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L’apertura di ChatGPT agli annunci vede i grandi marchi disposti a investire cifre ingenti per un canale ancora in fase di test, caratterizzato da alti costi e metriche di performance incomplete.
OpenAI apre ChatGPT alla pubblicità, chiedendo ai brand un investimento iniziale esorbitante in cambio di dati scarsi e metriche primitive. Nonostante la frustrazione, le aziende pagano per non restare indietro, scommettendo su un canale dove si formano le decisioni d'acquisto. Una mossa audace che mette a dura prova la fiducia degli utenti e il futuro stesso della piattaforma.
Il prezzo del biglietto per un posto in prima fila
Partiamo dai soldi, perché è lì che le cose si fanno subito interessanti. Per avere il privilegio di accedere all’Ads Manager di OpenAI, pare che i primi inserzionisti abbiano dovuto staccare un assegno da almeno 200.000 dollari, come descritto da Adweek. Una cifra non da poco per testare un canale nuovo di zecca.
E in cambio di questo investimento?
Report settimanali in formato CSV, semplici fogli di calcolo con dati base come clic e impression. Niente di più. Dimentica i pannelli di controllo dettagliati a cui sei abituato, qui si torna quasi all’età della pietra dell’analisi dati.
Le campagne sono basate quasi esclusivamente sulle impression, e i CPM (costo per mille visualizzazioni) vengono descritti come “alti”. In pratica, si paga tanto per una visibilità di cui è difficilissimo misurare il ritorno reale.
Ma allora, se i dati sono così scarsi e il costo così elevato, perché le aziende più strutturate ci stanno mettendo soldi?
La risposta è più semplice di quanto pensi, e riguarda la paura di restare indietro.
Un atto di fede (o di paura di rimanere esclusi?)
Il vero motivo per cui gli inserzionisti sono disposti a pagare cifre simili per dati così opachi è strategico. ChatGPT non è solo un chatbot, è il luogo dove si formano le decisioni d’acquisto.
Come riportato in un’analisi di Adage, le persone usano la piattaforma per chiedere confronti tra software, cercare consigli per un viaggio o stilare una lista di possibili prodotti da comprare. Essere presenti in quel preciso istante, quando l’intento commerciale è altissimo, è un’opportunità che fa gola a molti.
Partecipare a questa fase di test significa raccogliere dati prima degli altri, capire come funzionano le dinamiche conversazionali e guadagnare un vantaggio competitivo quando la piattaforma si aprirà a tutti. È un investimento in intelligenza di mercato più che in performance dirette.
Si tratta di una scommessa sul futuro, un modo per non farsi trovare impreparati quando questo tipo di pubblicità diventerà la norma.
Tutto questo, però, si regge su un equilibrio fragilissimo.
OpenAI continua a ripetere che gli annunci non influenzano le risposte dell’intelligenza artificiale, ma la linea che separa un consiglio sponsorizzato da una risposta autentica è davvero così netta?
Il patto con l’utente: fiducia a rischio?
La vera sfida per OpenAI non è tanto convincere gli inserzionisti a spendere, ma farlo senza tradire la fiducia degli utenti. Il successo di ChatGPT si basa sulla sua percepita imparzialità. Se le persone iniziano a sospettare che le risposte siano “pilotate” dagli sponsor, l’intero castello crolla.
Per ora, l’azienda sta procedendo con cautela: gli annunci compaiono in fondo alla risposta, ben separati dal contenuto generato e con un’etichetta “sponsored” molto chiara, come spiegato da OpenAI stessa. Non viene usato un targeting basato su dati demografici, ma solo sul contesto della conversazione.
Questo significa che se chiedi una ricetta, potresti vedere l’annuncio di un servizio di consegna di cibo. Resta però un dubbio di fondo: in un esempio documentato, un rivenditore sponsorizzato è apparso in modo più prominente nelle raccomandazioni, sollevando domande su quanto sottile sia l’influenza della pubblicità.
L’esperimento è appena iniziato, ma la domanda che tutti si pongono è se OpenAI riuscirà a monetizzare la sua enorme base di utenti senza “vendersi l’anima” e compromettere ciò che l’ha resa uno strumento così potente e utilizzato.

È assurdo come la FOMO spinga i brand a bruciare capitali su un canale senza metriche, una dinamica che va oltre la logica del business. Alla fine, il conto di queste scommesse al buio lo pagano sempre e solo gli utenti.
Giorgio, il progresso esige sempre un prezzo, che puntualmente non pagano i suoi promotori.
Vedere aziende che finanziano, con cifre da beneficenza, un esperimento dai dati oscuri mi fa quasi tenerezza, perché dimostra che la FOMO è il vero motore del mercato. Chissà se almeno il biglietto per questa giostra è deducibile dalle tasse.
Si sta comprando un biglietto della lotteria dal costo esorbitante, sperando che il premio non sia solo una pacca sulla spalla per essere stati i primi.
Renato Martino, altro che lotteria. È comprare un terreno su Marte a peso d’oro. Pianti la bandiera, guardi il deserto e aspetti la pioggia. Un bell’aneddoto da raccontare, nient’altro. La vanità ha sempre un prezzo esagerato.
Giada Mariani, un aneddoto da raccontare ai nipoti che costerà loro il posto di lavoro.
La chiamate FOMO, io la chiamo beneficenza costosa. Si comprano visibilità su una piattaforma senza uno straccio di metrica di conversione. È il trionfo dell’ego del marketing manager. Mi chiedo quale ROI presenteranno al prossimo CDA.
Federica, la vedo come una scommessa per il posizionamento, non per le vendite. Si compra un posto in prima fila per uno spettacolo che nessuno ha ancora visto. Ma chi garantisce che ci sarà un applauso finale?
Altro che tassa sulla stupidità, questo è il moderno obolo di San Pietro versato sull’altare del progresso per comprarsi l’indulgenza dall’irrilevanza. Un sacrificio di bilancio per sentirsi assolti, mica per ottenere risultati concreti.
È una tassa sulla stupidità vestita da avanguardia. E le aziende fanno a gara per pagarla.
Greta, più che tassa sulla stupidità, è il pedaggio per dominare la conversazione.
Duecentomila dollari per non sentirsi esclusi. Il prezzo della FOMO aziendale è decisamente lievitato. Almeno la coscienza dei manager è a posto. Ma gli utenti gradiranno questa nuova compagnia?
Vedo un’asta disperata per biglietti d’ingresso a un teatro ancora in costruzione, dove il panico di restare fuori è l’unico spettacolo garantito. Quale valore si attribuisce, dunque, alla mera presenza?
Cifre altissime per metriche primitive, un azzardo. Ma capisco la voglia di esserci.
Elena Negri, questa “voglia di esserci” è una corsa all’oro senza setaccio. Si lanciano capitali in un fiume sperando in una pepita. Ma se il fiume restituisce solo fango, cosa resta attaccato al marchio? L’importante non è arrivare primi, ma arrivare preparati.