OpenAI presenta Chronicle: la memoria per l’AI che non vuole essere il nuovo Recall

Anita Innocenti

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Il sistema, pensato per gli sviluppatori su macOS, mira a distinguersi dal discusso Recall di Microsoft salvando i dati principalmente in locale e rimanendo lontano dalle rigide normative europee.

OpenAI risponde a Microsoft Recall con Chronicle, una memoria AI per il suo assistente Codex. La strategia è più cauta: i dati sono salvati in locale, ma non senza rischi per la privacy. Riservato a pochi e lontano dall'Europa per timore del GDPR, Chronicle sembra un test per misurare la reazione del pubblico prima di un lancio su larga scala.

OpenAI ci riprova: ecco Chronicle, ma non è il gemello di Recall

Dopo il polverone sollevato da Microsoft con il suo progetto “Recall“, che voleva registrare praticamente ogni cosa che facevi sul PC, si potrebbe pensare che l’idea di un’intelligenza artificiale con una memoria di ferro fosse finita nel cassetto.

E invece no.

OpenAI scende in campo con una sua versione, chiamata Chronicle, pensata per il suo assistente di programmazione Codex.

L’obiettivo? Dare una memoria al tuo copilota digitale per non dovergli rispiegare le cose da capo ogni cinque minuti.

Ma se stai già pensando a un altro Grande Fratello che spia dal tuo schermo, aspetta un attimo.

La mossa di OpenAI è decisamente più cauta, quasi chirurgica. A differenza del mastodontico approccio di Microsoft, Chronicle non vuole ficcare il naso in tutta la tua vita digitale.

È uno strumento di nicchia, pensato per sviluppatori che usano Codex su macOS, e funziona catturando screenshot del tuo lavoro per costruire un contesto.

Una m-e-m-o-r-i-a, appunto.

Ma se Microsoft ha dovuto fare una mezza marcia indietro per le proteste sulla privacy, come pensa di cavarsela OpenAI?

La risposta, a quanto pare, sta tutta nel “dove” vengono salvati i tuoi dati.

E qui la storia si fa interessante.

I tuoi dati restano a casa tua (o quasi)

Qui sta la differenza che, almeno sulla carta, cambia tutto.

A differenza di quanto si potrebbe temere, OpenAI dichiara che Chronicle non trasforma i tuoi dati in un banchetto per i suoi server remoti. La documentazione ufficiale, come descritto qui, spiega che gli screenshot vengono salvati temporaneamente sul tuo computer e poi eliminati.

Le “memorie” generate, ovvero i riassunti delle tue attività, sono conservate in semplici file di testo non criptati, sempre sulla tua macchina. Puoi vederli, modificarli, cancellarli. Insomma, il controllo resta nelle tue mani.

Certo, per creare queste memorie, il contenuto del tuo schermo deve comunque fare un viaggetto sui server di OpenAI per essere processato, anche se dicono che la sessione è “effimera” e che i dati non vengono usati per l’addestramento.

Sarà vero?

Salvare tutto in locale sembra una mossa astuta per schivare il polverone alzato da Microsoft. Ma questa trasparenza apparente lascia aperta una porta sul retro: file in chiaro sul tuo computer sono un invito a nozze per chiunque riesca ad accedere al tuo dispositivo.

La sicurezza, quindi, è delegata interamente a te.

Ma c’è un dettaglio non da poco: per ora, questa funzione non è per tutti. E il motivo la dice lunga sulle reali preoccupazioni che girano anche nei corridoi di OpenAI.

Un club esclusivo e lontano dall’Europa

Se pensavi di provarlo subito, mettiti comodo.

Chronicle è al momento una “research preview” a cui si accede solo su invito, riservata agli abbonati di ChatGPT Pro su macOS. E, guarda caso, non è disponibile nell’Unione Europea, nel Regno Unito e in Svizzera.

Una coincidenza?

Difficile crederlo.

Questa esclusione geografica puzza di mossa preventiva per non scontrarsi con le rigide normative sulla privacy come il GDPR. È come se OpenAI stesse testando le acque in un ambiente meno regolamentato, con un pubblico di sviluppatori forse più disposto a scambiare un po’ di privacy per un pizzico di efficienza in più.

Come riportato da Windows Central, Chronicle si presenta come una versione più mirata e meno controversa di Recall, ma la sostanza non cambia: stiamo addestrando le macchine a ricordarsi di noi.

La domanda è: a quale prezzo?

È una mossa per testare il terreno con una nicchia di professionisti, prima di tentare il grande salto verso il pubblico di massa?

Una cosa è certa: la corsa alla memoria artificiale è appena iniziata, e la privacy è il biglietto da pagare.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

13 commenti su “OpenAI presenta Chronicle: la memoria per l’AI che non vuole essere il nuovo Recall”

  1. Danilo Graziani

    La chiamano cautela, ma è un calcolo. L’archiviazione locale è l’esca per misurare la reazione del mercato. Lanciano un pallone sonda, non offrono una garanzia. Bisogna riconoscere quando si è parte dell’esperimento.

  2. Beatrice Benedetti

    Smettetela di fare le vittime, è ovvio che sia un test per vedere chi abbocca alla manfrina. Ma il punto è un altro: questa tecnologia, se la sai usare, ti dà un vantaggio pazzesco sugli altri. Vogliamo continuare a lamentarci o iniziamo a usarla a nostro favore?

    1. Melissa Benedetti

      @Beatrice Benedetti Basta piagnistei. Chi non capisce la mossa resta al palo. È solo un altro tool per chi sa fare il proprio mestiere, mica un complotto. La vera domanda è: quanto tempo prima che la concorrenza lo capisca e ci copi?

      1. Beatrice Benedetti

        @Melissa Benedetti Scambiare la prudenza per un piagnisteo è un errore da dilettanti. Regalare la cronologia della nostra vita digitale non è “saper fare il mestiere”, è solo ingenuità. Chiediti a chi serve davvero.

  3. Creano il problema con una sorveglianza sfacciata, poi vendono la soluzione con una sorveglianza ‘discreta’ in locale, un gesto di magnanimità pelosa. Mi chiedo quale sarà il prossimo passo per convincerci a costruire da soli le sbarre della nostra gabbia dorata.

    1. Letizia Costa, chiamalo guinzaglio o memoria AI, la manfrina è la solita: ti vendono controllo spacciandolo per comodità. La storiella del dato locale è solo l’esca per sondare il terreno, prima di imporre il modello a tutti quanti come standard.

  4. Isabella Riva

    Dicono di non sbirciare nel diario, ma lo tengono loro. È un test di obbedienza. Mi chiedo quante volte io stessa gli consegno la chiave.

  5. Giuseppina Negri

    La narrativa del “dato in locale” è un abile placebo per misurare la soglia di sopportazione collettiva. Una volta assuefatti, il passaggio al cloud sarà presentato come un’evoluzione naturale del servizio.

  6. Andrea Cattaneo

    La narrazione del salvataggio in locale è la solita mossa per calmare le acque dopo il casino di Microsoft. La logica di fondo resta identica: registrare tutto. Vorrei capire quale sia il beneficio per l’utente, al di là dei soliti proclami aziendali.

    1. Il salvataggio in locale è la zolletta di zucchero per addolcire la pillola della sorveglianza. Stanno solo testando la nostra soglia di sopportazione prima di rendere il collare elettronico un accessorio di serie.

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