una vulnerabilità critica nel sistema, violandolo in meno di due minuti.
La notizia ha fatto il giro del mondo, gettando un’ombra pesantissima sull’intero progetto.
La domanda, a questo punto, sorge spontanea: come è possibile che uno strumento presentato con tanta enfasi, nato per proteggere i più vulnerabili, mostri il fianco in modo così clamoroso e così in fretta?
Questo episodio non mette in discussione solo la competenza tecnica dietro al progetto, ma solleva un dubbio ben più profondo sul rapporto tra le grandi piattaforme e la nostra sicurezza.
Siamo sicuri che la responsabilità sia solo di chi crea gli strumenti e non di chi, per anni, ha costruito imperi economici proprio sull’assenza di controlli efficaci?
A chi giova davvero questa mossa?
Diciamoci la verità: questa app non nasce dal nulla. È la risposta, forse tardiva, a una pressione enorme sui giganti del web. Le piattaforme, da Meta a TikTok, sono con le spalle al muro, accusate di non fare abbastanza per proteggere i minori.
Una soluzione centralizzata e fornita dall’UE potrebbe sembrare, per loro, una manna dal cielo: un modo per delegare un compito scomodo e costoso.
Ma siamo sicuri che questa soluzione sia la panacea che tutti aspettavamo o, piuttosto, un comodo scarico di responsabilità?
Il punto non è solo avere uno strumento tecnicamente perfetto, ma capire come questo si inserisce in un sistema che, alla base, ha modelli di business basati sulla profilazione e sulla cattura dell’attenzione, a prescindere dall’età dell’utente.
La tecnologia può essere un alleato prezioso, ma da sola non basta.
La vera partita si gioca sui modelli economici che regolano il web.
L’app rischia di essere una toppa elegante su un tessuto ormai logoro, mentre il vero problema rimane irrisolto.

Volevano darci una diga, ci hanno dato un colapasta. Complimenti per la sceneggiata. Ma i nostri dati dove finiscono nel frattempo?
Solita fuffa spacciata per sicurezza. Un ricercatore la buca in due minuti, che professionalità. È il solito fumo negli occhi per dire che lavorano. Mi chiedo chi ci guadagni davvero in queste operazioni.
Angela ha colto il punto: presentano una toppa bucata come se fosse una corazza impenetrabile, una recita grottesca per distrarci. Ma mentre applaudiamo al disastro, quali informazioni stanno già risucchiando i nostri dispositivi?
La tecnologia per farlo bene esiste. Loro presentano questa cosa imbarazzante, bucata subito. Viene il dubbio che il problema non sia tecnico, ma di volontà. A chi giova questo teatrino?
Angela Ferrari, è un capolavoro di pubbliche relazioni: lanciare un’app che si rompe guardandola, così le piattaforme rispettano una regola inutile e tutti si sentono a posto. A chi giova? Alla coscienza di chi l’ha proposta.
Hanno lanciato una barca di cartone per attraversare l’oceano. Bella da vedere, ma affonda subito. La sicurezza non è una facciata da dipingere, è una struttura da costruire. Quando lo capiranno?
Un gigante di cristallo presentato con squilli di tromba. Che sorpresa la sua fragilità.
Paolo Fiore, ma se la sua fragilità fosse una caratteristica, non un difetto? Un fallimento così plateale è l’alibi perfetto per giustificare poi soluzioni di controllo molto più stringenti per la nostra sicurezza.
Un’altra recita in pompa magna per un prodotto bucato come uno scolapasta. L’innovazione non è un comunicato stampa, è codice che funziona. Quando iniziano a capirlo?
Laura Negri, la politica dipinge la facciata, ma le fondamenta sono marce. Il vero obiettivo non è la sicurezza, ma la percezione della sicurezza.
Ancora una volta, la politica precede la tecnica. Si lancia un prodotto difettoso per un titolo di giornale. La protezione dei dati richiede serietà, non questa fretta. A chi giova veramente tutto questo?
L’ennesima esibizione di incompetenza tecnica travestita da iniziativa politica. Si preoccupano più del comunicato stampa che della reale efficacia, rivelando una vanità disarmante. Quando affideremo la tecnologia a chi la comprende sul serio?
L’apparente protezione dei minori maschera l’incapacità tecnica e la vanità istituzionale. A chi giova realmente questo ennesimo, prevedibile fallimento?
@Luciano Gatti La solita storia. Si lancia un prodotto senza testarlo a dovere. Nel mio settore un errore del genere costerebbe la reputazione. Qui, invece, sembra la norma per le istituzioni.