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Questi strumenti non si limitano a tracciare la produttività per il datore di lavoro, ma condividono i dettagli dell’attività online con Meta, Google e decine di altre aziende, alimentando un’insidiosa economia della sorveglianza.
I software di monitoraggio per dipendenti, noti come "bossware", non inviano report solo ai datori di lavoro. Una ricerca svela che condividono dati sensibili come cronologia di navigazione e posizione con giganti quali Meta e Google, trasformando la sorveglianza sul lavoro in un redditizio mercato pubblicitario. L'attività lavorativa di milioni di persone diventa così un prodotto commerciabile.
Il doppio gioco dei software di monitoraggio
Una recente ricerca condotta dalla Columbia Law School e dalla Northeastern University ha scoperchiato un vaso di Pandora che in pochi si aspettavano. Analizzando nove tra i più diffusi strumenti di monitoraggio per dipendenti – i cosiddetti “bossware” come Hubstaff, Time Doctor e Monitask – i ricercatori hanno scoperto una verità a dir poco scomoda.
Tutti e nove gli applicativi testati non si limitano a inviare report al datore di lavoro, ma condividono tranquillamente informazioni personali e dettagli sull’attività online dei dipendenti con ben 145 domini di terze parti.
Parliamo di nomi, indirizzi email, indirizzi IP, informazioni sul dispositivo e cronologia di navigazione. In pratica, un resoconto dettagliato della tua giornata lavorativa che finisce direttamente nelle mani di aziende legate a Meta, Google e Microsoft. Alcuni di questi software, come osserva The Verge, arrivano persino a richiedere l’accesso costante alla posizione e ai sensori di movimento del tuo smartphone, trasformandolo in un dispositivo di tracciamento perenne.
Ma come è possibile che i dati raccolti per “garantire la produttività” diventino merce di scambio per il mercato pubblicitario?
Non è certo il tuo capo a inviare un’email a Mark Zuckerberg.
Il meccanismo è molto più subdolo e integrato.
La ragnatela invisibile che monetizza il tuo lavoro
Il trucco sta tutto negli strumenti di tracciamento e nei kit di sviluppo software (SDK) che questi “bossware” integrano al loro interno. Sono le stesse tecnologie che ti perseguitano con la pubblicità di quel paio di scarpe che hai guardato tre giorni fa, solo che qui vengono applicate al tuo contesto lavorativo.
La Electronic Frontier Foundation (EFF) sottolinea da tempo come i tracker di Meta siano “incorporati in milioni di siti web e app”, e a quanto pare gli uffici (anche quelli virtuali) non fanno eccezione.
Una volta che i dati della tua attività lavorativa entrano in questo vortice, diventano parte della più ampia “economia della sorveglianza commerciale”. Le tue abitudini, i tuoi orari, i tuoi interessi professionali vengono aggregati ad altri dati che queste aziende già possiedono su di te per creare profili comportamentali sempre più dettagliati e redditizi.
Si crea così una sorveglianza a due livelli: il tuo datore di lavoro ti osserva, e i giganti della tecnologia osservano entrambi.
A questo punto, la domanda sorge spontanea:
di chi sono i dati che generi mentre stai semplicemente facendo il tuo lavoro?
E, soprattutto, chi ha il diritto di guadagnarci sopra?
Se pensi che questa abitudine a raccogliere dati senza troppi scrupoli sia limitata a fornitori esterni, forse non hai ancora sentito cosa sta succedendo proprio dentro Meta.
Anche i giganti del tech spiano i propri dipendenti
Sembra quasi una barzelletta, ma non lo è.
Meta stessa ha avviato un programma, chiamato “Model Capability Initiative”, che prevede l’installazione di keylogger e tracker di screenshot sui computer dei propri dipendenti negli Stati Uniti. Come descritto in un’analisi di CurrentWare, l’obiettivo dichiarato è raccogliere dati – movimenti del mouse, click, battiture sulla tastiera e istantanee periodiche dello schermo – per addestrare i propri modelli di intelligenza artificiale.
Meta si è affrettata a specificare che questi dati non verranno usati per valutare le prestazioni dei dipendenti, ma la distinzione appare sempre più labile e, francamente, poco credibile.
Queste pratiche dimostrano che il confine tra dati lavorativi e dati commerciali si sta sgretolando.
Le informazioni raccolte per misurare la produttività di un dipendente diventano il carburante per addestrare algoritmi che, un domani, verranno venduti ad altre aziende. Il tutto avviene in un Far West normativo, dove le leggi sulla privacy faticano a stare al passo e spesso si limitano a richiedere un semplice avviso di monitoraggio, senza entrare nel merito di dove quei dati andranno a finire.
È chiaro che il problema non è più se i lavoratori vengono monitorati, ma quanti attori diversi li stanno osservando e, soprattutto, cosa se ne fanno di tutte quelle informazioni.
La tua giornata lavorativa è diventata, a tutti gli effetti, un prodotto.
