Cloudflare, Google e Shopify: la stretta sul traffico AI con il nuovo protocollo PACT

Anita Innocenti

Le regole del digitale stanno cambiando.

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Cloudflare, sostenuta da Google e Shopify, sta implementando nuove strategie per regolare il traffico dei bot AI, introducendo un sistema di verifica e la possibilità di monetizzare l’accesso ai dati, un approccio che solleva interrogativi sul futuro dell’informazione online.

Cloudflare, con il supporto di Google e Shopify, lancia PACT per creare un "passaporto" per l'IA, verificando i bot legati a utenti umani. Se da un lato l'iniziativa promette di bloccare scraper e remunerare i creatori, dall'altro rischia di centralizzare un potere immenso, trasformando Cloudflare da guardiano a esattore di un web sempre meno libero e accessibile per tutti.

Cloudflare, Google e Shopify: i nuovi guardiani (o padroni?) del traffico AI

Si sta muovendo qualcosa di grosso nelle fondamenta del web, e i protagonisti sono nomi che conosciamo bene: Cloudflare, con il supporto di pesi massimi come Google e Shopify, sta spingendo per un nuovo protocollo che potrebbe cambiare per sempre il modo in cui i bot basati sull’intelligenza artificiale interagiscono con i siti web.

L’iniziativa si chiama PACT (Private Access Control Tokens) e, in parole povere, vuole creare una sorta di “controllo passaporti” per le IA, assicurandosi che dietro ogni agente automatico ci sia un essere umano verificato.

Niente più Far West digitale dove chiunque può saccheggiare dati e contenuti a man bassa.

Ma come funziona esattamente questa specie di dogana per l’IA, e perché i giganti del web ci si sono buttati a capofitto?

L’idea è che i siti che hanno già un buon livello di fiducia nei tuoi confronti (perché hai fatto un login o superato un CAPTCHA, per esempio) possano rilasciare al tuo browser un “gettone” crittografato e anonimo. Questo gettone può poi essere presentato da un agente AI che agisce per tuo conto (come un assistente per lo shopping) per dimostrare di essere “legittimo” e legato a una persona reale, senza però rivelare la tua identità.

L’obiettivo dichiarato è far passare gli strumenti utili e bloccare sul nascere bot malevoli che rubano contenuti o lanciano attacchi.

L’idea che tutto questo, però, debba girare sulla rete di Cloudflare, come riportato da Search Engine Journal, solleva una domanda scomoda: stiamo davvero risolvendo un problema o ne stiamo creando uno più grande e centralizzato?

Non solo PACT: la stretta di Cloudflare sui bot AI è già iniziata

Non pensare che questa sia solo una proposta campata in aria.

Cloudflare ha già iniziato, e da un pezzo, a chiudere i cancelli. Da qualche tempo, infatti, i nuovi domini che si appoggiano alla sua rete bloccano di default i crawler delle intelligenze artificiali, un’inversione a U rispetto alla vecchia regola non scritta del web dove tutto era permesso fino a prova contraria.

Parliamo di un blocco che ha già fermato centinaia di miliardi di richieste e che non guarda in faccia a nessuno: nella lista nera ci sono nomi come GPTBot di OpenAI, ClaudeBot di Anthropic e persino i bot di Amazon e Apple.

In pratica, hanno ribaltato il tavolo: prima chiunque poteva entrare a meno che non fosse esplicitamente cacciato via con un file robots.txt, ora le IA devono bussare e chiedere permesso.

Ma la vera mossa strategica, quella che potrebbe cambiare le regole economiche del gioco, è un’altra.

Oltre a bloccare, Cloudflare ha lanciato in beta privata un sistema chiamato “Pay Per Crawl“.

Il concetto è disarmante nella sua semplicità: se sei un’azienda AI e vuoi usare i contenuti di un sito per allenare i tuoi modelli, devi pagare.

Quando un crawler bussa alla porta, il sito può rispondere con un bel “HTTP 402 Payment Required”, un codice che tradotto suona più o meno come “metti mano al portafoglio, e poi ne parliamo”.

Un cambio di paradigma che, almeno in teoria, sposta il potere dalle mani delle Big Tech dell’IA a quelle di chi i contenuti li crea davvero.

Da guardiano a esattore: chi decide le regole del nuovo web?

Di fronte a questa rivoluzione, le reazioni sono, ovviamente, contrastanti. Da un lato, c’è chi applaude. Editori, creatori di contenuti e proprietari di e-commerce, che per anni hanno visto il loro lavoro saccheggiato per addestrare modelli di intelligenza artificiale senza ricevere un centesimo, vedono finalmente una possibilità di riprendere il controllo.

L’idea di un web basato sul consenso e su una possibile compensazione economica piace, e molto. Per un negozio su Shopify, significa poter accogliere un assistente AI che aiuta un cliente a completare un acquisto, bloccando allo stesso tempo lo script che cerca di svuotargli il magazzino in pochi secondi.

Dall’altro lato, però, le voci critiche si fanno sentire. C’è chi, come descritto in un’analisi su Tech Policy Press, teme che Cloudflare si stia trasformando da guardiano del web a esattore, mettendo di fatto un casello autostradale sull’accesso all’informazione.

Affidare a un’unica azienda, per quanto influente, il potere di decidere chi passa, chi paga e chi viene bloccato, rischia di centralizzare un potere enorme nelle mani di pochi.

E i piccoli siti, i ricercatori indipendenti, i progetti non-profit che fine faranno?

Rischiano di essere tagliati fuori da un web sempre più frammentato, dove l’accesso all’informazione diventa un lusso. La questione, quindi, è tutt’altro che chiusa.

La direzione è tracciata, e con Google e Shopify a bordo, è probabile che questo diventi il nuovo standard.

La vera domanda che dobbiamo porci è: chi ci guadagna davvero da questo nuovo ordine? E siamo sicuri che il prezzo da pagare per un maggiore controllo non sia una rete meno libera per tutti?

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

6 commenti su “Cloudflare, Google e Shopify: la stretta sul traffico AI con il nuovo protocollo PACT”

  1. Paola Caprioli

    Mettere un guinzaglio ai bot sembra una soluzione così ordinata, quasi rassicurante. Peccato che il guinzaglio lo tengano in mano sempre gli stessi, e non è chiaro se stiano proteggendo il giardino o semplicemente recintando la loro proprietà per venderne i biglietti d’ingresso.

  2. Melissa Romano

    La sicurezza come pretesto per un nuovo pedaggio. Un web più ordinato, ma meno nostro. L’ennesima promessa di un futuro migliore, con fatturazione mensile.

  3. Clarissa Graziani

    Un passaporto per bot. Un’idea deliziosamente burocratica per il web. Io stento a rinnovare la carta d’identità. Chissà quale sarà il destino dei contenuti prodotti da noi umani, semplici pellegrini senza lasciapassare digitale.

  4. Tommaso Sanna

    Il passaggio da guardiano a esattore non sorprende, essendo il consolidato modello di business del web. Si crea un problema, si vende la soluzione centralizzata e la si definisce sicurezza. Resta solo da conoscere il prezzo del pedaggio.

  5. Lorena Santoro

    Il passaggio da guardiano a esattore è la naturale evoluzione di ogni monopolio. Mi chiedo chi pensavano di proteggere, a parte i loro bilanci.

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